Impossibile in questo febbraio del 2026 non parlare di Olimpiadi e del rapporto tra sport e arte, già presente nel 1894 nel pensiero di Pierre De Coubertin, fondatore dei Giochi Olimpici. Concentriamoci su una delle iniziative più interessanti e meno note: la Casa Italia di Livigno, ospitata all’interno del Centro di Preparazione Olimpica Aquagranda, trasformato per l’occasione in un’unica installazione ambientale dagli artisti Giulia Mangoni e James Hillman. Intitolata Studio per Peak Begets Peak (2026), è un’opera site-specific che celebra l’interazione dell’umanità con gli ambienti naturali più estremi e romantici, attraverso l’impresa sportiva. I muri sfaccettati dello spazio accolgono le pitture murali di Giulia Mangoni, che interpreta il paesaggio montano di Livigno visto attraverso i corpi in movimento degli atleti mentre scendono a tutta velocità lungo le piste. Le grandi scene, di notevole suggestione visiva, grazie a un raffinato gioco di chiaroscuri tra toni blu e ambra, sono collegate tra loro dalle sculture pittoriche in acciaio curvato di James Hillman, le cui ondulazioni ricordano le cime delle montagne viste dall’alto. All’interno dei paesaggi, dipinti con linee semplici ed essenziali, fluttuano elementi legati al mondo degli sport invernali: occhiali, funivie, pali da gara e bandiere. Il risultato è un ambiente che ricorda per certi versi il Merzbau (1923-1937) di Kurt Schwitters, in chiave festosa e immersiva.

Anche la mostra collettiva Mirrored Fiction alla galleria Gagosian a Roma trasforma lo spazio ovale in una sorta di messa in scena teatrale misteriosa e molto efficace, grazie al dialogo tra le sculture iperrealiste di Duane Hanson con le opere di Felix Gonzales-Torres, Andreas Gursky, Jeff Koons, Adam McEwen e Bruce Nauman. Lo spettacolo comincia nell’ingresso della galleria, dove Our Lady in Folding Chair (1976) di Hanson sorveglia, seduta su una sedia pieghevole, il blocco di fogli di Felix Gonzales-Torres dell’opera Untitled (Beautiful, in conjuction with Louise Lawler) (1990). Segue l’inaspettato dialogo tra Bodybuilder (1989-90) di Hanson con Donkey (1999) di Koons: un enorme specchio che riflette i muscoli dell’atleta seduto su una panca da palestra. Il salone principale è occupato da Window Washer (1984), un lavavetri colto in un attimo di riposo che osserva preoccupato le grandi finestre della galleria. Alle sue spalle una gigantesca fotografia di Gursky, Politik II (Politics II) (2000), ritrae una serie di politici europei – in primo piano Angela Merkel – davanti alla porzione di un gigantesco orologio, ripreso da un’opera di Ed Ruscha. Questa mostra esce dalle strette logiche espositive di una galleria del prestigio di Gagosian per suggerire una riflessione sulle logiche del reale, in un’epoca dove la distinzione tra fisico e virtuale appare ogni giorno più sfumata.

L’idea che l’arte contemporanea possa proporsi come una risposta alla tensione e all’incertezza del presente è il tema della mostra collettiva Lust for Life alla galleria Tim Van Laere, che riunisce otto artisti di varie epoche e generazioni: Carroll Dunham, Gelitin, George Grosz, Sarah Lucas, Ben Sledsens, Rinus Van de Velde, Franz West e Rose Wylie. Non è un caso che il titolo sia tratto dall’omonimo brano di Iggy Pop, quasi a voler indicare le contraddizioni di un presente vitale e drammatico, incerto ed esplosivo, a cominciare dai due disegni di George Grosz, The Invasion (1947) e Waiting for Better Times (1933), che rappresentano due stati d’animo diversi, di flagrante attualità in questo terzo decennio del XXI secolo. Particolarmente significativa appare Untitled (2005), la scultura in papier-mâché di Franz West appoggiata su un piedistallo in legno, che dialoga simbolicamente con il dipinto dei Gelitin Mona Lisa (2023), una grande Gioconda in stile postumano. Un’estetica che torna sia nella tela di Carroll Dunham Qualiascope: Box of Light (2021) che nella scultura in bronzo di Sarah Lucas BUNNY RABBIT (2022). Un’attenzione al paesaggio è presente nelle opere di Rinus Van de Velde (Reality is generic, Rinus…, 2025; Dear Rinus, my mind is exploding…, 2025) e Ben Sledsens (Autumn Hill, 2025-2026; Seven Flowers and a Lake, 2025). Se i paesaggi di Rinus si inseriscono nella tradizione dell’espressionismo tedesco, tra Emil Nolde e Ernst Ludwig Kirchner, quelli di Ben appartengono al gusto naif di artisti americani come Georgia O’Keeffe. Una selezione di opere che testimoniano come artisti di cultura, formazione e generazione diverse possano interpretare l’attualità attraverso linguaggi tradizionali ma sguardi diversi e sempre perspicaci.




