
Fino al 17 luglio Sempre Più Fuori fa respirare insieme una costellazione di teatro, danza, musica, cinema, letteratura, performance e fotografia
Sempre Più Fuori è un festival che riscrive le geografie dei luoghi. E riesce nel delicato equilibrio di unire innovazione, qualità e location significative per bellezza e valore simbolico. Giunto alla sua sesta edizione, fino al 17 luglio, la kermesse fa respirare insieme una costellazione di teatro, danza, musica, cinema, letteratura, performance e fotografia. Il festival, ideato e diretto da Antonino Pirillo e Giorgio Andriani, propone un’idea di programmazione che rifiuta la gerarchia dei generi. E restituisce al pubblico qualcosa di molto prezioso: la possibilità di attraversare luoghi, idee, linguaggi, punti di vista e racconti che talvolta si contrastano.
I luoghi dove si svolge il festival divengono essi stessi parte dei dispositivi drammaturgici in atto. L’Accademia Tedesca di Villa Massimo, il Goethe-Institut, il Cimitero Monumentale del Verano, lo Spazio Rossellini sono i quattro nodi di una rete che per dodici giorni smette di essere semplice contenitore urbano. Portare uno spettacolo in quel luogo magico, funereo e al tempo stesso quotidiano che è il cimitero del Verano, ad esempio, non è un semplice vezzo scenografico: è una dichiarazione, esplicita sin dal programma, che il festival intende lavorare sul confine tra vita e morte, tra memoria e presenza, tra ciò che la città mostra e ciò che nasconde. La geografia della rappresentazione diventa così linguaggio critico sulla città e la sua cultura, tra centro e periferia.
Il cartellone 2026 mescola con sapienza la ricerca coreografica internazionale di Marina Otero e l’archivio vivente dei trentacinque anni dei Motus. Fino a esperienze sensoriali come la “Cena al buio”, curata con l’Unione Ciechi e Ipovedenti. Accanto alla ricerca più radicale, Sempre Più Fuori non rinuncia alla convivialità. Proponendo la postazione food & drink, curata dalla Cantina di Dante di Centocelle, i dj set, i confronti tra autori e autrici e gli incontri informali.

È un equilibrio non scontato, quello tra il rigore della proposta artistica e la capacità di accoglienza, quasi domestica, per chi arriva a teatro senza sapere bene cosa aspettarsi. Ed è forse proprio questa doppia natura (colta e popolare, radicale e ospitale) il vero valore aggiunto di un festival che a Roma, negli ultimi anni, ha saputo ritagliarsi uno spazio identitario preciso.
Un progetto metateatrale
Per l’apertura del Festival, Emma Dante ha presentato in esclusiva romana “I fantasmi di Basile”, dopo il debutto alla 54ª Biennale Teatro di Venezia. Dove ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera. Il lavoro nasce da un corpo a corpo con “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, lo scrittore barocco napoletano che per primo trasformò il dialetto di corte in fiabe feroci, capaci di raccontare l’essere umano senza sconti.
La regista palermitana torna in quell’universo immaginifico con un trittico che alterna anziane che ingannano un re innamorato, una gallina incastrata nel deretano e un vecchio che si veste a festa per celebrare i suoi defunti. Con questa famiglia di fantasmi, che si esprimono con versi animaleschi e danze scomposte, immersi in una musica che si fa corpo, per ridere e commuoversi, la regista da una nuova prova del suo teatro che intrattiene, ma non consola.

Di tutt’altro carattere l’attesissima argentina Marina Otero. Con la sua chirurgica confessione, la performer si spoglia di ogni confezione per squarciare il velo d’ipocrisia che avvolge il sistema culturale occidentale. Con la foga di un naufrago che anela un ultimo respiro, la Otero impersonifica una Sherazade che sopravvive grazie al continuo inanellarsi delle storie. Per resistere a un’epoca di violenze che non possono lasciarci indifferenti. Dalla rivolta verso la censura che l’ha colpita, richiedendole di eliminare le parole “genocidio” e “Free Palestine” da un suo spettacolo, l’autrice mette in scena il proprio personale processo autoriale, smascherando con lucidità come dietro ogni azione creativa si nasconda una sorta di colonizzazione dell’immaginario.
Regista e performer che, come dichiara lei stessa, ama mettersi in pericolo, tesse voci, distorsioni, allenamenti di boxe, video e corse forsennate. In un doppio racconto, prima femminile e poi maschile, di una storia d’amore che diventa un progetto metateatrale stratificato, viscerale e sorprendente.



