
Giunta alla quarta edizione, UnArchive Found Footage Fest ha intrecciato proiezioni pubbliche, incontri con autori
Una moltitudine di addetti ai lavori, curiosi e appassionati ha animato per sei giorni il quartiere di Trastevere. Trasformando chiese, cinema, live club e istituzioni storiche, in schermi o luoghi d’incontro, il passato audiovisivo ha ripreso vita. Giunta alla quarta edizione, UnArchive Found Footage Fest (promosso dall’AAMOD, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico) conferma la propria vocazione: una manifestazione interamente dedicata al found footage e all’uso creativo di materiale audiovisivo preesistente. La programmazione ha intrecciato proiezioni pubbliche, incontri con autori e una dimensione industry di rilievo crescente.
Il festival non è però soltanto una vetrina. Marco Bertozzi e Alina Marazzi, direttore e direttrice artistica, lo hanno costruito negli anni come luogo di elaborazione critica collettiva. Mentre le intelligenze artificiali riusano dati, testi e immagini per restituire risposte spesso pigramente standardizzate, il riuso creativo dell’archivio audiovisivo propone qualcosa di diverso: reimmaginando il già visto, la pratica del riutilizzo infrange la sequenzialità dell’algoritmo per cercare narrazioni inesplorate.
Aprire un archivio e rimontarne i contenuti è, in questo senso, un atto di resistenza materico, irriducibile alla logica del clic. Come ricorda il presidente dell’AAMOD Vincenzo Vita illustrando il nucleo del festival, “le culture e i saperi sono un bene comune, da restituire alla fruizione collettiva consapevole“. Un valore che è un argine contro ogni “coercizione seriale omologante”.
Mentre al cinema Intrastevere scorrevano i film in concorso, all’Aranciera dell’Orto Botanico i responsabili di archivi internazionali hanno proposto i propri cataloghi per opere a venire; nove autori hanno inoltre presentato i loro progetti a potenziali partner.
Spazi urbani
Le sezioni Panorami Italiani e Frontiere hanno affrontato gli sguardi stereotipati sull’Italia e rimesso in discussione confini fisici e morali. Urban Footage, dedicata quest’anno a Montreal, ha invece lavorato sulla reimmaginazione degli spazi urbani. Parallela alla rassegna su Giuseppe Bertolucci, la retrospettiva dedicata a Cécile Fontaine è stata accompagnata da una masterclass in cui l’artista francese ha illustrato il proprio processo creativo. La sua “distruzione controllata” della pellicola può essere una buona sintesi di ciò che UnArchive cerca ogni anno: non solo conservare il passato, ma restituirlo come materia ancora viva.
Vincitore dell’Unarchive Award è stato Do You Love Me di Lana Daher, un viaggio dinamico e commovente nella memoria audiovisiva del Libano. A distinguersi nel concorso internazionale per lungometraggi, il coinvolgente The Big Chief di Tomasz Wolski, un crime che ricostruisce la storia di Leopold Trepper, il più importante e sconosciuto agente segreto polacco in tempo di guerra fredda. Vincitori a parimerito, i due cortometraggi Daria’s Night Flowers di Maryam Tafakory e Sunday Afternoon di Bill Morrison.
Il primo è un lirico attraversamento della cinematografia iraniana che ricompone una storia intima di “desiderio illecito”. Il secondo una ricostruzione chirurgica, con video bodycam e riprese amatoriali, di un intervento dell’ICE, la polizia anti-immigrazione che agisce come una banda armata tra le strade americane. Premi che confermano come il found footage abbia perso da tempo il ruolo di riempitivo o ‘copertura’, per diventare una nuova caméra-stylo con cui rielaborare nuovi possibili futuri.



