
“Mario Raciti. Opere 1952-2025”, con cento opere selezionate in oltre settant’anni di carriera, al primo piano di Palazzo Reale a Milano, ripercorre l’intero itinerario artistico del pittore dagli inizi fino agli esiti più recenti della sua ricerca, riproponendo il profondo legame con la città e con il contesto culturale che ne ha accompagnato il percorso
Prima di entrare nel merito della mostra è necessario chiedersi chi è Mario Raciti. Nato a Milano e una laurea in legge, non trascorre molti anni nello studio di avvocato. Capisce che non è la sua strada e appende definitivamente la toga facendosi assorbire totalmente dalla pittura. Ma che tipo di pittura. Come definirla? Interrogativo che già si poneva Roberto Tassi. Pur condividendone alcuni elementi non si può dire che Raciti possa essere apparentato all’astrattismo. Non è un naturalista anche se i suoi lavori ne assorbono tracce significative. Come appare chiaro ne La testa tra le nuvole del 1968. E non può essere inquadrato nel surrealismo pur conservandone alcuni frammenti. E allora? Può venirci in aiuto riflettere sul concetto espresso da Raciti là dove afferma che “più che dipingere facce e ali, mi piacerebbe dipingere l’alitare delle ali, cioè il vento dello sbattere delle ali”. Una vera e propria dichiarazione di poetica che è il leitmotiv del suo fare creativo. Ci troviamo così di fronte ad una pittura dove convivono il lirico, il visionario, l’onirico. Dove il verde il rosa il grigio il nero sono colori sospesi nello spazio. Che affiorano si immergono riaffiorano. Più suggeriti, annunciati frammentati, dissanguati, indefinibili, microorganismi oscillanti in un reale magmatico che sconfina nell’irreale: l’unico modo per catturare il vento che fa sbattere le ali.

Una pittura quindi che scaturisce da una ricerca interiore, molto pensata ma senza immergersi nel concettuale. Una pittura che riflette residui di attaccamento all’immagine; non quella però riscontrabile nel quotidiano che dà l’illusione di una sola accezione. Ma l’immagine plurima che domina nel sogno, con i suoi plurimi significati. E lo stesso Raciti a sostenere che “se guardiamo dentro di noi, nei nostri sogni, non vediamo che antinomie, diversificazioni, strati. L’orizzonte si apre nel profondo su tante prospettive”. Considerazioni che l’artista traduce nella tecnica mista su tela del 2015, Una o due figure. Lasciando all’osservatore stabilire chi o che cosa sta guardando: un fiore che scaturisce improvvisamente da una liquidità lattea o protofigure che si sovrappongono mentre cercano di uscire da spire biancastre che le asfissiano? “La mostra rende omaggio a una voce importante del Novecento, che ha saputo dare forma alle inquietudini profonde e allo smarrimento dell’uomo senza rinunciare a un quid di poesia, fra impulso psicologico e allegoria del profondo, in cerca di un ‘altrove'” – afferma il curatore.

La mostra
In che modo? Offrendo al pubblico la possibilità di confrontarsi con le diverse stagioni della ricerca di Raciti: dalle figurazioni emblematiche degli anni Sessanta alle atmosfere sospese delle Presenze-assenze degli anni Settanta quando entra a far parte del gruppo della Galleria Morone di Enzo Spadon, insieme ad artisti come Claudio Olivieri, Valentino Vago ed Enrico Della Torre, diventando uno dei protagonisti della Galleria; dai cicli delle Mitologie degli anni Ottanta, con la personale al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea del 1988 e la relativa acquisizione di trentasei opere dell’artista, oggi custodite al Museo del Novecento, che costituiscono uno dei fulcri della mostra di Palazzo Reale, ai Misteri degli anni Novanta. Negli anni Duemila la sua pittura privilegia creazioni sempre più complesse e drammatiche, fino a sfiorare la dissoluzione dell’immagine. Tra i cicli più recenti figurano le opere dedicate alla crocifissione e Why, “perché mi hai abbandonato”, rammenta l’interrogativo che si pone Cristo in croce, a presupporre una serie di domande che aderiscono alla coscienza dell’essere nel tentativo di oltrepassare l’ovvietà del mondo, visitando la sua parte nascosta e impalpabile, la sua natura indicibile, e a parte I fiori del Profondo. Raciti si rifà al mito di Proserpina che, condannata all’Ade, dialoga con l’amata figlia Cerere, dea delle messi, facendo nascere sulla terra i fiori a primavera. Si tratta di una metafora sulla necessità della comunicazione. Da qui le immagini intonate ai “bagliori della leggerezza”. “La forma per me pittore – dichiara Raciti – non è questione di tecnica, non è questione di stile: è nella visione, espressione di necessità. Forma di fantasmi lontani, aggrediti da nere corrosioni.” Nelle ultime serie, Una o due figure e Fonti, i fiori si trasformano in dardi e la pittura ricorda l’impossibilità dell’incontro e la distanza tra gli esseri umani.




