19 Settembre 2026 09:08

È il giorno di Rothko a Firenze. Parla il figlio (e curatore) Christopher

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Intervista a Christopher Rothko, figlio del grande artista e co-curatore della grande mostra che si inaugura oggi a Palazzo Strozzi di Firenze

A Palazzo Strozzi di Firenze si inaugura una delle più ampie retrospettive italiane dedicate a Mark Rothko, protagonista assoluto dell’astrazione del Novecento. La mostra, visitabile fino al 26 luglio, riunisce oltre quarant’anni di ricerca pittorica e porta a Firenze opere provenienti da importanti collezioni internazionali. A curarla, insieme alla storica dell’arte Elena Geuna, è Christopher Rothko, figlio dell’artista e da molti anni impegnato nello studio e nella diffusione della sua opera.

Il legame personale con questo lavoro è inevitabile ma non sempre semplice. Quando Rothko morì, Christopher era ancora un bambino. «Avevo soltanto sei anni e quindi i ricordi concreti della vita con lui sono pochi», racconta. «Quello che mi accompagna davvero è piuttosto la consapevolezza di quanto la sua esistenza fosse inseparabile dalla pittura. Per lui dipingere non era una professione: era il modo di stare al mondo».

 

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio

Il percorso espositivo permette di seguire l’intero sviluppo della sua ricerca. Accanto alle grandi tele astratte, che hanno reso celebre Rothko, compaiono anche lavori figurativi degli anni Trenta, raramente esposti e in parte provenienti dalla collezione dei figli dell’artista. Queste opere raccontano un momento iniziale spesso trascurato, quando il pittore realizzava scene urbane, interni e figure umane. «Molti immaginano Rothko come un artista che sia arrivato subito all’astrazione», osserva Christopher Rothko. «In realtà il suo linguaggio si è trasformato lentamente. Anche nei dipinti figurativi, però, il suo interesse non era descrivere la realtà: cercava già qualcosa di più profondo, una dimensione emotiva dello spazio».

Il progetto espositivo, sostenuto dal direttore di Palazzo Strozzi Arturo Galansino, si inserisce nella programmazione delle grandi mostre che negli ultimi anni hanno segnato l’attività del palazzo. Non è casuale che arrivi dopo la grande esposizione dedicata a Beato Angelico, pittore che Rothko ammirava profondamente per la dimensione contemplativa della sua arte.

Christopher Rothko
Christopher Rothko
Viaggio in Italia

La mostra si estende anche oltre Palazzo Strozzi, coinvolgendo il Museo di San Marco e il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana. La scelta non è casuale: sono proprio alcuni dei luoghi che più colpirono Rothko durante il viaggio in Italia del 1950. «Quando visitò l’Italia rimase profondamente segnato da certi ambienti», spiega Christopher Rothko. «Non si trattava solo delle opere d’arte, ma del modo in cui pittura, architettura e spazio creavano un’esperienza emotiva unica». Già negli anni trascorsi a New York l’artista studiava con attenzione i maestri italiani nelle sale del Metropolitan Museum of Art e della Frick Collection.

Ma il viaggio in Italia trasformò quella conoscenza teorica in una scoperta diretta. «Alcuni luoghi lo colpirono in modo particolare», racconta il figlio. «Le celle dei monaci affrescate da Beato Angelico a San Marco oppure il vestibolo progettato da Michelangelo alla Laurenziana. In quegli spazi capì che l’architettura poteva avere un’intensità emotiva straordinaria». Quell’esperienza avrebbe influenzato profondamente la sua pittura. «Da quel momento il suo obiettivo non fu più semplicemente realizzare quadri da osservare», spiega Christopher Rothko. «Voleva creare ambienti visivi in cui il pubblico potesse entrare, quasi come se si trattasse di luoghi interiori».

 

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio

Dopo molti anni di studio dell’opera paterna, Christopher Rothko ritiene che proprio questa dimensione emerga con particolare chiarezza nella mostra fiorentina. L’evoluzione del linguaggio pittorico, insieme agli acquerelli e agli schizzi preparatori esposti, mostra come il colore fosse soltanto uno degli strumenti della sua ricerca. «Si parla spesso del colore quando si parla di Rothko», osserva. «Ma in realtà il suo vero interesse era lo spazio: costruire un campo emotivo credibile in cui lo spettatore potesse sentirsi coinvolto».

Un’esperienza silenziosa e meditativa

Questa riflessione è al centro anche del libro che Christopher Rothko ha recentemente pubblicato, Dentro l’opera, per Marsilio Arte. Il volume raccoglie saggi e testi scritti nel corso di quasi trent’anni e nasce dal desiderio di spiegare cosa accade quando ci si trova davanti a un dipinto di Rothko. «Non volevo raccontare ancora una volta la sua biografia», precisa. «Mi interessava piuttosto ragionare sull’esperienza dello spettatore e su come questi dipinti riescano a stabilire un rapporto così diretto con chi li guarda». Il rapporto tra Rothko e il sistema dell’arte fu spesso complicato, soprattutto per la sua determinazione a difendere il significato del proprio lavoro.

 

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio

Un episodio emblematico riguarda i murali destinati al ristorante del Seagram Building. «Quando capì che quei dipinti sarebbero stati installati in un ristorante elegante», ricorda Christopher Rothko, «decise di rinunciare all’incarico. Pensava che quelle opere richiedessero un contesto di concentrazione e silenzio, non un ambiente mondano». Anche all’interno dell’Espressionismo astratto la sua posizione rimase in parte isolata. «Altri artisti della sua generazione, come Jackson Pollock o Willem de Kooning, erano molto interessati alla dimensione fisica e gestuale della pittura», osserva il figlio. «Mio padre invece cercava qualcosa di diverso: un’esperienza più silenziosa e meditativa».

La sua identità di immigrato contribuì probabilmente a questa prospettiva. Nato nell’Impero russo e cresciuto negli Stati Uniti, Rothko mantenne sempre un rapporto complesso con entrambe le culture. «Sentiva di appartenere a più mondi», racconta Christopher Rothko. «Da un lato l’Europa rimase sempre un punto di riferimento culturale; dall’altro l’America gli offrì una libertà straordinaria, permettendogli di sviluppare un linguaggio completamente personale».

 

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026, foto Ela Bialkowska, OKNO Studio

Proprio per questo, conclude, vedere oggi i suoi dipinti a Firenze assume un significato particolare. «Credo che sarebbe felice di sapere che il suo lavoro dialoga con questi luoghi», dice Christopher Rothko. «Sono spazi che lo avevano profondamente colpito e che, in qualche modo, continuano a far parte della sua storia».