18 Settembre 2026 19:23

La Biennale “antropolitica”: una riflessione

Koyo Kouoh © Mehdi Benkler, BAK

In questi giorni è stato scritto di tutto e di più sulla 61.ma Biennale di Venezia nata sotto i peggiori auspici, dalla prematura scomparsa della curatrice svizzera-camerunense Koyo Kouoh (1967-2025), nel vivo di tensioni belliche, schieramenti ideologici che modificano l’assetto geopolitico mondiale, sull’onda lunga dell’invasione dell’Ucraina, le minacce di Donald Trump agli iraniani e all’Europa, il massacro dei civili in Palestina e di 58 conflitti di cui non si parla, le manifestazioni di protesta, performance di Pussy Riot e altri artisti contro l’apertura del padiglione russo dentro e fuori i Giardini e all’Arsenale.

Qui tutto è discriminante, politicizzato, contro questo o quello, e l’arte contemporanea così come si presenta interessa soltanto ai capitalisti globali nel mercato dell’arte, è in crisi di narrazione di visione. Poi ci mancavano le beghe tra il Ministro alla cultura Alessandro Giuli e il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, paladino criticato della libertà espressiva, di un’arte che pone al centro la progettualità dell’esserci, capace di tessere processi democratici, ma così non è. E dopo le dimissioni della giuria, la Flotilla che da Gaza intende attraccare agli Schiavoni per contestare Israele, le parole chiave sono: rottura, censura, polemiche, contro ‘destra’ o ‘sinistra’, libertà (di chi?) e dissenso, e in questo calderone gli artisti spariscono nel fango del chiacchiericcio, non fanno notizia salvo rare eccezioni. Siamo contro il pensiero disfattista, nichilista, e gettiamo lo sguardo oltre la crisi ambientale, di nascite e il calo del desiderio di immaginari futuri: puntiamo dunque su cosa resterà di questa vecchia carissima Biennale, nata nel 1895, lo stesso anno del cinema dei Fratelli Lumière, sarà una coincidenza?

Labics, Padiglione Centrale ai Giardini

In primis ci resterà il Padiglione Centrale completamente rinnovato da Labicis ai Giardini della Biennale di Venezia, più fruibile e dai percorsi razionalizzati, percorribile da tutti e luminoso. In particolare è nuovissima la Loggia della caffetteria, con le atlante, ovvero due strutture esterne in legno lamellare bruciato e pannelli X-lam, costruite in corrispondenza della caffetteria e dello spazio funzionale. Una soluzione in dialogo con il tradizionale belvedere veneziano con affaccio sul paesaggio dei Giardini e sul canale. Lo studio con base a Roma, fondato da Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori, attivo dal 2002, vanta una lunga esperienza nel settore dell’architettura culturale, ha riscritto funzioni e spazi senza cancellare ciò che è stato. Nato nel 1894 e inaugurato l’anno dopo come sede della prima Esposizione internazionale d’arte, il Padiglione ha subito numerosi interventi, da Duilio Torres, a Carlo Scarpa, fino ai progetti di Louis Kahn e Francesco Cellini. Ogni epoca ha segnato l’architettura senza dialogare con il preesistente e questo nuovo intervento di riqualificazione punta sulla certificazione Leed Gold che attesta l’alto livello di sostenibilità ed efficienza energetica dell’edificio. I nuovi lucernari in vetro fotovoltaico e diffondente garantiscono l’illuminazione naturale uniforme e contribuiscono alla produzione di energia, mentre il tetto ventilato e i sistemi impiantistici ad alta efficienza riducono significativamente i consumi all’insegna della sostenibilità, grazie a un progetto nato dalla volontà di conciliare conservazione e rinnovamento, adeguando l’architettura storica a moderni standard richiesti dagli spazi espositivi. È un magistrale esempio di restauro innovativo finanziato dal Ministro della Cultura del PNC al PNRR con 31 milioni di euro. Salta subito all’occhio la bellezza della Sala Chini, con la sua cupola affrescata nel 1909 da Galileo Chini, il cuore dell’edificio, attorno al quale si organizzano le altre sale espositive concepite come white box neutrali e flessibili, con tutti gli impianti integrati e nascosti dietro le pareti, e gli spazi della caffetteria, bookshop e sala educativa e molte sedute sparse nelle sale per garantire soste, riposo e contemplazione delle opere.

Labics, Padiglione Centrale ai Giardini

L’altro dato non secondario è stata la presenza nei giorni dell’anteprima stampa per gli addetti ai lavori (dal 5 all’8 maggio) di schiere di bambini delle scuole elementari guidate da operatrici culturali dentro agli orizzonti aperti e immaginifici dei linguaggi artistici contemporanei; e vi assicuro che l’arte raccontata come se fosse una fiaba partendo dall’osservazione semplice di materiali, cose, funzioni pratiche e simboli, è davvero magica. L’altra domanda da porci passeggiando tra i padiglioni che inscenano tematiche scontate all’insegna dell’etica ecologica che abbraccia persone, animali e piante nelle precedenti edizioni, è: quale futuro migliore possiamo immaginare? E a giudicare dai fatti e misfatti del vecchio occidente, fatichiamo a uscire fuori dall’impasse delle cause ed effetti del Modernismo, una riflessione proposta dalla Biennale 2024, “Stranieri ovunque”, a cura di Adriano Pedrosa. Insomma “Minor Keys”, come abbiamo già scritto, non propone riflessioni e tematiche nuove, nonostante la volontà di mettere al centro tonalità minime, secondo una visione poetica. Tornando al passato, tutto sembra in linea con il riscatto della cultura africanista, obiettivo della Biennale di Architettura “The Laboratory of the Future” del 2023, a cura della scrittrice e architetta scozzese con cittadinanza ghanese Lesley Lokko (1964) sulle evoluzioni delle diaspore, che ha puntato sull’Africa e i sud del mondo, ponendo il tema su una cultura fluida trasversale che si è diffusa a macchia d’olio, come testimonia ampiamente la Biennale di Kouoh.

SCANDALO E PREGIUDIZIO NELL’UTOPIA DELLA SOPRAVVIVENZA DELLE MINORANZE

Nel 1895, prima edizione della Biennale a Venezia, è nata all’insegna della provocazione, comunicazione e polemiche, a partire dal dipinto Supremo convegno di Giacomo Rosso (1860-1938), scandaloso per l’epoca, con cinque donne nude intorno a una bara, esposto in una saletta a parte. È trapassato anche il corpo nudo femminile, (s)oggetto politico nelle performance dagli anni ’70 a oggi. E lo troviamo ancora in scena nel padiglione austriaco, dove Florentina Holzinger (Vienna, 1986), presenta il progetto interdisciplinare “SeaWorld Venice”, curato da Nora-Swantje Almes, con l’obiettivo di smuovere riflessioni sul corpo oggetto di provocazione e riflessione, sull’acqua e sulle tensioni tra natura e tecnologia, con performance scenografiche medium di denuncia sociale e ambientale. E qui tra balletti di motociclette cavalcate da valchirie nude, ragazze sommerse in un acquario, e un’altra a testa in giù usata come battacchio di una campana dal suono funereo, come a dire “attenti al Pianeta violato dall’uomo”, è tutto non proprio in “chiave minore”, come suggerisce il titolo della manifestazione-kermesse all’insegna della libertà espressiva più antica del mondo, laboratorio di riflessioni comuni in crisi di narrazioni.

AUSTRIA, Seaworld Venice, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by Andrea Avezzù, Courtesy: La Biennale di Venezia

Tralasciando “La merde”, un gigantesco e orripilante escremento esposto nel padiglione del Lussemburgo, e tante altre installazioni più o meno d’effetto, che si dimenticano subito, tra schieramenti politici, ideologie destre e sinistre, manifestazioni, censure, aperture e chiusure, proteste di massa vissute come vernissage nei giorni di bagarre dell’anteprima stampa, l’arte contemporanea celebra se stessa e lancia slogan di libertà, inclusione, speranza di nuova umanità, eccetera, che nessuno ascolta più né immagina un futuro. “In Minor Keys” è un dispositivo mediatico di fatti e misfatti “antro-politici”, nel nostro complesso mondo, di major keys da anni. 110 artisti scelti da Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente il 10 maggio del 2025, non stupiscono e non provano, e non attivano processi democratici. Noi spettatori tra viaggi etnologici di un post colonialismo, sospesi tra parità di genere, crisi ambientale, anche il tema del femminismo africano e donnismi vari sembrano precocemente invecchiati. Tutto è contro l’uomo bianco, narrato come un mostro capitalista, in cui l’essere europeo è una colpa. Il tema dell’ecologismo ai Giardini prevale, e in generale ne usciamo con la consapevolezza che l’arte occidentale, fagocitata dagli artisti del sud del mondo, dalla cultura transnazionale, è una conquista di riscatto nel sistema dell’arte da anni strumento di arricchimento per i capitalisti bianchi e neri. I curatori delegati, Gabe Beckhirst Feijo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor), Siddartha Mitter (editor-in-chief), Rory Tsapayi (assistente alla ricerca), seguono il loro mantra contro il tempo del Capitale, nel riscatto dell’artigianato, della manifattura, dell’argilla, di feticci apotropaici e paesaggi in difesa di ciò che sta scomparendo. Così tra altari, pitture picassiane, magmatiche esplosioni di segni policromi, sculture totemiche, statuette di animali, alberi sonori, obelischi e pochissimi video, e un manifestato disinteresse per la tecnologia, vince l’anticolonialismo green, sostenibile; una tendenza ecosofista con molta acqua qua e là in diverse installazioni (simbolo di purificazione e rinascita). Tra divinità varie, tessuti e materiali poveri, trovati o rigenerati, evocazioni di rituali magici, questa parata di collettivi di artisti coesi del sud del mondo ma con vissuti in occidente, dimostrano che la cultura dominante radical-chic è antieuropea, e non ci stupiamo.

Nell’Olimpo lagunare le veneri della sudafricana Buhlebezwe Siwani, ispirate a quelle floride del Rinascimento italiano, sono di colore, nude e bellissime, modelle ideali della prossima copertina di Vogue? E in questo scenario meno concettuale e digitale degli ultimi anni, il Padiglione Italia, a cura di Cecilia Canziani, abitato da metafisiche Sister e Daimon, sculture antropomorfe della piacentina Chiara Camoni (1974), non fa notizia: qui è tutto artigianale, lento e rarefatto. Di fronte a sculture d’ispirazione etrusco-minoica, in porcellana, gres o argilla, simili a cariatidi arcaiche mediterranee simboliche che nulla possono fare contro i clamori delle Pussy Riot, al grido di “La Russia uccide Venezia”. Chiuse nel loro ieratico silenzio, di dimensioni poco maggiori alla scala umana, cercano un dialogo con il corpo dei visitatori distratti e sordi ai loro richiami, travolti da manifestazioni della Global Sumud Flotilla appena rientrata in Italia, nuovi miti del nostro tempo malato di radicato individualismo, cinismo e di prevaricazione politica e culturale, dove l’arte è morta sotto le coltri di ipocrisie di comodo di destra e di sinistra, finti protagonisti pronti a votare gli artisti vincitori dei Leoni d’Oro, come a Sanremo.

ITALIA Con te, con tutto, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys, Photo by: Marco Zorzanello, Courtesy: La Biennale di Venezia