20 Settembre 2026 04:04

Artisti italiani alla Biennale di Venezia: una questione mal posta. L’opinione di Lorenzo Balbi

Lorenzo Balbi, foto di Ornella De Carlo (dettaglio)
Lorenzo Balbi, foto di Ornella De Carlo (dettaglio)
Il direttore del MAMbo di Bologna interviene nel dibattito con una riflessione che ribalta le opinioni espresse finora dai protagonisti del sistema. Cosa significa oggi essere un artista italiano? Ha senso invitare un curatore dall’altra parte del mondo, chiedendogli di portare le proprie riflessioni, e poi obbligarlo a lavorare con artisti locali che non ha avuto modo di conoscere? Ecco cosa scrive Balbi

La discussione che in questi giorni accompagna l’annuncio della prossima Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, curata – postuma – da Koyo Kouoh, si è concentrata quasi esclusivamente su un dato: l’assenza, per la prima volta, di artisti nati in Italia nella selezione della mostra internazionale. Un dato che ha rapidamente assunto i contorni di un caso politico-culturale, generando accuse, semplificazioni e letture difensive che rischiano però di eludere le questioni davvero rilevanti.

La prima domanda da porsi, infatti, dovrebbe essere più radicale: che cosa significa oggi essere un artista italiano?
In un’epoca segnata dalla mobilità, dalla circolazione delle conoscenze e dalla dimensione transnazionale dei percorsi formativi e professionali, la nozione di nazionalità appare sempre più fragile come categoria interpretativa. Molti artisti e artiste studiano in un paese, lavorano in un altro, risiedono stabilmente altrove; costruiscono la propria ricerca attraverso residenze, contesti e relazioni che difficilmente possono essere ricondotti a un solo luogo di nascita.

Biennale di Venezia, Padiglione Centrale. Photo by Andrea Avezzu. Courtesy of La Biennale di Venezia
Biennale di Venezia, Padiglione Centrale. Photo by Andrea Avezzu. Courtesy of La Biennale di Venezia
Biennale di Venezia senza artisti italiani. Ma un artista italiano c’è

Quando nel 2018 sono arrivato al MAMbo, la mia prima mostra è stata una collettiva generazionale dedicata ad artisti, artiste e collettivi nati dopo il 1980. Il titolo – That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta oltre il confine – citava esplicitamente una poesia di Bruno Munari (del 1971!) e metteva già allora in discussione l’idea di un’appartenenza nazionale rigida. Quel “metro e ottanta” apriva simbolicamente a figure come Petrit Halilaj, Ian Tweedy, Orestis Mavroudis e altri, che per ragioni di studio, residenza o lavoro avevano attraversato e abitato il contesto italiano, contribuendo in modo significativo al suo ecosistema artistico.

Allo stesso modo, oggi mi risulterebbe difficile non definire “anche” italiani artisti come Allison Grimaldi Donahue, Francis Offman o Bekhbaatar Enkhtur, protagonisti recenti del programma Nuovo Forno del Pane, che hanno vissuto e lavorato a lungo in Italia – e al MAMbo – integrando profondamente il nostro contesto nella propria ricerca. Se si adotta questa prospettiva, si può osservare che nella lista della Biennale un artista “italiano” in realtà c’è: Theo Eshetu, britannico di origine etiope, vive a Roma da decenni, parla perfettamente italiano e ha costruito nel nostro paese una parte sostanziale della propria ricerca. Tutto ciò dimostra come la questione della nazionalità sia oggi molto più complessa di quanto non suggerisca il semplice luogo di nascita riportato nelle biografie ufficiali.

Corderie - Giulio Squillacciotti - Courtesy La Biennale di Venezia
Corderie, Giulio Squillacciotti – Courtesy La Biennale di Venezia
La Biennale di Venezia oggi (in un mondo pieno di biennali)

Un secondo nodo riguarda il dispositivo Biennale in sé. È davvero ancora un termometro attendibile delle tendenze dell’arte contemporanea internazionale? È realistico pensare che debba continuare a essere il luogo in cui si concentra “il meglio / il più importante” degli ultimi due anni di produzione globale? Probabilmente no. Le biennali sono ormai diffuse ovunque e con una frequenza quasi settimanale; grazie al web e alla circolazione costante delle immagini, non è più necessario attendere due anni per vedere a Venezia le superstar del sistema dell’arte accanto alle nuove scoperte curatoriali, in un evento fortemente influenzato dal mercato e dalle gallerie più importanti a livello internazionale.

La Biennale di Venezia è diventata sempre più una mostra in cui l’impianto curatoriale costituisce l’asse portante. Invitare curatori internazionali – come Adriano Pedrosa nel 2024 e Koyo Kouoh nel 2026 solo per citare gli ultimi – significa chiedere di elaborare la loro propria visione curatoriale, di portare la propria ricerca che, in questi casi specifici, è radicata in geografie, storie e sensibilità che guardano al Sud globale, “in minor keys”, alle pratiche liminali. Non ci si può poi stupire se questa visione viene portata avanti con coerenza. Quando sono stati invitati curatori italiani – l’ultima è stata Cecilia Alemani nel 2022 – la presenza di artisti e artiste italiane è stata naturalmente più consistente.

Gaggiandre, 2015_ Photo Andrea Avezzu Courtesy of La Biennale di Venezia
Gaggiandre, 2015_
Photo Andrea Avezzu Courtesy of La Biennale di Venezia
Presenze nazionali vs libertà curatoriale

È possibile che lo stesso Ministero abbia immaginato Venezia come piattaforma di scambio internazionale, mentre altre istituzioni – come la Triennale di Milano o soprattutto la Quadriennale di Roma – come luoghi più direttamente dedicati all’indagine sul contesto nazionale, e su questo si dovrebbe/potrebbe dibattere. Se davvero si fosse voluto imporre una presenza italiana nella Mostra Internazionale, si sarebbe potuto farlo, anche se questo avrebbe limitato fortemente la libertà curatoriale. Ne ho esperienza diretta: nel 2024, curando la 60esima edizione della Biennale di Belgrado / October Salon, mi è stato richiesto di inserire una percentuale minima del 40% di artisti serbi. Una scelta che incide inevitabilmente sulla costruzione del progetto curatoriale e che solleva una domanda: ha senso invitare un curatore dall’altra parte del mondo, chiedendogli di portare le proprie riflessioni, e poi obbligarlo a lavorare con artisti locali che non ha avuto modo di conoscere o di frequentare se non frettolosamente?

La mostra di Koyo Kouoh – e delle assistenti che l’hanno portata a compimento dopo la sua scomparsa – sarà con ogni probabilità un progetto rigoroso, con un concept preciso in cui la presenza di artisti italiani non avrebbe avuto una reale funzione. Non a caso, nella selezione mancano anche artisti di paesi come Polonia, Olanda o Spagna, tutti dotati di sistemi artistici solidi, o persino di una superpotenza culturale come la Cina.

Gaggiandre. Photo by Andrea Avezzu. Courtesy of La Biennale di Venezia
Gaggiandre. Photo by Andrea Avezzu. Courtesy of La Biennale di Venezia
La presunta irrilevanza internazionale dell’arte italiana. Le ragioni

Per queste ragioni non mi sorprende l’assenza di artisti italiani dalla prossima Biennale, né condivido l’attacco rivolto alla curatrice, al suo staff o ai vertici dell’istituzione. Si tratta di una scelta curatoriale precisa, che andrà valutata sulla base della qualità, dell’efficacia e della coerenza della mostra, non sulla provenienza anagrafica degli artisti selezionati.

Attribuire questa assenza a una presunta irrilevanza internazionale dell’arte italiana rischia di essere fuorviante. Le difficoltà del nostro sistema sono reali e percepibili, ma vanno cercate altrove. Ad esempio:

– nel fatto che l’arte contemporanea sia quasi assente dall’insegnamento nelle scuole dell’obbligo;
– nella mancanza di investimenti strutturali in studi e spazi di lavoro per artisti, nonostante l’enorme patrimonio di immobili inutilizzati;
– nel mancato riconoscimento giuridico della figura dell’artista e delle professioni dell’arte, spesso prive di tutele, contratti e compensi adeguati;
– nella fragilità del sistema formativo artistico, povero di risorse e incapace di trattenere o attrarre i talenti migliori;
– nella valutazione delle istituzioni culturali quasi esclusivamente in base ai numeri di pubblico, che spinge verso mostre “sicure” e spettacolarizzate, spesso storicizzate o importate, a scapito della ricerca e della produzione;
– nella retorica dei “buchi” di bilancio applicata alla cultura, invece che in quella degli investimenti;
– nella crescente confusione tra cultura e intrattenimento, con fondi destinati sempre più spesso a operazioni di puro consumo.

È in questi nodi strutturali che andrebbe cercata la causa della limitata incidenza internazionale dell’arte italiana oggi, non nella lista degli artisti di una singola Biennale.

Lorenzo Balbi