
Qualcuno a Mestre ha deciso che la terraferma veneziana meriti un laboratorio permanente sul digitale e sul contemporaneo: ecco svelato CIRCUIT, con la personale di Federica di Pietrantonio
Okay, Mestre. Non Venezia. Mestre la terraferma, il posto che esiste oltre il ponte della libertà, quel posto che tutti attraversano in macchina per andare da qualche altra parte. E invece qualcuno ha deciso di fermarsi lì, di aprire uno spazio in una calle con un nome da osteria, Calle del Gambero, e di dire: qui succederà qualcosa. L’idea è di Herwig Egon Casadoro-Kopp (HECK), artista e filosofo esperto nell’analisi dell’impatto delle nuove tecnologie sulla società e sul mondo dell’arte contemporanea è l’uomo, la mente di CIFCUIT insieme ad un Comitato organizzativo niente male composto da Elena Casadoro Kopp, Francesca Fungher e Andrea M. Campo. Insomma le cose si fanno bene e con una certa visione in quel di Mestre, un lavoro corale. Mi piace già. CIRCUIT, ha aperto sabato 11 aprile con una mostra personale di Federica Di Pietrantonio che si chiama SUNBURN. E io voglio parlarvi di questa mostra perché è esattamente il tipo di cosa che mi fa ancora credere nell’arte contemporanea quando tutto il resto mi vuole convincere che è ormai solo mercato e decisioni opinabili di fantomatici galleristi, curatori e critici. Parliamo del titolo: SUNBURN, Scottatura solare. La curatrice Laura Cocciolillo lo spiega bene: è la pelle di chi non è più abituata al sole. La pelle di chi sta dentro, davanti a uno schermo, irradiata da una luce che non è la luce del sole. Siete voi. Sono io. Siamo tutti noi, seduti, curvati, connessi, consumati da qualcosa che promette connessione e invece ci isola in modo così sofisticato che quasi non ce ne accorgiamo.

Di Pietrantonio ha 29 anni, viene da Roma, e fa una cosa rara: pensa con i materiali. Non illustra concetti. Non fa arte che spiega sé stessa con un foglio di sala di quattro pagine. Fa pittura (smalto su tela, stratificato lentamente, quasi ostinatamente fisico) su soggetti che sono tutto tranne fisici: posture davanti ai monitor, sedie da gaming, schiene curve, corpi che si sono fusi con la loro infrastruttura digitale, the SIMS come mood. C’è un’opera che mi ossessiona solo a sentirla descrivere. Si chiama Das Eismeer (office core), 2024. Prendete il quadro di Caspar David Friedrich (quel naufragio nel ghiaccio, quel sublime romantico devastante, quella solitudine cosmica….quel Leopardi dentro ognuno di noi) e traslatelo in un open space contemporaneo. Il collasso produttivo come paesaggio romantico la sedia da gaming come iceberg. È una trovata che sembra una battuta e invece è una visione è il tipo di idea che ti fa pensare: perché non l’ho vista prima? Era ovunque. Eppure…e poi c’è SuspenseState: un piumone con stampate sopra stringhe di codice che descrivono il passaggio da awake ad asleep (come se il sonno umano fosse un processo informatico di default). Con una traccia audio in sottofondo è semplice è forse quasi ingenuo ma è devastante anche se ricorda qualcosa che ancora non mi è molto chiaro nei miei archivi della memoria. La mostra scende nelle sottoculture digitali tipo hikikomori, goldfarmer, ritiro sociale, economie virtuali parallele, con la precisione di un’antropologa e la sensibilità di una pittrice. Non c’è giudizio, neanche l’ombra della nostalgia per un mondo analogico perduto. C’è qualcosa di più difficile: attenzione, una vera attenzione a come viviamo oggi. Nella serie the edge of collapse, lo spettatore si ritrova in contatto visivo con un avatar, una realtà contro la virtualità ma la cosa interessante è che Di Pietrantonio non risolve la tensione semmai la sospende come il bottone della pausa sul telecomando.

I suoi lavori non hanno climax, se cercate l’evento è sempre imminente e non arriva mai ma potete percepirlo nell’aria. È la struttura emotiva di stare online: attesa permanente, eccitazione senza scarico, notifiche che promettono qualcosa che non arriva mai. Se non si monterà la testa e continuerà di questo passo, probabilmente diventerà l’artista che ci meriteremmo in questo settore. Ma dipenderà da lei e dal pubblico che deve imparare ancora molto sull’argomento nuove tecnologie, media etc. Invece CIRCUIT non è solo uno spazio (oltre cento metri quadri tutti percorribili con tanto di project space) che ospita un bookshop, una rivista, una casa editrice, talk, formazione. Qualcuno a Mestre ha deciso che la terraferma veneziana, culturalmente vergine come dicono loro, merita un laboratorio permanente sul digitale e sul contemporaneo. Non a Milano. Non a Roma. A Mestre. Trovo questo coraggioso nel modo in cui le cose coraggiose spesso sembrano semplicemente ovvie, in retrospettiva. Ma io ve lo dico adesso, perché così almeno io vi ho detto come la penso sull’argomento. L’arte che conta, quella che rimane, è quella che ti mostra qualcosa che già sapevi ma non avevi ancora visto. SUNBURN fa questo, ti fa vedere la tua postura, il tuo schermo e la tua pelle che non ricorda più il sole. Andate a Mestre, la mostra è aperta fino al 30 maggio, da mercoledì a venerdì, rimarrete convinti che non sia Mestre e questa è parte della magia di questo progetto.




