
In diversi artisti presenti alla Biennale emerge la capacità di trasformare l’oggetto in un dispositivo di decolonizzazione
Gran parte della ricerca curatoriale di Koyo Kouoh, per la Biennale Arte 2026, ruota attorno alla materialità degli oggetti, degli archivi e delle pratiche quotidiane africane. Penso, in particolare, ad alcuni artisti africani e latinoamericani, tra i quali, ad esempio, Ranti Bam, Senzeni Marasela, Ayrson Heráclito, Guadalupe Maravilla, artisti le cui opere sono collocate nell’Arsenale di Venezia. Questi autori trasformano materiali, tecniche e simboli provenienti dalle proprie culture in un lessico contemporaneo originale. Non si tratta di folklore né di rivendicazione identitaria, ma di una ricerca in cui gli oggetti conservano una memoria sociale, rituale e storica.
Qui l’innovazione nasce proprio dalla loro capacità di tradurre pratiche locali in forme artistiche nuove, senza rinunciare alla complessità della loro provenienza. Alla luce delle riflessioni dell’antropologo Igor Kopytoff sulla ‘biografia culturale delle cose’ e dell’antropologo Arjun Appadurai sulla ‘vita sociale delle cose’, queste pratiche artistiche possono essere lette e interpretate come lo sviluppo della capacità dei materiali di “agire” culturalmente, offrendosi come oggetti-biografia, oggetti-archivio, oggetti rituali, oggetti postcoloniali.
Gli oggetti tra globalizzazione e memoria
Le cinque sculture di Ranti Bam, che condividono il titolo Ifa Ile Oja – Black Ifa, si ergono come guardiani totemici della stanza dell’Arsenale in cui sono esposte. Funzionano come oggetti votivi che custodiscono spiriti incarnati nella forma. La tecnica di lavorazione dell’argilla, nell’opera di Ranti Bam è un processo di fusione con la propria opera scultorea. Infatti l’argilla, per lei, risuona con la continuità ancestrale inscritta nel tempo. La parola Ifa, in lingua yoruba, significa sia “divinazione”(ifá) sia “avvicinare”(I-fàá). Questo duplice senso suggerisce che l’argilla, oltre ad essere la sostanza attraverso la quale forma e significato si fondono, collabora alla realizzazione dell’opera essendo, come tutta la materia, abitata da spiriti. Così concepite, le sculture di Bam (artista di origine nigeriana) sono portali dove gli spiriti e gli esseri viventi si incontrano.

Le opere di Ayrson Heráclito, se pur caratterizzate da materiali diversi (principalmente metalli) hanno radici culturalmente molto simili a quelle dell’opera di Ranti Bam. Negli spazi dell’Arsenale Heráclito presenta Juntó, una serie che comprende sculture in acciaio inossidabile e disegni a inchiostro e acquerello. La serie si confronta con insegne e strumenti legati agli Orixás, le numerose divinità del Candomblé. Il Candomblé è una religione nata dalla convergenza delle conoscenze spirituali di diversi popoli africani (tra cui gli Yoruba), portati con la forza in Brasile.
Nel Candomblé, ogni persona è guidata da almeno due Orixás: mentre quello primario è la madre o il padre guardiano, la divinità secondaria offre sostegno emotivo e favorisce la saggezza. I 222 disegni, presenti in mostra, corrispondono alle possibili combinazioni di juntós, le combinazioni di Orixás primari e secondari, accompagnate da poesie Oríkì che descrivono le energie che risuonano all’interno della composizione.

Oggetti che curano, oggetti che ricordano
Sempre negli spazi dell’Arsenale, l’artista Senzeni Marasela presenta Theodorah, un’installazione composta da grandi opere tessili sospese che incorporano lunghi drappi di lana rossa cuciti a mano su tjali, coperte cerimoniali in tessuto misto. I punti tracciano le mappe dei pendii delle miniere che sono crollate e i titoli fanno riferimento a disastrosi incidenti minerari avvenuti in Sudafrica, dei quali sono indicati la località, la data e il bilancio delle vittime, tra cui suo marito Theodorah.
Senzeni Marasela è cresciuta nei pressi di una miniera d’oro abbandonata nell’area di Johannesburg. Marasela, il cui marito è stato fagocitato nel crollo di una miniera, affronta l’impatto emotivo e politico dell’attività estrattiva sulla vita delle donne africane, nonché i danni irreparabili che la migrazione forzata e i sistemi di lavoro dell’apartheid hanno provocato alle famiglie nere.

Al centro dell’installazione di Guadalaupe Maravilla si trovano quattro ‘Lanciatori di malattie’ (Disease Throwers), che combinano elementi fatti a mano con oggetti di recupero trovati mentre ripercorreva il suo itinerario attraverso l’America Centrale. Le sculture funzionano sia come santuari che come strumenti di guarigione che è possibile suonare. Dal soffitto pendono cinque grandi amache, in ciascuna delle quali è iscritta una frase di una canzone spesso cantata ai bambini per confortarli quando si fanno male. L’etica della cura di Maravilla si estende alle cerimonie di guarigione sonora che conduce nelle sue installazioni e che si rivolgono sia a un pubblico generico, sia a gruppi specifici come i malati di cancro e i rifugiati.
La pratica artistica di Guadalupe Maravilla affonda le radici nell’autobiografia e nell’attivismo connesso alle problematiche della migrazione contemporanea. Le cui imprese eroiche si intrecciano con le ferite dei traumi inflitti dalla violenza coloniale e dall’imperialismo. Queste riflessioni sono influenzate dalla battaglia dell’artista contro il cancro. Una malattia che ritiene essere la manifestazione fisica dello stress legato al faticoso viaggio verso gli Stati Uniti fatto da bambino negli anni Ottanta.
Decolonizzare attraverso l’Arte
Se esiste un filo rosso che unisce artisti come Ranti Bam, Senzeni Marasela, Ayrson Heraclito, Guadalupe Maravilla, esso risiede nella capacità di trasformare l’oggetto in un dispositivo di decolonizzazione. Nelle loro opere l’oggetto non è un semplice materiale da assemblare, né un ready-made di ascendenza duchampiana. Al contrario, conserva una memoria. Oggetti domestici, utensili, tessuti, reliquie rituali, strumenti del lavoro, elementi naturali o materiali di recupero vengono sottratti alla loro funzione originaria per raccontare storie che la narrazione coloniale ha spesso cancellato o marginalizzato.

La decolonizzazione avviene proprio attraverso questa restituzione di significato. L’oggetto non rappresenta soltanto una cultura bensì ne diventa un testimone. Porta con sé le tracce della schiavitù, delle migrazioni, della diaspora, dell’estrazione delle risorse, della spiritualità e delle pratiche quotidiane. È una materia che conserva esperienze vissute.
Pur appartenendo a tradizioni differenti, questi artisti condividono una medesima strategia. E cioé affidano agli oggetti il compito di ricostruire genealogie interrotte e di restituire dignità a saperi esclusi dalla storia ufficiale. Le loro installazioni non chiedono soltanto di essere osservate bensì chiedono di essere lette come archivi materiali di una memoria collettiva.
In questa prospettiva, la decolonizzazione non consiste nel rifiuto della contemporaneità, ma nella ridefinizione del rapporto fra materia, storia e identità. L’oggetto diventa così il luogo in cui passato e presente si incontrano, trasformando l’opera d’arte in uno spazio di riparazione simbolica.



