16 Settembre 2026 00:21

Farsi minori. San Francesco, l’anarchia del sacro e l’arte contemporanea a Palazzo Collicola

Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea, vista della mostra

A Palazzo Collicola di Spoleto, nell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, una mostra collettiva ripercorre la “francescanità” attraverso opere di artisti contemporanei: non un’agiografia ma un esercizio spirituale contemporaneo.

«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare» — Paolo, Lettera ai Romani 12,2. È con queste parole, incise nei Vangeli (1979–81) di Antonio Del Donno, che si apre il percorso espositivo. Una piccola selva di libri di legno: la parola incisa nella materia povera e Francesco è già lì, ancora prima di cercarlo.

Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea, a cura di Gianni e Giuseppe Garrera, è allestita al piano terra di Palazzo Collicola, a Spoleto, fino al 2 giugno 2026. La mostra riunisce opere, documenti e testi di oltre sessanta tra artisti e pensatori. Tra gli altri: Alberto Burri, Gino De Dominicis, Jannis Kounellis, Tomas Saraceno, Cesare Pietroiusti, Giancarlo Norese, Jochen Lempert, Olivier Messiaen, Salvo, Michele Tocca, Matteo Fato, Mirella Bentivoglio, Giulio Paolini, Carla Lonzi. I prestiti provengono in gran parte dalle collezioni private dei curatori, frutto di vent’anni di raccolta, arricchite da prestiti nazionali e internazionali e da opere site-specific. Fino alla chiusura, un ricco programma pubblico – incontri, visite guidate, approfondimenti tematici – ne prolunga i temi oltre le sale.

Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea, vista della mostra

Francesco: l’anarchia di un santo

Il teorico dell’anarchismo Colin Ward sosteneva che l’anarchia non fosse caos ma la forma più naturale di organizzazione umana: strutture orizzontali, spontanee, nate dal basso e senza delegare il potere ad alcuna autorità superiore. Ward credeva che queste strutture esistessero già, invisibili, dentro le pieghe di ogni società – e che bastasse saperle riconoscere. Francesco d’Assisi non avrebbe usato quella parola, eppure la sua vita ne è una delle incarnazioni più radicali: un giovane di buona famiglia che si spoglia davanti al padre e al vescovo, abbraccia i lebbrosi, predica agli uccelli, sceglie la povertà in un tempo di grande ricchezza per la Chiesa. Anarchia nel corpo, prima ancora che nel pensiero – un corpo che la Chiesa ha santificato perché ingovernabile, messo su un piedistallo abbastanza alto da renderlo inaccessibile come modello praticabile. In un tempo, il nostro, in cui mancano riferimenti, idoli e santi, Francesco rimane una domanda ancora aperta, scomoda e allo stesso tempo necessaria.

Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea, vista della mostra

La francescanità contemporanea nella mostra a Palazzo Collicola

La scommessa curatoriale di Gianni e Giuseppe Garrera è precisa: nessuna iconografia tradizionale, nessuna agiografia. La francescanità non è un contenuto da illustrare ma una costellazione di valori da rintracciare nell’arte contemporanea: povertà, minorità, corporeità, fratellanza con il creato.

La condanna della ricchezza è uno dei nuclei più potenti e attuali. Comunione (2018) di Cesare Pietroiusti: una banconota da 500 euro spezzettata, ingerita ed evacuata dalle persone che hanno preso parte all’azione. Il gesto annulla il valore del denaro riportandolo all’unico ciclo davvero immortale – quello della vita, di un organismo che si nutre e si espelle. È di Giancarlo Norese, invece, la moneta da un euro punzonata con le parole “Money is dead”, titolo dell’opera, inserita in un ostensorio. Il denaro al posto dell’ostia, idolo moderno esposto al culto – la risposta è lapidaria.

In Vita minore il linguaggio torna alla purezza del segno: non più strumento di potere, ma gesto minimo, frammentario, eversivo. La povertà qui è verbale ed estetica e rifiuta la parola strutturata, lingua del potere. Nelle opere di Mirella BentivoglioVincenzo Accame e Ugo Carrega – tre voci centrali delle sperimentazioni verbo-visive italiane – questa rottura assume forme diverse. Bentivoglio isola la singola lettera e la trasforma in forma geometrica, simbolo archetipico. Accame lavora sulla cancellazione di segni grafici che perdono il referente alfabetico per tornare a essere puro gesto. In Carrega il linguaggio sta dalla parte dell’incompiuto, contro la magniloquenza della comunicazione di massa.

Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea, vista della mostra

E poi la natura. SalvoMichele Tocca e Matteo Fato tentano di afferrare con le loro pennellate la grandezza silenziosa del creato, espresso nel paesaggio. E gli animali: presenze centrali nell’universo francescano. Jochen LempertCinciarella in mano (1998): la fotografia in bianco e nero di un uccellino nel palmo di una mano, ovvero il contatto più diretto e antico possibile con il creato. Il canto degli uccelli trascritto negli spartiti di Olivier Messiaen: la notazione musicale si trasforma in un atto di ascolto quasi mistico. Tomas Saraceno espone una delle sue complesse strutture a ragnatela ibrida: architettura sublime del creato espressa da una piccola forma di vita. Nella stessa sezione della mostra anche Gino De Dominicis, presente con la documentazione del suo storico lavoro in cui immaginò per una sua mostra l’ingresso riservato esclusivamente agli animali. Un’ironia tagliente che ribalta la gerarchia umana. E Jannis Kounellis con il manifesto storico dei 12 cavalli (Galleria L’Attico, 1969): il punto di rottura in cui il mondo animale irrompe nell’arte come regno autonomo, vivo e irriducibile.

Tomás Saraceno, in mostra a Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea, vista della mostra

La morte dell’ego e la libertà della clausura

La morte è l’altra soglia che la mostra attraversa con coraggio. De Dominicis torna con Tentativo di volo (1969), in cui agita le braccia nel vano e poetico sforzo di staccarsi da terra. Per lui la vera morte è l’accettazione passiva dei limiti fisici – la gravità, il tempo – e l’arte l’unica via per sfidare l’ineluttabilità della fine. Nel volume Segnalati Bolaffi 1972 presente in mostra, De Dominicis mise in atto uno dei suoi celebri depistaggi d’identità dando la foto di un altro al posto di un suo ritratto. Quindi il rifiuto della catalogazione, della storicizzazione, delle maglie del mercato. Se il corpo è intercambiabile, ciò che resta eterno è solo l’idea, il gesto artistico. Alberto Burri è presente in mostra la copertina delle 17 Variazioni su temi proposti per una pura ideologia fonetica (1955-56), che aveva realizzato con Emilio Villa. Paolo Bufalini dialoga invece con una scomparsa più morbida e intima: Proposal, 2020-2025, due cuscini che si gonfiano al ritmo di un respiro.

È nelle ultime sale della mostra che la francescanità si fa più evidente. Se prima i riferimenti erano distribuiti in forma astratta, qui diventano chiari. Le opere degli artisti non parlano più del loro io, quasi annullano il loro ego. Si sono fatti da parte, umili portavoce di qualcosa che li precede e li supera. È forse il gesto più francescano di tutti: la capacità di sparire dentro l’opera, per servire qualcosa di più grande. Come Francesco.

L’ultimo nucleo della mostra è il più sorprendente, quello in cui si riconosce la fratellanza universale di Francesco, che attribuiva alla donna un valore che la Chiesa del tempo non riconosceva. In Chiara d’Assisi vide una compagna di visione. La clausura – che la cultura contemporanea tende a leggere come privazione – viene qui reinterpretata come scelta attiva di introspezione e resistenza. Carla Lonzi e Rivolta Femminile abitano questa sezione con naturalezza: la separazione radicale dal sistema patriarcale come forma di autocoscienza, di libertà conquistata dall’interno.

La valle gioconda di Spoleto

Spoleto non è uno sfondo. Francesco scelse Monteluco, la montagna di fronte alla città, come luogo di contemplazione, e di questa valle disse «nihil jucundius vidi valle mea spoletana». Così, Palazzo Collicola con Vita minore diventa un luogo di esercizio spirituale. La mostra è parte di un ciclo inaugurato a febbraio scorso, insieme alla personale di Barry Flanagan, quella dell’artista locale Franco Troiani e la rassegna dedicata ai manifesti del Teatro Lirico Sperimentale. Sotto la guida di Saverio Verini, il museo sta costruendo con coerenza un dialogo che valorizza il patrimonio locale portandolo in conversazione con la storia dell’arte internazionale. Il 27 giugno inaugura il nuovo ciclo di mostre, in concomitanza con l’apertura del Festival dei Due Mondi: ci sono già due motivi per tornare a Spoleto.