19 Settembre 2026 01:47

Peter Belyi: arte e censura hanno fili invisibili

153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato
153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato
153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse è il titolo della mostra che la Galleria San Fedele dedica all’artista russo

L’arte contemporanea ha un focus nelle avanguardie russe, di circa 100 anni fa, a cavallo della Rivoluzione d’Ottobre (1917- ’24) che influenza tutta l’Europa. Ma, con la morte di Lenin e la nascita dell’Unione Sovietica, la porta si chiude. Quelle opere spariscono. Ricompaiono parzialmente nelle gallerie e nei musei di Mosca dopo la caduta del Muro di Berlino (1989). Prima in nessun museo russo c’era traccia di Malevic, Popova, Lissitzky, Puni, Rozanova, Rodchenko, Tatlin, Popova, nonostante nel 1977 George Costakis avesse donato parte della collezione di quelle opere alla galleria Tretyakov di Mosca.

Costakis, di origine greca, era il più grande importatore di tabacco e questo gli ha dato la libertà di infrangere l’esclusione in cui vivevano gli artisti (e anche i poeti) di quell’epoca, di acquistare le loro opere, portarle a Salonicco, dove sono diventate il museo della città.

 

153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato
153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato

Dall’inizio degli anni ’90 ha promosso mostre nei musei di tutto il mondo, e così le opere e i giorni di quella generazione sono entrati nelle nostre case. La cosa che, credo, abbia emozionato tutti, non riguarda solo l’originalità delle opere, ma la collaborazione personale che ha reso possibile il loro recupero. Quando si vede una mostra il desiderio di trasportarla con sé è spontaneo. Ho visto la collezione Costakis per la prima volta alla fine dell’88 in Scozia, ed è stato come se mi avesse presentato a figure che, come aveva fatto lui, potevo portare a casa e non solo leggere dai libri.

È quello che provo guardando la mostra di Peter Belyi, dove non c’è la citazione delle avanguardie, ma è spontaneo ripensarci. Riguarda il fatto che Belyi vive a San Pietroburgo o è una realtà che si ripete? Forse ambedue le cose. Belyi aggiunge una cifra emotiva che permette di guardare e distinguere le proprie conoscenze, aggiungere e togliere. Parole così illuminate da diventare illeggibili Obscure Light o Return to painting, dove una nuvola in cemento si solleva senza peso attraverso fili di ferro che sembrano senza tensione. È un’altra figura della censura, a cui si abbina il filo d’acciaio? Non solo nella Russia staliniana, ma in tutto il mondo.

 

153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato
153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato

Ed è proprio a Tatlin e al suo Monumento alla Terza Internazionale, che mi fa pensare Belyi con la scultura Silence, dove le aste di legno strette insieme come un mazzo di rami, fanno ipotizzare un movimento manuale, impossibile senza macchinari, eppure è quello che viene in mente. O meglio ci riporta all’inizio dell’evoluzione umana, quando nella parola textum, (tetto) appare la capacità di che (costruire) e “textum” (intreccio e testo, scrivere). Belyi sega, spella, taglia i rami come fossero fiori e allo stesso tempo compone la forza perché lo spettatore se ne renda conto. Unisce cultura e cesura, pensiero e censura. Emoziona questo suggerimento di passato – presente, dove le contraddizioni riemergono, si modificano, si moltiplicano.

E non a caso intitola il suo progetto “Modellazione commemorativa“, termine col quale si alludeva a un’architettura utopica in grado di intercettare il futuro, durante gli anni della formazione dell’Unione Sovietica, che intanto, imprigionava, censurava le avanguardie artistiche, letterarie, giornalistiche: e continua a farlo. Ma oggi sappiamo che tra passato e futuro non c’è linearità, ma reti a volte sovrapponibili, a volte no.
Belyi descrive un processo che si acquieta, si rinvigorisce, cambia confini, in base a reciprocità che esistono, anche quando non sono condivisibili.

 

153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato
153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato

Ad esempio, Dialect, è una carta addossata su una base, dove ha allineato una sequenza di chiodi, contorti, piegati, spezzati che ha raccolto dalle baracche del Gulag di Perm, o da edifici in rovina di San Pietroburgo. Evocano la grafia di un alfabeto improbabile, ma il disegno è di una pagina scritta a mano. Immediatamente lo si associa all’espressione burocratica, normativa, ma anche alle parole quotidiane. Chi non vorrebbe che i propri discorsi fossero “inchiodanti” e al contempo non teme che virino in affermazioni autoritarie?

C’è un’altra visione che sorprende: Pause. Una lama di sega, appesa a un sottile filo metallico di fronte a una parete, sparge vernice nera tutto intorno, come immaginiamo succeda ai frammenti che si liberano quando si taglia una lastra di ferro, di marmo, di legno. Ma è anche quello che speriamo l’arte sappia disegnare per noi. E in quella parete, da cui inizia la scala per salire al secondo piano della Galleria San Fedele, è istintivo toccare il colore nero, seguire con le dita l’onda che si infrange sul muro, individuare schizzi e bolle, che normalmente si liquefano nel mare. O negli scoppi prodotti dalle armi, figuriamoci dai droni. Qui, invece, la pittura ci permette di “prenderli in mano” e di iniziare un dialogo imprevisto.

 

153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato
153 Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse, Galleria San Fedele, Milano, foto Luca Casonato