18 Settembre 2026 21:39

D’oro e d’argento. Carla Accardi in mostra alla Galleria dello Scudo a Verona

Carla Accardi, Ororosso (Oriente n. 1) (1965; tempera alla caseina su tela 190 x 219,5 cm; Roma, collezione dell’artista
Carla Accardi, Ororosso (Oriente n. 1) (1965; tempera alla caseina su tela 190 x 219,5 cm; Roma, collezione dell’artista
L’oro e l’argento permettono a Carla Accardi di sperimentare per un anno, più o meno, un linguaggio che adotta segni ripetuti, sinuosi e dinamici. La produzione dell’artista compresa tra il 1964 e il 1965 è al centro della mostra in corso fino al 24 aprile alla Galleria dello Scudo a Verona

Esiste una foto di Carla Accardi del 1964. È ritratta nel suo studio in via del Babuino a Roma mentre dipinge a piedi nudi sopra una sua tela. Molto lontana dallo spasmo gestuale di un Pollock. La sua postura è composta, controllata, nessuna danza, consapevole dei segni che sta imprimendo sul quadro. Sfatando il luogo comune che l’arte non è per le donne, l’artista si è fatta strada in un mondo di uomini fino a essere la protagonista della mostra antologica, curata da Daniela Lancioni e Paola Bonani, a Palazzo delle Esposizioni a Roma.

Smentendo anche il padre che l’aveva sconsigliata dicendole che “non si è mai vista un Raffaello donna”. E la figlia gli risponde con l’Autoritratto di tre quarti del 1946 che ricalca quello celebre del pittore urbinate. E sono ancora Lancioni e Bonani insieme a Bruno Corà a scrivere i testi in catalogo per la mostra Carla Accardi. Oroargento. Dipinti 1964 – 1965 alla Galleria dello Scudo a Verona. Il cui focus è costituito appunto da un nucleo di opere realizzate tra il ’64 e il ’65.

Carla Accardi, Oroblu (Oriente n. 2) Roma, collezione dell’artista
Carla Accardi, Oroblu (Oriente n. 2) Roma, collezione dell’artista
Carla Accardi alla Galleria dello Scudo a Verona

Contraddistinti dall’utilizzo dell’oro e dell’argento che permettono all’artista di sperimentare per un anno, più o meno, un linguaggio che adotta segni ripetuti, sinuosi e dinamici che si aggregano all’interno di forme chiaramente diverse da quelle intricate e quasi angoscianti che l’artista aveva intrapreso dopo l’adesione al gruppo Forma, con Ugo Attardi, Pietro Consagra, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo, Giulio Turcato. Tutti artisti che dopo essersi confrontati con la figurazione, opteranno per l’astrazione. E non per l’informale. Dell’Informale, Accardi in particolare, a parere di Bruno Corà, “non condivide il sottofondo poetico carico di angoscia esistenziale. Il suo slogan ‘dimenticare e mettersi in salvo’ vuole dire superare una serie di condizioni che hanno influito sulla vita di artisti, uomini e donne, e vivere, fare esperienze, dipingere, non piangersi addosso”. Esperienze che, quando Guttuso ne viene a conoscenza, definisce “scarabocchi”. Valutazione condivisa da Togliatti che su Rinascita, con “molta grazia”, vede nelle loro opere l’espressione degli sciocchi.

Carla Accardi, Grigio scuro oro, 1964
Carla Accardi, Grigio scuro oro, 1964
Galleria dello Scudo a Verona. Le opere

Le opere presenti a Verona, con l’oro e l’argento che la fanno da padroni disegnando forme geometriche, losanghe, quadrati, diagonali, sono una ventina, di cui sette di grandi dimensioni, insieme a diverse carte intelate meno estese. Sono opere che nascono dopo una visita dell’artista ai monumenti bizantino-ravennati. Con particolare sosta rivelatrice davanti al mausoleo di Gallia Placidia. Determinante, insieme alle Compenetrazioni iridescenti di Giacomo Balla, alla realizzazione dei grandi dipinti. 

La tempera alla caseina su tela Grigio scuro oro del 1964, con le sue fasce in diagonale, losanghe e parallelepipedi che formano un particolare alfabeto, rimandano a quei mosaici persiani attraversati da una grafia che si estende all’infinito. Ororosso (Oriente n. 1), Oroblu (Oriente n. 2) e Scacchiera oroverde riflettono criteri diversi nella progettazione e nella sistemazione dei segni. Che acquistano maggiore spessore e un ritmo più regolare. Dove pittura e fondo hanno lo stesso ruolo nell’ enunciazione dell’immagine.

L’esposizione veronese comprende anche una nutrita serie di opere su carta. Un nucleo che utilizza i pigmenti oro e argento su carte colorate e mai viste in pubblico nel suo insieme. In uno spazio che ancora una volta privilegia la bicromia, Accardi realizza una serie di matasse, come lei stessa le definisce, in cui il segno si muove libero e si avvolge in sequenze continue dall’andamento circolare, indirizzate verso il centro del foglio di carta o estese fino ai suoi limiti estremi.