
Nino Springolo, artista appartato ma centrale dell’arte veneta del primo Novecento, viene riproposto al Museo Baili di Treviso per sottolineare la profondità della sua ricerca pittorica
Non sono pochi i pittori le cui biografie registrano contrasti, anche intensi all’interno dell’ambiente familiare, mirati a scoraggiare il loro talento. Degas per esempio. Il padre lo voleva in banca o in magistratura. Quello di van Gogh, pastore protestante, nella sua pittura vedeva solo fallimenti. Cézanne è stato costretto a dipingere di nascosto. Non sfugge a questo destino avverso, almeno inizialmente, il trevigiano Nino Springolo: avrebbe dovuto seguire l’attività paterna che commerciava in tessuti. Quando il padre chiede aiuto alla moglie, cerca di minimizzare: “No stemo dramatizzar. E se robe da fioi. Cossa vo tu. Anca a fia de Carlesso a voi far a baerina”. Poi la sua passione è stata accettata e assecondata. E Springolo, al di là di ogni aspettativa, raggiunge il successo sia in Italia sia all’estero. Imponendosi con una pittura figurativa radicata nell’ambiente di origine.
Elisa Prete nel suo saggio, Nino Springolo, l’impressione decantata (Canova edizioni), si sofferma in particolare sul percorso creativo dell’artista che ha il proprio retroterra nelle colline trevigiane. Nel Sile, il fiume che attraversa la città. Nelle figure della comunità di appartenenza. Habitat urbano e paesaggio come parte integrante della sua vita e del suo fare. La cifra stilistica nelle tele di Springolo, si legge ancora nel saggio, sia nei ritratti sia nei paesaggi sia nelle nature morte, è la coerenza. E l’attenzione è rivolta agli aspetti cromatici più che “alla resa plastica” dei soggetti rappresentati.

La mostra di Nino Springolo al Museo Civico Bailo di Treviso
Ora il Museo Civico Bailo di Treviso lo ripropone nelle oltre cento opere della mostra Nino Springolo e “i due compagni”, in occasione del cinquantenario della morte e del 140esimo anniversario della nascita, curata da Fabrizio Malachin, Eleonora Drago e Manlio Leo Mezzacasa. Nelle loro intenzioni, si vuole sottolineare da un lato l’indipendenza dell’artista, la sua onestà intellettuale, dall’altro la sua convinta partecipazione ai fermenti culturali europei: analizzando il cromatismo dei postimpressionisti; sperimentando le scelte divisioniste; impossessandosi della lezione di Cezanne e riflettendo “sugli antichi”, fino a sfiorare nelle ultime creazioni una pittura che sembra sfiorare il naïf. Springolo comunque ha sempre rivendicato la propria autonomia. Anche se, fa notare Malachin nel suo intervento in catalogo, non è mai stato indifferente ai grandi movimenti. Riprendendoli, innovandoli, per giungere poi a scelte personali. Rimanendo fedele a se stesso. Una pittura che non conosce l’irruenza. Che non è mai dirompente. Dino Buzzati sosteneva che Springolo “è il campione dello scrupolo… Sul tono di una foglia è capace di combattere per delle settimane”. Ancorata in ogni caso al vero, nella costante ricerca dell’equilibrio, dell’armonia, dei giusti rapporti tra luci e colori.

La mostra di Nino Springolo al Museo Civico Bailo di Treviso. Il percorso
Il progetto espositivo si articola in quattro sezioni: Paesaggi, Ritratti, Nature morte, e una sala conclusiva intitolata “I due compagni”, ispirata al romanzo di Giovanni Comisso e dedicata ai rapporti con Gino Rossi e Arturo Martini.
Fra i paesaggi sono stati inseriti gli oli, I monti con la neve del 1912, Canale presso la laguna del 1913 con la stesura a tasselli che alterna il tratto orizzontale con il verticale, movimentando le masse cromatiche. E, fra l’altro, le composizioni pittoriche create fra il 1920 e il 21: Casetta bianca in collina, Il campaniletto di Onè, piccolo centro della campagna trevigiana, dove Springolo rievoca in modo personale la lezione di Cézanne. Guardando alla struttura del dato e ricostruendolo mediante la dinamicità del segno-colore, “senza la riduzione del dato oggettivo ai minimi termini, o la sintesi antinaturalistica delle forme” (Elisa Prete). Coma avverrà in Gino Rossi.
Fra i ritratti, quello della Signorina in viola del 1924, con le spalle non allineate per via del braccio sinistro arcuato sulla spalliera della sedia, e quello della Giovane signora del 1930, con i capelli a caschetto, la veste rossa con tracce di nero, la collana di perle, sembra prevalere la granulosità della materia pittorica. Una narrazione priva di enfasi che cattura, nonostante la necessità della posa, la dimensione intima del quotidiano. Fra le nature morte spiccano le rigogliose foglie delle Rose rosse del 1972 invano trattenute dalle appuntite foglie verdi.

La mostra di Nino Springolo al Museo Civico Bailo di Treviso. Sezione finale
Nell’ultima sezione della mostra, Arturo Martini è presente con l’essenzialità, la resa senza condizioni all’irrompere flagellante dell’alcol nel corpo e nello spirito, la mancanza di ogni idealizzazione del suo L’ubriaco, il gesso del 1910. Di Gino Rossi in mostra bisogna sottolineare la presenza di Mestizia, esposto la prima volta a Ca’ Pesaro nel 1911. Il soggetto è una donna in costume popolare. Si caratterizza per la composizione a mandorla e i volumi dalle campiture piatte delimitate da linee scure che ricordano il cloisonnisme tipico di Gauguin.
La mostra di Nino Springolo al Museo Civico Bailo di Treviso. Informazioni
Titolo mostra: Nino Springolo e “I due compagni”
Autori: Springolo, Gino Rossi, Arturo Martini
Curatori: Fabrizio Malachin, Eleonora Drago, Manlio Leo Mezzacasa
Sede: Museo Bailo Treviso
Fino all’1 novembre 2026



