
Nabil Nahas, l’artista chiamato a presentare il Padiglione del Libano, propone una inedita fusione di simbologie islamiche e suggestioni bibliche
In un momento socio-politico come quello attuale, il Libano è quanto mai sotto osservazione. E lo sarà anche alla Biennale di Venezia, che si sta trasformando in osservatorio di dinamiche internazionali del tutto avulse da questioni artistiche. In questo contesto Nabil Nahas, l’artista chiamato a presentare il Padiglione libanese, pare voler svolgere il ruolo del pompiere. Al centro della sua ricerca emerge una fusione inedita di riferimenti: da un lato la geometria e la simbologia dell’arte islamica, dall’altro suggestioni bibliche. Con una sensibilità maturata nel contesto dell’astrazione americana.
Nato a Beirut e attivo tra Libano e Stati Uniti, Nahas è noto per le sue superfici pittoriche dense e materiche. Dove astrazione e figurazione convivono in un equilibrio sospeso. Per Venezia, l’artista presenta un progetto immersivo – Don’t Get Me Wrong – concepito come un ambiente esperienziale che riflette sul rapporto tra umanità, natura e cosmo. Una combinazione che dà vita a un linguaggio visivo che attraversa culture e spiritualità, trasformando la pittura in uno spazio meditativo e quasi rituale.
Il progetto per il padiglione libanese si sviluppa come una grande installazione composta da una sequenza di tele monumentali. Le sue opere, sospese tra caos e armonia, restituiscono un’immagine del mondo in cui ordine naturale e dimensione spirituale si intrecciano profondamente.



