
Nella Sala del Foro Romano della Veneranda Biblioteca Ambrosiana la mostra della poliedrica artista madrileña dedicata a Lucrezia Borgia
Una grande installazione immersiva, una riflessione contemporanea sul corpo e sul femminile. Che la narrazione storica ha spesso relegato a oggetto di giudizio e linguaggio frainteso. Indagandone invece la profondità simbolica e spirituale. Si presenta così Cantarella, la mostra site-specific della poliedrica artista madrileña Nuria Mora tenutasi nei giorni dell’art week milanese nella Sala del Foro Romano della Veneranda Biblioteca Ambrosiana.
L’origine del progetto, curato da Elisabetta Mero e Gianluca Ranzi, risale a una visita dell’artista alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Dove ha potuto apprezzare i capolavori di Leonardo e Caravaggio e opere come le nature morte di Brueghel. È stata tuttavia un’opera su tutte a rimanerle impressa, ovvero la preziosa Teca realizzata da Alfredo Ravasco nei primi del ‘900 in cui è custodita una ciocca di capelli di Lucrezia Borgia. A questa presenza si affianca anche la memoria documentaria delle lettere che Lucrezia indirizzò all’amico umanista Pietro Bembo, anch’esse conservate dall’Ambrosiana, contribuendo a rendere ancora più stretto il legame tra la mostra e il luogo che la ospita.

È stato proprio questo “incontro” che l’ha ispirata al punto da spingerla a riscattare questa figura storica, che nella mostra riemerge invece come una presenza luminosa. L’immagine di questa donna è stata notoriamente segnata nei secoli dai sospetti legati alla cosiddetta leggenda nera dei Borgia. Fu in realtà donna colta e diplomatica, capace di esercitare un ruolo politico significativo, immeritevole di essere appiattita al cliché della seduttrice e avvelenatrice seriale.
Intelligenza sottile e profonda
Il titolo stesso della mostra – Cantarella – richiama direttamente il famigerato veleno rinascimentale associato alla famiglia Borgia, tradizionalmente identificato con arsenico bianco. Nell’idea dell’artista, Lucrezia Borgia è associata a un canarino, il simbolo di un’intelligenza sottile e profonda, connotata di delicatezza, interiorità e presenza.

L’allestimento occupa la Sala del Foro Romano come un’unica architettura visiva e immersiva. Due grandi tele realizzate in acrilico, olio e sabbia su lino si integrano con interventi murali che dialogano con la struttura architettonica dello spazio e superfici tessili realizzate dall’artista stessa.
La mostra presenta inoltre elementi tridimensionali che ampliano la pittura nello spazio: ceramiche smaltate, tappeti e sculture concorrono infatti a costruire un paesaggio simbolico in cui ricorrono elementi di flora, fauna, forme organiche e funghi, come presenze che sembrano emergere da una dimensione insieme naturale e mentale. In particolare spicca una scultura raffigurante una conchiglia con elementi mobili.

In questo modo Cantarella si ripresenta oggi non più come veleno ma come una riflessione contemporanea in un ambiente sospeso. In cui pittura, architettura e memoria dialogano in modo organico sulla possibilità che il femminile torni a manifestarsi come presenza luminosa: non per sedurre, ma per rivelare.



