
Fondazione Brescia Musei presenta, in collaborazione con Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana, un palinsesto di mostre dedicato alla scultura romana riscoperta nel 1826 e divenuta simbolo della città
Brescia avvia i festeggiamenti per il Bicentenario del ritrovamento della Vittoria Alata, celebre scultura romana divenuta presto simbolo identitario della città. Riscoperta nel 1826, pochi anni dopo divenne l’emblema degli ideali risorgimentali protratti dalla Leonessa d’Italia. Non una semplice scultura, dunque, ma elemento fondante del patrimonio culturale bresciano, ancora oggi di particolare significato per la cittadinanza e per le istituzioni culturali, le quali dedicano all’opera romana una vera e propria festa della Vittoria.
Tre sono le principali esposizioni promosse da Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana.

La Vittoria di Brescia. 40 fotografi e un’eterna bellezza presso il Museo Santa Giulia, in corso fino all’1 novembre, raccoglie interpretazioni inusuali e personalissime della Vittoria Alata.
Apre l’esposizione la Vittoria Alata fotografata da Gabriele Basilico nel 1999, quando ancora era allestita presso il Museo Santa Giulia. Nella sua versione, la Vittoria Alata risulta sofferente, rinchiusa in cattività, docile; l’opposto assoluto dei valori incarnati. Per questa ragione, Renato Corsini, fotografo e direttore della Cavallerizza, ha invitato oltre quaranta artisti a immortalare l’opera, perché “la Vittoria Alata non deve essere solo di Basilico, ma di tutti”, affinché la sua essenza non vada più dimenticata, e il simbolo possa rinnovare il proprio significato, nel rinnovamento dei codici.

Presso la Cavallerizza, la mostra Renato Corsini. Vittoria Alata. Viaggio di andata e ritorno svela i retroscena del lungo e minuzioso restauro a cura dell’Opificio delle Pietre Dure. Le fotografie, scattate nel 2020 al rientro da Firenze, sono state il mezzo per mostrare l’opera in piena emergenza Covid, nel momento in cui nessuno poteva vederla. Quando un simbolo viene occultato, questo viene svuotato del suo significato: una resa ulteriore in un periodo già di per sé difficile, un compromesso a cui le istituzioni bresciane non erano pronte a scendere.
Il reportage di Corsini, più che documentaristico, assume un valore emozionale a tuttotondo. Il restauro si trasforma in cura e guarigione. E vibrante attesa, soprattutto.

Sempre presso il Centro della Fotografia Italiana, inaugura la personale Mario Cresci. In aliam figuram mutare. Interazioni con la Pietà Rondanini di Michelangelo. Un parallelo studio a mezzo fotografico sulla Pietà Rondanini. Altra modalità di ricordare – tema caro a Cresci – un’opera altrettanto monumentale dal punto di vista identitario, di “costituire un archivio della memoria, anziché fissare nel tempo l’immagine”, come scrisse Marco Scotini in occasione di una sua mostra del 2023. Un artista attento che, con rispetto e infinita grazia, restituisce al mondo la propria sensibilità e la sensibilità di un’opera eterea, nonostante la sostanza materiale di cui quest’ultima è costituita.
Entrambe le mostre sono visitabili sino al 30 agosto.



