
L’esposizione in corso fino al 25 luglio mette in relazione tre modi diversi di interrogare l’oggetto. Nei lavori di Picasso viene scomposto e ricostruito attraverso il linguaggio cubista; nelle composizioni di Morandi diventa presenza silenziosa e atemporale; nelle opere di Parmiggiani si trasforma in traccia, ombra o memoria. In un genere inedito di allarmante stranezza
Picasso, Morandi, Parmiggiani. Still Lifes è il titolo della mostra il cui scopo è riflettere sul problema della rappresentazione, tra l’osservazione e la ricostruzione del reale a partire dalla messa in scena dell’oggetto nel laboratorio dell’atelier dell’artista. In corso fino al 25 luglio, l’esposizione alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia e curata da Cécile Debray, mette a confronto tre autori e la loro ricerca non appartenenti alla stessa generazione, ma accomunati dallo stesso interesse verso il dato e la natura morta.
Proponendo il connubio tra modernità e contemporaneità, il percorso si apre con quattordici lavori di Pablo Picasso, riproponendo il suo interesse per l’oggetto. Dalla fase cubista fino alla metà del Novecento, quando assemblaggi e bricolage modificano i referti quotidiani in “dispositivi di sperimentazione formale”.
Le opere di Picasso alla Fondazione Bevilacqua La Masa
Con l’avvento del Cubismo, Picasso volge le spalle alle attese della maggioranza del pubblico che in pittura chiedeva bellezza, emozione, storie, colore, grazia, somiglianza. E ci riesce mandando in frantumi l’apparire delle cose. Offrendo a chi guarda un’interpretazione alternativa. La visione simultanea di un oggetto o di una figura, era in qualche modo una rappresentazione di ciò che quella figura era veramente. Quando il pittore cubista diceva a se stesso: “Voglio dipingere una fruttiera”, si metteva al lavoro con l’assoluta convinzione che una fruttiera in pittura non aveva niente a che vedere con una fruttiera nella vita reale.
Natura morta con brocca e mele (1919) fu creata da Picasso mentre stava esplorando la linea classica. Nonostante la sua composizione semplice, quest’opera è inquietante. Su uno sfondo grigio gessoso spicca una brocca sormontata da un piatto e due mele, simili a quelle casualmente disposte sul tavolo attorno alla brocca. Spostando leggermente il manico rispetto al beccuccio e deviando la fonte di luce in relazione alle ombre che proietta, Picasso riesce ad accentuarne la rotondità.

In Guitare. J’aime Eva del 1912, il pittore si trova in una fase di passaggio, dal cubismo analitico a quello sintetico, per la presenza dell’uso del collage. Nel riferirsi alle diverse parti dello strumento raffigurate da più angoli simultaneamente, il dipinto accosta forme geometriche e colori muti. Sfidando le nozioni tradizionali di prospettiva e rappresentazione. Con gli oggetti che si fondono nello spazio a determinare una diversa realtà pittorica.
Anche in Buste, coupe et palette del 1932, le leggi della fisica si vanificano facendo saltare i principi della prospettiva. Da notare la tovaglia che sembra ondeggiare verso lo spettatore, in un omaggio a Cézanne. “Un maestro per tutti noi!”, come lo definì Picasso.
Crâne de chèvre, bouteille et bougie del 1951-53 è una scultura realizzata con una serie di materiali di recupero, assemblati nella fusione in bronzo. Picasso si è servito del manubrio di una bicicletta per rifarsi alle corna della capra. E delle teste di grossi bulloni per configurare gli occhi. La testa della capra si trova sotto uno strato di cartone ondulato che sta a indicare la direzione del pelo. I chiodi sono usati per i ciuffi tra le orecchie e per i raggi di luce che scaturiscono dalla candela inserita nella bottiglia. In questa e in altre sculture di Picasso, gli elementi di recupero mantengono la loro identità originaria, anche se appartengono a un’opera scultorea unitaria.
Le opere di Morandi alla Fondazione Bevilacqua La Masa
Le opere dialogano con una selezione di nature morte di Giorgio Morandi. Con le sue creazioni, l’artista bolognese incarna una delle più estreme riflessioni sul genere della natura morta. La peculiarità dell’artista consiste nel collocare il reale tra parentesi per renderlo vivibile. Sembra dissociarsi dal mondo per poterlo abitare. Sostenendo l’importanza della sospensione, dell’attesa, il bisogno di distacco. Il linguaggio visivo di Morandi è raffinato e complesso. Le bottiglie, e le altre povere cose: vasi scatole barattoli vuoti e polverosi, sono decontestualizzati. Estraniati dal loro uso. Le bottiglie restano tali. Ma neutralizzate. Sono figure senza figura. Oggetti, come in una Natura morta del 1963, che non hanno oggettualità, contrariamente al cubismo analitico che nelle sue scomposizioni mantiene i richiami stabili, storici o naturali. E ciò in quanto si presentano come forme, simulacri che racchiudono l’interiorità dell’artista. Siamo di fronte alla mimesi e alla sua negazione. La pittura di Morandi è sospesa perché non ha tempo. È sempre contemporanea a chi la guarda: ieri, come oggi, come domani. La “cosa” che dipinge non ha uno status codificato. La bottiglia perde la sua funzione. La sua particolare identità. E diventa una specie di musa ispiratrice per esprimere nuovi significati. Dettati dai moti d’animo del momento.

Le opere di Parmiggiani alla Fondazione Bevilacqua La Masa
Il terzo protagonista della mostra è Claudio Parmiggiani, artista che nel periodo formativo ha frequentato lo studio di Morandi, sviluppando nella sua ricerca una riflessione sul tema dell’assenza e della memoria. L’immagine può evidenziare l’invisibile solo inserendo nella presenza il segno dell’assenza.
Nella Biennale del 1995 Parmiggiani presenta Angelo. In una sala vuota e spoglia due scarpe d’argilla sono esposte in una teca a indicare l’invisibile di una presenza imperscrutabile. L’opera non si mostra ma si sottrae ed è solo sottraendosi che può davvero mostrarsi.
In A lume spento del 1986, vicino a una lampada a petrolio spenta, naufragata nel monocromo nero del quadro, si vede il volto di una statua in gesso. La luce priva di vita sembra provenire da un non-luogo. Come sprigionata da una stella morta. Un delicatissimo pigmento giallo che investe il profilo della testa accostato alla lampada. La possibilità che nell’oscurità totale della notte si riveli l’evento inimmaginabile della luce?
Per l’esposizione, Parmiggiani ha creato una Delocazione monumentale. Servendosi del fumo riesce a dare immagine all’assenza, fissando sulla superficie le tracce fantasmatiche degli oggetti.



