
Venezia, il vetro muranese e la Biennale rappresentano la triplice alleanza dell’identità culturale di una città sogno, edificata sull’acqua, che proprio nel respiro dei soffiatori, gli artigiani di Murano con il loro alito di vita e abilità manuale, gesti antichi e sapienti, danno forma e colore a oggetti preziosi ricavati da perle soffiate, vuote, leggere come l’aria e trasparenti come l’acqua.
Come e perché il vetro quando incontra l’arte diventa medium di infinite possibilità espressive, lo racconta il terzo episodio di un progetto ambizioso dedicato alla presenza del vetro muranese alla Biennale, grazie alle iniziative culturali de LE STANZE DEL VETRO, dedicate alla promozione degli artisti contemporanei, che hanno utilizzato il vetro come mezzo espressivo originale. Stiamo parlando della mostra “1948-1958. Vetro di Murano e la Biennale di Venezia” (fino al 22 novembre 2026), a cura di Mariano Barovier, contestualizzata nel primo decennio postbellico carico di entusiasmo, che rappresenta la rinascita culturale e imprenditoriale dell’Italia nel mondo, anche attraverso le vetrerie Venini, AVEM, Barovier & Toso, Seguso Vetri d’Arte, e le creazioni di Alfredo Barbini, Archimede Seguso, e tra gli altri artisti in questa mostra spicca lo spazialista Vinicio Vianello. Autori diversi per formazione ed esperienze, accomunati da una grande libertà inventiva e la volontà pragmatica e visionaria insieme di rinnovare le produzioni delle vetrerie muranesi salvaguardando la tradizione.

Un percorso nel contemporaneo attraverso le fornaci storiche muranesi
Il percorso espositivo incomincia dal 1948, con le mostre di arte decorativa del Padiglione Venezia che al vetro ha dedicato ampio spazio, e che segna anche l’anno di ripresa della Biennale, dopo il tragico conflitto, e prosegue fino al 1958, quando Domenico Modugno vince il Festival di Sanremo con il brano Nel Blu dipinto di blu, conosciuta come “Volare”, successo mondiale, quando l’Italia incomincia a sognare in grande, ed esporta i suoi prodotti nel mondo che diventano simbolo di qualità, stile ed eleganza. Tra i tanti oggetti di design, segnano una svolta nella produzione muranese i vetri realizzati dagli artisti in collaborazione con i maestri soffiatori che incarnano il trait d’union tra innovazione e tradizione di un’arte antica sempre contemporanea. Nel 1952 in Biennale la “Mostra del vetro muranese” rivela e sorprende critica e pubblico per la capacità inventiva e vitalità degli artisti, che hanno elevato l’oggetto funzionale o d’arredo a scultura. L’apice della produzione del vetro di Murano matura negli anni del boom economico, quando con l’affermarsi della cultura del design di gusto “organicista”: il vaso, il portafrutta, il candelabro, il piatto di portata e altri oggetti in vetro diventano autentiche opere, assumendo significati simbolici, che racchiudono funzione e decorazione, storia, identità, memoria di antiche tecniche inserite in nuovi processi di lavorazione e sperimentazione di una materia ambivalente, duttile, liquida e solida insieme, con particolare attenzione alla resa cromatica dell’oggetto, diventato soggetto estetico aperto a infinite possibilità formali.

Nello spazio espositivo permanente STANZE DEL VETRO, disegnato dallo studio newyorkese Annabelle Selldorf Architects, situato nell’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, nato nel 2012 dalla collaborazione tra Fondazione Cini e Pentagram Stiftung, e dedicato allo studio e all’esposizione delle forme moderne e contemporanee dell’arte vetraria, si mostrano le infinite possibilità espressive di un materiale che racchiude visibile e invisibile, con iniziative culturali incentrate sul dialogo con il territorio e altre importanti istituzioni estere. In questo tempio del vetro, troviamo in uno spazio oscurato 160 opere diafane e trasparenti, protette da teche illuminate come gioielli, forme leggere come una bolla d’ossigeno, solide come i diamanti ispirate al design nordico dalle linee morbide e avvolgenti, in auge negli anni Cinquanta, contro il modernismo geometrico razionalista.
Le vetrerie protagoniste di questo magico periodo della rinascita culturale di Venezia, complice le Biennali, sono le fornaci che ancora oggi rappresentano un classico del Made in Italy nel mondo, come il marchio Venini, con opere di Fulvio Bianconi e Paolo Venini, e alzi la mano chi non ha sognato di possedere il celebre vaso Fazzoletto (1949-50), nato dal dialogo tra i due creativi, o i famosi vasi opalini del 1951, riconoscibili per la colorazione compatta e dal disegno ispirato all’arte orientale, ideato da Paolo Venini. Sono una garanzia di qualità e di stile italiano anche Barovier & Toso, i sublimi vetri di Ercole Barovier, e ancora Seguso Vetri d’Arte, con Flavio Poli, Aureliano Toso, Dino Martens, Fratelli Toso con Ermanno Toso, e AVEM, azienda che nel 1958 realizza su ideazione di Anzolo Fuga, il fantasioso Paesaggio Marziano. Non si dimenticano le ricerche sperimentali di Giulio Radi, Giorgio Ferro, e la ditta di incisioni S.A.L.I.
Elenco di “fornaci-botteghe” e di autori a parte chiariamo, che nel Padiglione Venezia in Biennale attraverso le edizioni XXIV-XXIX della fine degli anni Cinquanta, hanno esposto anche vetrerie di più recente costituzione, come Gino Canadese, dal 1952 noti per una serie di blocchi di cristallo su disegno di Riccardo Licata, tra cui spicca Ritratto del compositore, e altre opere fondate da abili maestri vetrai, in primis Alfredo Barbini, unico per la sua capacità di modellazione a caldo, come dimostra l’opera Bisonte, esposta nel 1954, dall’energia primigenia. Archimede Seguso è il fondatore di una propria fonderia nel 1946 che segnerà le storie del vetro nel corso del tempo. Questi e altri artisti, tra cui Ezio Rizzetto e lo spazialista Vinicio Vianello, “fagocitato” da Lucio Fontana, tra i firmatari nel 1951 del Manifesto dell’arte spaziale, affascinato dal vetro fin dal 1950, incentrano la propria ricerca sulla materia del vetro, come essenza dell’acqua plasmata idealmente dal respiro, e dal gesto che si espande nello spazio in relazione alla luce che il vetro di per sé cattura.

Sono indimenticabili le Torri vegetali di Vianello in cristallo “molato e inciso a sabbiatura”, realizzate dalla S.A.L.I. Nel 1954 conquistano le attenzioni della rivista Domus, “bibbia” del design e architettura, il gruppo di vetri milleocchi, firmati Vianello con incisioni lenticolari pensate per creare effetti ottici di rifrazione e visione frammentate, per captare movimenti di luce, presentate nel Padiglione Venezia. Nello stesso anno anche Alberto Toso & C. espone in Biennale opere di Vinicio Vianello, conquistando il pubblico con vasi monocromi su alto piede svasato e le Antisculture o Graffiti tridimensionali, realizzate in vetro tirato e modellato a caldo per tracciare forme fluide nello spazio. Ercole Barovier, protagonista della produzione dell’azienda negli anni Cinquanta, che nel 1942 assume la denominazione Barovier & Toso, partecipò alla XXIV Biennale con i celebri vetri Corinto e Damasco (1948): coppe alternate trasparenti (monocrome e con fili, e coppe a canne con fili alternate a fasce), e i Saturnei (1951) presentati alla mostra del vetro alla Biennale del 1952. Sono famose le Murrine, rifinite con foglia d’oro, manufatti raffinati che propongono una rilettura delle antiche tecniche, indicando lo stile Barovier sviluppato negli anni a venire.
Un modello della serie Millefili, dal disegno rigoroso a scacchiera, riceve una segnalazione d’onore al Compasso d’Oro. Canne e Murrine le ritroviamo anche nei vetri di Aureliano Toso su disegno di Dino Martens, utilizzate in maniera sorprendente nelle opere esposte alla Biennale del 1948. Il vetro a canne fu indagato anche da Flavio Poli, riconoscibile per l’esecuzione di coppe e vasi semiopachi dalla tessitura rigata (a fasce verticali o a spirale), dorati all’interno e all’esterno, presentati da Seguso Vetri d’Arte insieme a un contenuto numero di vetri pesanti. Seduce il piccolo gruppo di vetri sommersi e corrosi in grigio rosa, dalle forme organiche e riflessi trasparenti. Questo è il primo nucleo di una serie di vetri di grosso spessore che hanno contraddistinto la produzione della fornace fin dall’inizio degli anni Cinquanta e che, privi di corrosione, sono stati esposti alla Biennale del 1950 e del 1952. Ma per godere a pieno della bellezza ipnotica e raffinatezza esecutiva delle produzioni muranesi, mille parole non sono sufficienti, bisogna proprio immergersi, fare esperienza diretta del vetro, materia fluida del tempo, che attiva processi di connessione tra la storia dell’arte, con il territorio, la fluidità e la luce dei riflessi dell’acqua nei canali veneziani, arterie vitali di innovazione innescate nella tradizione, come dimostrano le opere esposte alle STANZE DEL VETRO.




