18 Settembre 2026 19:28

Parto, ma resto, alla Galleria Orma: “Text me when you get home”

Text me, when you get home di Matteo Negri e Ian Salamente, ph. Gaia Renis, courtesy Galleria Orma

A Milano, nel cuore di Brera – in via dei Bossi 2/A, alla galleria Orma, accade l’incontro sorprendente tra due anime erranti ma stanziali, artisti diversi in tutto: formazione, cultura, esperienze, lingua, navigando intorno al tema del viaggio, migranti verso un orizzonte aperto in un mare immaginario attraversato da correnti alternate: Ian Salamente e Matteo Negri

Attraverso l’arte sia va e si torna lungo i flutti della speranza, come scrive Matteo Bergamini nel testo critico della mostra “Text me, when you home (Scrivi quando arrivi)” (fino al 29 giugno 2026): Caldo e freddo, corrente-calma, tempesta-bonaccia, orizzonte-abisso e così via, tanto che l’arte nel suo prodursi sembra imitarlo nel suo andirivieni. L’incontro assolutamente inedito tra l’ultima produzione scultorea di Negri (Milano, 1982) e la pittura di Salamente (Cabo Frio-Brasile, 1997) si forma esattamente a principio di questa energia: differenze che dialogano tra loro e con il rumore del vento e del mare, ritrattando prodotti dell’ingegno quotidiano, attività umane e…sogni. Ecco il punto esatto di attracco tra una partenza e un arrivo: il sogno tracciato in una mappa mentale, attraverso sculture e dipinti che indicano un neoluogo dei desideri, dove illusioni o delusioni, attese di un domani migliore contro un presente incerto, si ancorano in proiezioni di futuri di chissà quali e quante vite. 

In mostra si evoca un mare di desideri nati liberi che portano da casa il bagaglio della propria speranza, il riscatto degli umili provenienti dal sud del mondo verso la Terra promessa, dove “scorre latte e miele”, e deambulano come barche alla deriva nei flutti di un destino ancora oscuro. Tra necessità e incoscienza si abbandonano la propria casa per attraccare in un porto per un nuovo inizio. Questo meta viaggio include migrazioni soggettive e collettive insieme, è il racconto visivo e plastico, un dispositivo narrativo interpretato senza retorica da Negri e Salamente, con sculture e dipinti ad olio, tecniche classiche delle arti visive che esprimono la condizione umana dall’alba dei tempi: artisti differenti che a distanza e senza conoscersi hanno operato nel territorio metaforico e simbolico dell’arte.

Text me, when you get home di Matteo Negri e Ian Salamente, ph. Gaia Renis, courtesy Galleria Orma

Negri dispiega nella galleria, accogliente come una casa privata, una serie di struggenti Boe, sculture in bronzo ricoperte di nichel, un metallo di transizione bianco-argenteo, duro, malleabile e ferromagnetico, molto resistente e conduttore di calore. Questo è un elemento legante utilizzato per le sue cinque figure emerse da chissà quale mare, comunque totemiche, composte da elementi della realtà, plastiche, reti, asparagi, brandelli di tessuti, c’è anche una bambola e uno stivale, bottiglie di plastica, ruote, mattoni. E tra altri residui – feticci della realtà, spicca una minuscola Statua della Libertà, che fa capolino come vessillo di speranza per erranti visionari. Questi e altri reperti issati a boe di vite disperse in mare non rappresentate bensì evocate, sventolanti drappi immobilizzati diventano il simbolo universale della speranza. In mostra si trovano anche minuziose e raffinate chine realizzate dall’artista milanese tra il 2025 e il 2026, dopo una esperienza in una comunità de El Salvador, coinvolto in un progetto di arte pubblica realizzato dalla scuola locale.

Salamente presenta per la prima volta in Italia un ciclo di dipinti neorealisti che sarebbero piaciuti a Renato Guttuso, dai toni “terrosi”, tonalità di marroni, ispirati idealmente alle poetiche di Hélio Oiticica, pe cui il mondo era da interpretare come “museo di esperienze”, laboratorio dell’arte nel farsi e disfarsi della vita quotidiana, scandita da gesti lenti rubati alla routine del lavoratore, proprio come quelli dei pescatori in cerca di sogni ritratti dal giovane artista brasiliano, dallo sguardo sempre rivolto altrove. Magicamente questi dipinti stabiliscono empatie sottese con le sculture, rappresentando scene di vita quotidiana sospese nel tempo e nello spazio, nelle quali più che vedere Salamente sembra volutamente sottrarre i soggetti dipinti dall’oblio del tempo, ritraendo una iconografia attuale ed emozionale, oltre ad alcuni aspetti della cultura brasiliana della sua area di origine (Cabo Frio, ubicato sul litorale nord dello stato di Rio de Janeiro, ex grande sito di estrazione salina, una zona ancora marcata dalla sua identità lavorativa), abbandonata o preservata.

Text me, when you get home di Matteo Negri e Ian Salamente, ph. Gaia Renis, courtesy Galleria Orma

Commenta Bergamini: “I soggetti di Ian Salamente mantengono vive le proprie aspirazioni nella lotta, pur essendo ritratti in momenti di calma quasi imperscrutabile, contemplativi. Sempre vestiti con magliette di squadre di calcio i soggetti dell’artista brasiliano, coltivano le proprie aspirazioni in una condizione di dislocamento.” Scrive l’artista brasiliano: “Non si tratta solamente di estendere i sogni di giovani, ma anche di ritrarre la potenza della speranza, il desiderio di conquista attraverso un elemento che non è più solo un feticcio sportivo, ma il simbolo universale della vittoria, del riscatto e della rimonta, oltre all’appartenenza del proprio territorio.

E noi, spettatori raccolti in una stanza nel centro storico di Milano – frenetica e operosa -, rallentiamo la percezione del tempo e immaginiamo quelli che restano, partono, attendono, scoprendo che gli addii non esistono; perché qui tutto è silenziosa nostalgia rigenerativa, come attitudine dello spirito in relazione con l’essenza delle cose che siamo e produciamo.

Text me, when you get home di Matteo Negri e Ian Salamente, ph. Gaia Renis, courtesy Galleria Orma