19 Settembre 2026 10:07

Tra peso e leggerezza. Wallace Chan al Long Museum di Shanghai

Wallace Chan, Long Museum, Shanghai
Wallace Chan, Long Museum, Shanghai
Shanghai dedica a Wallace Chan la più ampia ricognizione museale mai realizzata, celebrandone i settant’anni con una retrospettiva curata da James Putnam

Con Vessels of Other Worlds, il Long Museum di Shanghai dedica a Wallace Chan la più ampia ricognizione museale mai realizzata sull’artista, celebrandone i settant’anni attraverso un progetto che supera i confini della retrospettiva tradizionale. Curata da James Putnam, la mostra restituisce la complessità di una ricerca che negli ultimi decenni ha ridefinito il rapporto tra scultura, alta gioielleria e spiritualità, trasformando il titanio — materiale simbolo della tecnologia e dell’industria contemporanea — in uno strumento di riflessione sul corpo, sulla memoria e sulla dimensione dell’invisibile.

L’esposizione dialoga idealmente con il progetto parallelo presentato nella Cappella di Santa Maria della Pietà a Venezia durante la Biennale Arte, costruendo un ponte simbolico tra Oriente e Occidente e trasformando Shanghai e Venezia nei due poli di una medesima narrazione visiva e filosofica. Se nella sede veneziana prevalse una dimensione raccolta e contemplativa, è però negli spazi monumentali del Long Museum che la ricerca di Chan trova la sua espressione più ambiziosa, espandendosi fino a occupare lo spazio architettonico e a coinvolgere direttamente il corpo del visitatore.

 

Wallace Chan, Long Museum, Shanghai
Wallace Chan, Long Museum, Shanghai

Il percorso espositivo attraversa alcune delle serie più significative dell’artista, da Titans a Totem fino a Transcendence, seguendo l’evoluzione di un linguaggio che unisce riferimenti alla cosmologia buddhista, all’immaginario cinese tradizionale e a una sensibilità visiva fortemente proiettata verso il futuro. Al centro della mostra emergono tre monumentali vasi in titanio alti sette, otto e dieci metri, concepiti come il cuore simbolico dell’intero progetto.

Più che semplici sculture, queste opere appaiono come presenze architettoniche sospese tra reliquiario e dispositivo fantascientifico, tra reperto archeologico e astronave proveniente da un tempo ancora da venire. La loro superficie riflette la luce attraverso tonalità cangianti di oro, rosso e blu ottenute grazie a complessi processi di lavorazione del titanio, mentre migliaia di elementi metallici, ingranaggi e decine di migliaia di viti costruiscono un sistema formale di straordinaria densità visiva.

 

Wallace Chan
Wallace Chan
Dettagli figurativi

Avvicinandosi alle opere emergono dettagli figurativi disseminati lungo le superfici: volti, neonati in movimento, animali mitologici, creature fantastiche, dischi riflettenti e frammenti anatomici compongono un universo iconografico stratificato in cui convivono riferimenti al buddhismo, al taoismo e alla tradizione occidentale. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ai resti di una civiltà immaginaria oppure alle testimonianze di un futuro remoto, in un continuo slittamento temporale che costituisce uno degli aspetti più affascinanti della ricerca di Chan.

Una delle installazioni principali invita addirittura il pubblico a entrare all’interno della struttura. Qui lo spazio si trasforma in un ambiente immersivo di superfici specchianti e riflessi infiniti, dove il visitatore diventa parte integrante dell’opera. È una soluzione che richiama direttamente il celebre Wallace Cut, la tecnica di incisione tridimensionale sulle pietre preziose sviluppata dall’artista negli anni Ottanta e considerata una delle innovazioni più importanti nel campo della gioielleria contemporanea. In quel procedimento la luce non si limita a colpire la superficie della gemma ma penetra all’interno della materia, diventando elemento costitutivo dell’immagine stessa.

 

Wallace Chan, Long Museum, Shanghai
Wallace Chan, Long Museum, Shanghai

La mostra suggerisce così una continuità profonda tra il Wallace Chan designer e il Wallace Chan scultore. Per decenni l’artista ha ridefinito il linguaggio dell’alta gioielleria internazionale trasformando il gioiello in una forma di micro-scultura narrativa, capace di fondere invenzione tecnica, simbolismo e sperimentazione sui materiali. Le opere monumentali presentate a Shanghai sembrano amplificare quella stessa ricerca fino alla scala architettonica, mantenendo immutata l’attenzione per la luce, la trasparenza e la percezione. A determinare questa trasformazione ha contribuito anche una vicenda biografica decisiva. Nei primi anni Duemila Chan si ritirò temporaneamente dalla vita pubblica scegliendo l’esperienza monastica buddhista e dedicandosi alla meditazione e alla contemplazione.

Al ritorno alla pratica artistica, il suo rapporto con la materia risultava profondamente mutato. Progressivamente le pietre preziose lasciarono spazio a materiali come cemento, rame, acciaio e infine titanio, destinato a diventare il centro della sua ricerca più recente. La scelta del titanio non è soltanto tecnica. Leggerissimo, resistente alla corrosione e potenzialmente eterno, questo materiale sembra incarnare una sfida diretta al tempo e alla trasformazione.

 

Wallace Chan, Long Museum, Shanghai
Wallace Chan, Long Museum, Shanghai
Superficie viva

Chan, tuttavia, ne sovverte completamente l’immaginario industriale e aerospaziale: il metallo perde rigidità e peso apparente, si incurva come fosse tessuto, assume qualità organiche e diventa pelle, membrana, superficie viva attraversata dalla luce. La virtuosità tecnica non viene mai esibita come fine a se stessa, ma utilizzata per interrogare questioni esistenziali e spirituali. L’artista descrive infatti questi grandi contenitori come metafore del corpo umano. Un vaso non custodisce soltanto oggetti materiali: può contenere memoria, tempo, emozioni e coscienza; può diventare uno spazio mentale e spirituale. I giganteschi recipienti che dominano la mostra finiscono così per alludere al ciclo dell’esistenza e alla continua possibilità della trasformazione.

Anche da questo punto di vista il lavoro di Chan si sviluppa lungo un territorio di incontro tra culture differenti. Le tre opere monumentali prendono ispirazione dagli oli sacri utilizzati nella tradizione cattolica durante i riti di consacrazione, ma la loro interpretazione si intreccia con la filosofia buddhista e con una concezione dell’universo fondata sull’interdipendenza di tutti gli esseri e dei fenomeni.

 

Wallace Chan, Long Museum, Shanghai
Wallace Chan, Long Museum, Shanghai

Le grandi teste della serie Titans, sospese tra sembianze umane e archetipi senza tempo, sembrano evocare contemporaneamente l’immagine del Buddha e quella di un’entità extraterrestre. I loro volti immobili osservano il visitatore con una calma quasi rituale mentre, all’interno delle sculture, altre teste si moltiplicano in una sequenza potenzialmente infinita che suggerisce l’idea della rinascita e dell’eterno ritorno.

Allo stesso modo le opere dedicate ai sensi — occhi, orecchie, naso e bocca — interrogano il rapporto tra percezione e coscienza, ricordando come ogni esperienza del reale sia inevitabilmente mediata dagli strumenti attraverso cui la viviamo. Più che offrire risposte, le sculture di Chan sembrano costruire spazi di riflessione e sospensione. In Vessels of Other Worlds il Long Museum si trasforma così in un ambiente quasi meditativo, dove il materiale più resistente prodotto dall’uomo assume una qualità inattesa: fragile, luminosa, profondamente umana. È forse proprio in questa tensione tra permanenza e impermanenza, tra tecnologia e spiritualità, tra peso e leggerezza, che si trova il nucleo più autentico della ricerca di Wallace Chan.