
La Fondazione dell’Albero d’Oro, a Palazzo Vendramin Grimani incastonato come una gemma preziosa in San Polo, 2033 a Venezia, dalle sale decorate, gli stucchi, i pavimenti policromi, prospettive sul Canal Grande, presenta la prima importante mostra personale di Patrick Saytour. Le pli et le temps/La piega e il tempo, a cura di Daniela Ferretti e in collaborazione con Ceysson & Bénétier. L’ambizioso progetto site-specific ruota intorno alla riflessione sull’arte di indugiare sulle cose effimere che produciamo, e le relazioni transitorie che intrecciamo nel corso dell’esistenza all’insegna di un tempo non lineare, come principio di metamorfosi costante in cui la superficie è materia dall’energia preesistente. (Fino al 22 novembre).
L’esposizione dedicata a Patrick Saytour (Nizza, 1935 – Aubais, 2023), ancora sconosciuto in Italia, che nel 1963 è stato insignito del Prix de la Fondation de la Vocation come regista teatrale, nominato professore presso la scuola comunale di disegno di Nizza nel 1967 – l’anno di nascita dell’Arte Povera in Italia – trasforma la piega in opera rigenerativa tra l’arte e la vita. Poi, alla fine degli anni Settanta, quando insegnava all’École des Beaux-Arts di Nîmes, Saytour, come molti suoi coetanei post-dada, si è divertito a creare assemblaggi con oggetti da bazar, lampade, bandiere, fotografie di pin-up, arazzi decorativi raffiguranti caravelle, cervi in ambienti boschivi, e tanto altro ancora; tutte opere in cui si celebra l’estetica della transitorietà, sempre non monumentale e dal piglio ironico, aprendosi a un nuovo modo di pensare la materia.
E in questo ambito di ricerca ‘possibilista’ in cui la superficie diventa palcoscenico e struttura, la sua piega materializza processi di mutazione, comprende casualità e armonia, tra ripetizione e improvvisazione; è un dispositivo di ricerca come metafora d’imperfezione e connessione tra il gesto, il corpo, lo spazio, la complessità del presente e, per noi fruitori dell’epoca digitale, è un’opportunità e necessità di meditazione in un tempo troppo “accelerato”.

OLTRE L’IMMAGINE NELL'(IM)PERMANENZA DELLA MATERIA
Saytour non cerca l’immagine, bensì le potenzialità intrinseche dei materiali stessi, ed è riconoscibile per la ricerca di decostruzione della forma e del colore, del formato e delle modalità di presentazione dell’opera. Scenografo per vocazione, sedotto dalla fisicità e potenzialità espressive dei materiali trovati o di scarto, sperimentati anche dai protagonisti del Nouveau Réalisme (Nuovo Realismo), movimento francese teorizzato da Pierre Restany negli anni Sessanta, capitanato da Yves Klein, considerato una risposta critica europea alla Pop Art americana aperta a nuovi approcci alla materia utilizzando materiali comuni, scarti e rifiuti per contestare la società dei consumi; una ricerca contro la cultura accademica.
La sua piega è antiretorica, silenziosa e sottende la brulicante energia della materia, diventa il codice di una grammatica visuale, la cifra stilistica di un agitatore avanguardista, tra i protagonisti della sperimentazione pittorica francese, attivo negli anni Sessanta e Settanta, quando aderisce al movimento Supports/Surfaces condiviso con André-Pierre Arnal, Vincent Bioulès, Louis Cane, Daniel Dezeuze, Noël Dolla, Toni Grand, Bernard Pagès, e Claude Viallat, artisti allora quasi profeti di strategie espositive non convenzionali, praticate collettivamente, all’epoca azzardate, oggi consolidate.
La mostra a Palazzo Vendramin Grimani vale il viaggio in Laguna non soltanto per la bellezza dell’architettura in sé, ma per la necessità di conoscere la ricerca artistica di Saytour in dialogo con le avanguardie europee del secondo Novecento, quando la sua piega, tagli, bruciature, strappi, solarizzazioni, cuciture, superfici mai statiche, danno ‘corpo’ a un lessico esistenziale introspettivo portato in superficie attraverso gesti e materiali diversi, anche quelli kitsch, come plastiche, pellicce sintetiche, tessuti artificiali reperibili nei mercanti presi d’assalto dagli appassionati di brocantage di ieri e di oggi, soprattutto in Francia.

La Fondazione dell’Albero d’Oro, tra oggetti d’arredo e preziose tappezzerie, a seguito di un restauro conservativo, è diventata la cornice ideale di mostre che intrecciano storie tra passato e presente, con mostre di artisti internazionali finalizzate a mettere in relazione i linguaggi contemporanei con l’architettura carica di storia e memoria, dove il fruitore vive un viaggio dentro l’esperienza dell’arte. Nel caso specifico della mostra di Saytour, attraverserete uno spazio soglia in cui si percepisce l’energia di pieghe e di tempi diversi della sua poetica con un corpus di opere scelte dalla curatrice per affinità e dissonanza con gli Achrome e le Linee di Piero Manzoni (1933-1963), come espediente narrativo e visuale in cui nulla è come sembra.
E in questo scenario, i tessuti piegati, bruciati, tagliati o dipinti e abbandonati al sole di Saytour intrecciano una relazione in costante divenire tra arte e vita, storia e memoria di un luogo, con opere sempre contemporanee. Ferretti, laureata in architettura, specializzata nell’ambito della progettazione espositiva, dotata di una spiccata sensibilità per lo spazio, ha trasformato il percorso espositivo – non cronologico né tematico – in una successione ritmica di “pieni” e di “vuoti”, contrappunti formali e cromatici in dialogo con l’architettura, inscenando il viatico di superamento del limite fisico della materia, in cui la piega (idealmente) diventa una pagina bianca di un libro mai scritto dall’artista, che continua a vivere e vibrare nel tempo dello sguardo dell’osservatore.

E qui ciascuno ha il suo tempo di percezione di fronte alle opere “soglia”, capaci di imbastire senza spiegare nulla, evocazioni, memoria, storia e identità delle ricerche artistiche di una generazione (quella nata tra gli anni Trenta e Quaranta), aperta alla sperimentazione sulla materia, nel gesto, come segno rigenerante dell’irregolarità e vulnerabilità dell’esistenza in cui tutto, tessuto incluso, è metafora di cambiamento, intreccio e memoria, ed è paradossalmente “fuori tempo”. Come dimostrano i Plié/Déplié: drappi – anche di grandi dimensioni – che innescano riflessioni sulla memoria dei gesti della materia, in cui la piega irregolare traccia complessità sottese, tra l’essere e il tempo. Nei Repliés e i Brûlages, la piega si definisce nell’ombra e il fuoco utilizzato al posto dei colori lascia bruciature indelebili della cenere del tempo.

Così noi spettatori, oscillando tra l’oggettiva permanenza dei materiali – anche di scarto – utilizzati dall’artista francese e l’impermanenza della piega che sottende riflessioni sulla durata di cose “effimere”, comprendiamo che il tempo si riduce in termini di spazio e di tempo, che l’opera non si conclude, non è una forma terminale ma si fa tramite di una tensione spirituale verso l’assoluto. Nelle Nature Morte, Saytour trova soggetti “classici” sulla meditazione in oggetti quotidiani da osservare come reliquie/prelievo del tempo, quello sospeso della meditazione sulle cose che ‘parlano’ del silenzio, in un mondo (il nostro) troppo caotico, distopico e accelerato.
Sono una chicca anche le opere su carta, perché proprio lì la piega mappa vibrazioni minime, quasi impercettibili, che trattengono l’energia di un artista che trasforma il gesto creativo in azione estetica (in)volontaria sulla materia in modo autentico all’insegna dell’arte del fare per essere toccata anche con gli occhi. Il gesto nella piega che tenta di dare forma al tempo di Saytour, in mostra, instaura un dialogo silenzioso e metaforico con alcune opere di Piero Manzoni, mai incontrato in vita: entrambi sperimentatori di nuove superfici e modalità di trascrizione dell’invisibile, interessati alla relazione tra gesto, materia, segno e idea di un’arte non decorativa o retinica che non rappresenta nulla, ma presenta nuove superfici e profondità, aperta al tutto, alla verità fisica della materia come prelievo dell’esistenza che innesta processi rigenerativi in chi le osserva come materia viva, e qui l’estetica è un antidoto alla minaccia dell’anestesia.



