18 Settembre 2026 20:04

Il linguaggio esplorativo-visivo di Man Ray

Man Ray: M for Dictionary, Installation view Gió Marconi, Milan. Fondazione Marconi, Milan, Photo: Fabio Mantegna

A Milano, Fondazione Marconi e Giò Marconi presentano Man Ray: M for Dictionary, un’originale retrospettiva che rievoca quella mitica del 1969, intitolata Je n’ai jamais peint un tableau récent, dedicata al padre della fotografia come linguaggio artistico, in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito, con il contributo dello studio di architettura Kuehn Malvezzi.

Il ritratto stampato in grande sulla porta vetrata all’ingresso del tempio delle avanguardie dell’uomo raggio – come lo chiamò Marcel Duchamp nel 1921 – ideatore di oggetti multipli, pittore, disegnatore, raffinato teorico, lettore convulsivo, padre della fotografia come linguaggio artistico, mostra un processo non lineare di corrispondenza tra parole e immagine, come linguaggio generativo della sua ricerca, e rende omaggio a Giorgio Marconi, che nel tempo ha svecchiato Milano con mostre memorabili di artisti italiani e stranieri. Dopo la morte di Man Ray, Giorgio Marconi rimase in stretto contatto con la vedova Juliet e spesso andava a farle visita a Parigi.

Man Ray: M for Dictionary, Installation view Gió Marconi, Milan. Fondazione Marconi, Milan, Photo: Fabio Mantegna

Da Parigi a Milano, il dado è tratto, attraverso l’americano Man Ray (1890-1976) dal genio apolide, con la mostra aperta al pubblico (fino al 24 luglio a ingresso libero) alla Fondazione e Galleria Marconi, dove l’allestimento dello studio Kuehn Malvezzi inscena cortocircuiti visivi e concettuali in un percorso espositivo dinamico, non cronologico, incentrato sulla profondità e l’ironica leggerezza, cogliendo la complessità di un genio inafferrabile che ha eletto la ricerca e la sperimentazione come atto artistico e materia plastica.

La poliedrica identità multimediale di Man Ray trova nell’ironia e nella provocazione una materia plastica in divenire che trasforma in gesto linguistico, lettere e parole in enigmi, rebus visivi per moltiplicare forme e concetti in associazioni libere intorno all’Eros e al caso.

La mostra espone Alphabet for Adults (1948), composto da quarantuno tavole, una raccolta di giochi visivi e linguistici ermetici ma suadenti in cui ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera, come per esempio ‘D’ per delightdevise o do, ‘R’ per real o regret. Basta osservare con attenzione una lettera per trovare slittamenti segnici tra parole e immagini. Il suo alfabeto instabile si espande nello spazio, dà corpo agli oggetti (non assemblaggi) e produce forme matematiche e, tra una provocazione visiva e concettuale e l’altra, si indaga come la sua fotografia si fa metalinguaggio e l’oggetto segno, materia concettuale di trasformazione in un codice che ha ridefinito l’arte.

Man Ray: M for Dictionary, Installation view Gió Marconi, Milan. Fondazione Marconi, Milan, Photo: Fabio Mantegna

Man Ray crea dispositivi del pensiero generativo sull’arte non come copia della realtà ma invenzione

La mostra, suddivisa su tre piani della Galleria e Fondazione Marconi, è articolata in cinque sezioni principali, intitolate “The Alphabet”, “Light Writing”, “Body Language”, “Objectives” e “Mathematical Objects”. Nel piano interrato sorprende la sezione In Other Words, con opere di Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wande Guyton, Allison Katz e Tai Shani, artisti della galleria Marconi che condividono con Man Ray l’attenzione al linguaggio come presupposto creativo.

Come per l’amico e complice di una vita all’insegna della ricerca di un’arte non retinica, Marcel Duchamp, incontrato nel 1915 a New York, anche per Man Ray – sulle tracce del dadaismo e del surrealismo – il linguaggio delle cose deve essere smontato e rielaborato in chiave autonoma dall’inconscio freudiano, per produrre qualcosa che mette in discussione anche il pensiero e il linguaggio stesso sull’arte.

Destabilizza al piano terra la grande parata dell’assurdo di “The Objectives” di Man Ray, mai realizzata prima, che raccoglie quarantuno tra i lavori più celebri dell’istrionico autore, adagiati come sculture classiche su una monumentale passerella color rosa che sembra sublimare la sua ricerca sulla sovversione del linguaggio che si fa cosa. In questa sezione: L’Enigme d’Isadore Ducasse (1920-1971), macchina da cucire avvolta in una coperta – un omaggio a un poeta del XIX secolo che esercitò una profonda influenza sui surrealisti, in particolare attraverso la frase «bello come l’incontro casuale di un ombrello e di una macchina da cucire» –, Object to be Destroyed, che Man Ray rielaborò più volte nel corso della sua vita sotto titoli diversi, Phare de la Harpe (1967), il ferro da stiro, La poire d’Erick Satie (1969-1973), pera di plastica, pittura a olio e fotografia in una scatola di legno, Pommes et vis (1931-1972/73), La Fortune II (1939-1973), collana su tavolo da biliardo-giocattolo, New York (1920-1973), quarantuno sfere di metallo e vetro e tanto altro ancora. Tutto è gioco, provocazione e trasformazione, estensione della parola stessa, che si fa immagine e oggetto e va oltre il significato, intrecciando l’aspetto formale con quello concettuale.

Man Ray: M for Dictionary, Installation view Gió Marconi, Milan. Fondazione Marconi, Milan, Photo: Fabio Mantegna

Man Ray è uno scrittore visivo che ha dato forma a codici ironici e critici. In sintesi, applica al linguaggio lo stesso processo di decontestualizzazione dei ready-made, come lo capiamo meglio osservando il suo alfabeto di immagini, segni, linee e parole, partendo dalla sua scrittura visiva, che produce nuovi codici espressivi per necessità di afferrare l’invisibile, di ciò che sta tra il significato e il significante delle cose, sperimentando coincidenze, associazioni dadaiste e immaginari surrealisti nel flusso dinamico del suo pensiero incentrato sulle tracce di «una lingua anteriore a Babele» (Michel Foucault). Le sue immagini, oggetti, concetti con diversi mezzi espressivi creano qualcosa che sta tra arte e anti-arte al tempo stesso.

In occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’anagrafe Emmanuel Radnitzky – figlio di immigrati russi che dopo un periodo trascorso a Filadelfia, nel 1912 vive a Brooklyn – comprendiamo il suo nomadismo concettuale dal temperamento anarchico, di un genio che non è soltanto l’inventore del rayogramma e della solarizzazione, ma porta alle estreme conseguenze le avanguardie artistiche e continua a influenzare la cultura visiva contemporanea, fotografando senza macchina fotografica e dipingendo concetti con parole, oggetti e immagini come prassi di ricerca di nuovi linguaggi di un cultore della provocazione intellettuale.