
Wakim in scena con la compositrice Samar Haddad King per una colonna sonora costruita su anni di registrazioni sul campo in Palestina
C’è uno slackline teso a metà palco, aperto verso il pubblico come una domanda. Un elastico da acrobata che divide lo spazio in due senza chiuderlo del tutto, lasciando uno squarcio verso la platea – e verso di noi, chiamati a prendere posizione mentre guardiamo. È la scena essenziale di Losing It, lavoro della coreografa e performer palestinese Samaa Wakim, andato in scena il 12 marzo al Nuovo Teatro Ateneo di Roma, con la compositrice Samar Haddad King che esegue dal vivo una colonna sonora costruita su anni di registrazioni sul campo in Palestina.
Lo spettacolo era già stato ospitato in Italia nel 2024 per il festival Supernova organizzato da Motus. Tornarci oggi, con il genocidio a Gaza ancora in corso, non è la stessa cosa. Il pubblico dell’Ateneo lo sa: al termine della performance si prende un momento di sospensione collettiva, un silenzio lungo che precede l’applauso e che vale più di qualunque commento.
Il lavoro nasce dalla raccolta di testimonianze dirette. È la stessa Wakim a spiegarlo: le storie dei checkpoint tra la Cisgiordania e la Palestina del ’48, le sensazioni fisiche durante gli incidenti, un corpo che “a volte era come paralizzato”. Da quel materiale, sedimentato nel tempo, si è costruita una drammaturgia corporea che non illustra – mostra. Il corpo della performer vibra, rimbalza, si divincola in un marasma di fantasmi e pericoli, mentre il tappeto sonoro di Haddad King intreccia suoni di quotidianità – rumori domestici, voci, atmosfere – che ci immergono in un’esistenza dove la sopravvivenza è equilibrismo permanente.
Scena spoglia
Tra i momenti più riusciti dello spettacolo, quello in cui suoni e sequenze fisiche sembrano suggerire scenari sovrapposti e inconciliabili: un bombardamento e un matrimonio, fuochi d’artificio e carneficina, un rave e una strage. Tutto insieme, simultaneo, indistinguibile. Non è una metafora facile sulla violenza – è la struttura percettiva di chi vive dentro quella realtà, dove la festa e la morte condividono lo stesso suono.
Nel momento più acuto della performance, Wakim si appoggia alla corda e scappa nell’aria, sospesa, mentre un conto alla rovescia ossessivo scandisce il tempo massimo per mettersi in salvo. Poi esce di scena. Rientra nel silenzio: una silhouette minuta e potente che porta con sé qualcosa di irriducibile – la stessa densità tragica e poetica di una Giulietta Masina ne La strada. Il tentativo di attraversare quella fune senza perdere pezzi di sé, senza restare divisa a metà, è la cifra di un’intera esistenza – e di un’intera lotta.
Losing It non cerca la commozione facile. La sua forza sta nel rigore: una scena spoglia, una partitura sonora costruita sul reale, un corpo che non recita ma abita. Ciò che resta, usciti dal teatro, è la sensazione fisica di aver incrociato qualcosa di vero – e la consapevolezza che quella verità continua, fuori dal palcoscenico, ogni giorno.



