
Quinta edizione della mostra-concorso fondata nel 2022 da Simone Sparti e Zeno Rossi ad Ascoli Piceno
Giunge alla quinta edizione il Premio Sparti, mostra-concorso fondato nel 2022 da Simone Sparti e Zeno Rossi ad Ascoli Piceno. Il titolo di quest’anno – Dove finisce la città – definisce un metodo, prima ancora che una suggestione geografica: cosa resta fuori dai perimetri culturali che consideriamo centrali? Quali pratiche e quali forme di ricerca prendono corpo nelle aree liminali, lontano dai luoghi di maggiore visibilità e legittimazione? La mostra, allestita tra il Forte Malatesta e il Frida Museum dal 23 maggio al 28 giugno 2026, raccoglie oltre venti artisti attorno a un parametro insieme biografico e concettuale: la marginalità come postura critica nei confronti del sistema dell’arte e delle sue strutture consolidate.
«Il 70% del territorio italiano è composto da località “minori”; l’Italia stessa può essere considerata una grande e diffusa provincia», osserva Alex Urso, curatore del progetto e artista lui stesso, da tempo impegnato sul tema. Articolando il percorso espositivo in tre sezioni, cui corrispondono altrettante modalità di intendere e abitare il margine, Urso presenta Dove finisce la città come «una piattaforma di riflessione sulle geografie contemporanee dell’arte, mettendo in luce traiettorie spesso invisibili ma sempre più decisive per comprendere le trasformazioni del sistema artistico italiano». In simili contesti, il territorio – trama inesauribile di significati, relazioni e saperi – smette di essere semplice scenario e diventa inevitabilmente materia prima del fare artistico, mentre la diversa esposizione alle dinamiche del mercato concede tempi di ricerca più lunghi e una libertà sperimentale che i grandi centri raramente consentono.

Essere oltre riunisce dieci artisti affermati e variamente radicati nella penisola. Per molti di loro il territorio è archivio del vivente: Giorgia Severi, artista e agricoltrice nel ravennate, fissa nella terracotta della serie Pinus il calco di un albero quale memoriale di una natura assediata e in fuga; Denis Riva, nel suo studio dentro un lanificio del trevigiano, affida Dopo l’incendio (Attese condivise) a una materia viva, dove il lievito madre fa fermentare la carta accanto ad acrilico e fuoco; il padovano Marco Maria Zanin interroga «territori interstiziali» dell’umana esperienza in cui il rapporto con la terra si fa «sapere incarnato». A conclusioni affini giunge Davide Maria Coltro per il quale anche il mezzo tecnologico, se vissuto alla giusta distanza, «perde il carattere spettacolare e totalizzante», per svelarsi quale campo linguistico e simbolico.
La marginalità si fa posizione critica esplicita in Giuseppe Stampone, abruzzese rientrato a Teramo dopo New York e Bruxelles, che denuncia l’anacronismo delle categorie di «centro» e «periferia», e nella pratica relazionale di Virginia Zanetti, cresciuta in una provincia di «noia e solitudine» che però, una volta «attraversate, diventano luoghi fertili» e creativi. Sulla stessa convinzione poggia l’esperienza di Andrea Mastrovito, che a Grassobbio ha convertito un capannone nel più importante spazio italiano dedicato al disegno. Su un asse contiguo si incontrano Luigi Presicce, di Porto Cesareo, la cui pittura attinge a un repertorio di maschere e simulacri rituali, ed Enrico Tealdi, che dalla cascina di famiglia a Cuneo dipinge effigi devozionali erose dal tempo, volti in lenta riconciliazione con la notte che li circonda.

Nel cortile, chiude questa prima selezione l’altalena di Francesco Arena: l’artista pugliese, avvezzo al confronto con maestranze «abituate ad altri ritmi», fa del dondolio una forma di misurazione del tempo e del pensiero. Essere qui restringe il campo al tessuto marchigiano, dove gli stessi nuclei tematici si ripresentano in scala regionale. È qui che Urso riconosce una costante: in molti di questi autori una tensione spirituale agisce da «matrice culturale profonda, ora accolta, ora interrogata o sfidata, ma mai realmente rinnegata». Un primo nodo è quello del confine, affrontato di petto da Giovanni Gaggia con l’opera tessile Sconfinare: sulla collina di Mezzanotte, nell’alto pesarese, «una terra di mezzo tra l’Adriatico e l’Appennino», l’artista ha fondato Casa Sponge, la prima residenza d’artista delle Marche, e pratica il ricamo, metafora del gesto lento, relazionale e politico.
La tensione fra organico e simbolico ritorna invece nel cuore anatomico fuso in oro del duo Alchemy Project, dove la materia viva è congelata in metallo senza essere redenta, così come nelle «anatomie morbide» di Chiara Valentini: figure tessili ispirate alla statuaria classica, disciolte in una nuova fragilità. Poco lontano, Paola Tassetti allestisce una collezione di reperti sospesi fra erbario e altare, in cui l’impulso a catalogare il vivente si carica di valenze rituali. Il paesaggio si fa archeologico con Arianna Pace, palinsesto in cui la storia umana si stratifica, in continuità di sostanza, su quella naturale, mentre con Fabrizio Cotognini il disegno torna protagonista, innestandosi su incisioni antiche con foglia d’oro per rielaborare l’iconografia delle Sirene campane, fra memoria classica e trasmutazione. Ancora, questa stessa tensione spirituale affiora nelle tavole di Riccardo Angelini, che estende la riflessione sull’androgino generando forme germinali, sospese tra forma e informe, per poi farsi programma nell’ascolano Giorgio Pignotti, per cui l’isolamento è «processo di dis-identificazione» che allontana dalle «false necessità» del fare artistico: una pittura che, citando Flaiano, sceglie di non partire per arrivare altrove.

Essere altro, ospitata al Frida Museum e co-curata con Caterina Angelucci, è infine il nucleo che sposta lo sguardo dal versante geografico a quello identitario. I cinque artisti under 35 in concorso – Sofia Boarino, Cristina Lavosi, Alessandra Leta, Eleonora Rinaldi e Martino Santori – declinano la marginalità sul piano della condizione individuale, fra pittura, installazione e video: «essere “altro” – scrive Angelucci – significa abitare una condizione che non coincide mai pienamente con se stessa, uno spazio in cui le forme del visibile, del narrabile e del vivibile si ridefiniscono continuamente». Sarà a uno di loro che la giuria, presieduta da Gabriele Perretta e composta fra gli altri da Stefano Papetti, Matteo Piccioni e dagli stessi curatori, attribuirà il Premio Sparti 2026 in occasione del finissage del 28 giugno. In palio, una mostra personale da costruire all’interno del prossimo appuntamento annuale, come oggi accade per lo scorso vincitore Wang Yuxiang, presente negli spazi del Forte con un corpus di opere multimediali a cura di Niccolò Giacomazzi.
Letta nel suo insieme, Dove finisce la città non offre tanto una mappa di “chi resta fuori”, quanto la prova che fuori e dentro hanno smesso da tempo di coincidere con le coordinate del sistema. Ciò che gli artisti in mostra restituiscono, dalle loro case – scelte o ereditate –, è il modo in cui un’esistenza decide consapevolmente a quali pressioni rispondere, a quali resistere e da quali liberarsi. Nessuna mappa misura davvero la fine di una città: solo chi elegge un luogo a propria dimora ne traccia, ogni volta, il vero limite.




