
Perché non ci sono artisti italiani alla Biennale Arte 2026? È la domanda che i professionisti del settore si pongono in queste ore. E noi abbiamo chiesto ad alcuni di loro una riflessione. In questo appuntamento ci rispondono Andrea Bruciati, Francesca Pasini e Fabio Cavallucci
Dopo la presentazione della 61. Mostra Internazionale d’Arte di Venezia e dell’elenco dei 111 artisti selezionati dalla curatrice Koyo Kouoh per il suo progetto In Minor Keys, ha suscitato non poco clamore nel sistema dell’arte nazionale la totale assenza di nomi italiani. Abbiamo chiesto un’opinione a riguardo allo storico dell’arte Andrea Bruciati, alla critica d’arte e curatrice Francesca Pasini e al critico d’arte e curatore Fabio Cavallucci.
Andrea Bruciati

La mancanza di artisti nazionali non è il prodotto di una mancata qualità ma frutto di una scelta strutturale di subalternità che viene da lontano. Ci si è convinti che la legittimazione debba provenire altrove e che il nostro compito consista nell’adeguarsi ai protocolli discorsivi di un cosmopolitismo esibito come virtù progressiva, che è in realtà un dispositivo di neutralizzazione. Un universalismo apparente che coincide con l’assimilazione ai codici egemoni del sistema globale: in questo scenario la Biennale abdica, a mio avviso, alla propria funzione generativa. Ci vuole il coraggio per un atto di rottura: non una generica ‘valorizzazione del nazionale’, ma l’elaborazione consapevole di un paradigma alternativo, una progettualità capace di produrre dialettica, di introdurre discontinuità epistemiche, di ridefinire le sue stesse condizioni.
Francesca Pasini

A Venezia nella Biennale 1964 gli Usa hanno segnato la dimensione internazionale; la fiera di Basilea ha diffuso il collezionismo, anche in Italia dove, però, le istituzioni, museali e private, non si sono altrettanto rafforzate, per cui prevalgono le mostre internazionali a scapito dell’informazione sulla nostra ricerca. Comprensibile che nel fare una selezione per questa Biennale prevalgano personalità con curricula noti. Una tendenza in atto da anni e che oggi è arrivata al traguardo finale.
Fabio Cavallucci

Piove sul bagnato. Ma non è il caso di prendersela con i curatori o con il presidente della Biennale (anche se quest’ultimo, specie in relazione alla retorica nazionale della sua area politica, non ne esce benissimo). Il problema è strutturale: manca all’Italian Council un ulteriore ingranaggio capace di rendere l’arte italiana realmente desiderabile nel contesto globale. In più, servirebbe uno scatto di energia, una visione ambiziosa, con artisti più propositivi e istituzioni capaci di sostenerli davvero.
Leggi l’inchiesta “Biennale di Venezia senza italiani” su ArtsLife
1 – Umberto Croppi, Alessandra Mammì e Daniele Capra
2 – Bianco Valente, Alberto Dambruoso e Ludovico Pratesi
3 – Lorenzo Canova, Loredana Longo, Davide Rondoni




