
Andrea Sandri, colto direttore della galleria Robilant+Voena (via della Spiga 1, Milano), nell’introduzione del catalogo della prima mostra personale di Maria Kreyn, Continuum, mette in evidenza come e perché, nella nostra era “della mente espansa” – secondo la valutazione del nuovo millennio di Chat GPT – sia necessario recuperare un dialogo tra antico e presente, classico e moderno, per tornare a riflettere sulla condizione umana compresa tra nascita e morte, conflitto e ricostruzione, eros e spiritualità: i grandi temi dell’arte di tutti i tempi.
Maria Kreyn (1987), vive e lavora a New York. Autodidatta nella pittura, ha studiato matematica e filosofia all’Università di Chicago. È affascinata dalla cultura europea, dalle neuroscienze e dalla mitologia. Nell’epoca di cambiamenti climatici epocali senza precedenti, svela la sua idea di paesaggio in otto dipinti a olio di diverso formato, in cui inscena un dialogo “spirituale” con il prezioso acquarello di Joseph Mallord William Turner The Splugen Pass (1842-43), definito da John Ruskin “il miglior paesaggio svizzero mai dipinto dall’uomo”.
Il tema centrale della mostra è il sentimento del paesaggio in bilico tra astrazione e figurazione, dissolto in virtuosismi cromatici carichi di metafore visive, come documentano i suoi dipinti che irradiano di colore le tre sale dalle pareti cangianti della galleria milanese intorno all’opera di Turner, anticipatore dell’Impressionismo. Kreyn configura complesse idee scientifiche, cogliendo tra uno sfumato e l’altro – in composizioni rigorose – il pathos del Cosmo immerso in visioni struggenti, che aprono una riflessione sul concetto di sublime del paesaggio come luogo dell’anima.

Nelle sue visioni neoromantiche volte alle creazioni ibride, tra segni geometrici e ovoidali, tutto è rigenerazione costante, appunto in continuum, come suggerisce il titolo della mostra. Con l’umido paesaggio leonardesco della Vergine delle Rocce (1483-1486), dipinto rivoluzionario per la prospettiva aerea, la tecnica dello sfumato dagli effetti atmosferici, e un cielo punteggiato da numerose particelle, osserviamo varianti sulla rinascita, la creazione e la ricerca di una materia pittorica che si addentra simbolicamente nel mistero della vita, là dove la luce trova la sua essenza.
Kreyn presenta paesaggi simbolici di eco romantico in cui inquietudine e quiete, ordine e caos si fondono in pennellate “vaporose”, seppure concrete e materiche, in un’atmosfera sublime e inquietante dall’energia ipnotica. Questi paesaggi dell’anima sembrano sfiorare gli abissi e preannunciare una imminente tempesta, passando dal cielo al mare, fino alle origini del magma gassoso primordiale, dove dopo la catastrofe si genera l’eterno Silenzio; e lì tutto è calma, armonia, rinascita e contemplazione.
Nei suoi dipinti osserviamo una Natura che si manifesta ai nostri occhi come esperienza percettiva cromatica e formale, assemblata in un cumulo di materia pittorica in un mondo sempre più smaterializzato e dematerializzato di “non cose”, come suggerisce il filosofo coreano Byung-Chul Han, con visioni travolgenti e pacate insieme, composte da forme ogivali incastonate in prospettive aeree, a fuoco centrale, in cui balza all’occhio la deflagrante maestosità della ‘natura matrigna’, di leopardiana memoria. Kreyn porta sulla tela percezioni e deflagrazioni atmosferiche – come l’acqua, l’aria, masse gassose, vapori – apparentemente fuori controllo, ma in realtà i suoi dipinti danzano in equilibrio precario tra origine e fine.

Incanta Self-Generation Labyrinth (2026), dipinto che configura una transazione tra Illuminismo e Romanticismo, Scienza e Natura, cogliendo nella trama pittorica compatta e vaporosa insieme quel misterioso mutamento dell’infinita varietà cromatica del mare e del cielo, nella profondità di fenomeni e moti dell’oscurità che, incontrandosi con la luce in differenti condizioni ambientali, svelano una struggente ‘ecosofia’ andando oltre la scienza e le leggi organiche degli esseri viventi, nel tentativo di condurre l’osservatore – non frettoloso – sul crinale dell’Assoluto.
La sua è una pittura praticata come riflessione e possibilità di conoscenza di un altro paesaggio, in cui classicismo e dinamismo moderno si manifestano in visioni in continua metamorfosi come iterazione tra luce, oscurità e (in)finito in una dimensione verticale del tempo.



