23 Ottobre 2026 22:31

Cardi e decumani di una Mestre che non esiste più

Sottobosco, Sharing the archive, Galleria Contemporaneo 2010

Una rilettura delle esperienze che hanno più fortemente marcato il contemporaneo veneziano degli ultimi vent’anni: storia di Galleria Contemporaneo e Sottobosco, presidi temporanei di arte e osservazione dello spazio urbano

Tra la seconda metà degli anni Duemila e la fine del decennio successivo, l’asse urbano che collega la stazione ferroviaria di Mestre al centro cittadino ha ospitato due esperienze artistiche che meritano, oggi, di essere rilette insieme. Galleria Contemporaneo e Sottobosco sono state realtà diversissime per origine, struttura e durata, ma hanno condiviso una linea decisiva, quella di scegliere la terraferma veneziana come luogo di produzione artistica e osservazione urbana reali, al di là della retorica e al di là della grafica da maquillage.
La porzione di città è circoscritta. La stazione, via Piave, via Cappuccina, corso del Popolo, il centro di Mestre. Una zona percorsa da flussi continui, commercio, residenzialità, spazi sfitti, trasformazioni demografiche e tensioni sociali. Mestre, in quegli anni, diventava oggetto di una crescente lettura emergenziale.
Queste esperienze appartengono alla storia dell’arte contemporanea e della progettazione culturale. Il loro rapporto con la fragilità del tessuto residenziale riguarda anzitutto la capacità di occupare spazi, far nascere frequentazioni, costruire attenzione e rendere riconoscibili luoghi altrimenti consegnati all’abbandono. Sono incroci in cui una serranda abbassata o un negozio vuoto incidono sulla qualità dello spazio pubblico.
Galleria Contemporaneo costituisce il nodo principale di questa storia. Attiva a Mestre, in piazzetta Monsignor Olivotti, nell’area di via Piave, la galleria era stata aperta nel 1998 con una mostra dedicata ad Alberto Viani. Edificio pubblico di competenza del Comune di Venezia, aveva ospitato negli anni successivi iniziative di qualità, seppure con una certa discontinuità. La svolta avviene nel 2006, quando la direzione artistica è affidata a Riccardo Caldura, che la mantiene fino al dicembre 2010, anno in cui la sede storica viene ceduta.
In quei quattro anni Galleria Contemporaneo definisce un’identità. La programmazione tiene insieme ricerca artistica, riflessione sulla città, memoria delle esperienze precedenti rispetto a quella stagione e apertura internazionale. Mestre non viene utilizzata come semplice sede decentrata di una programmazione culturale pensata altrove, diventa il luogo dal quale osservare ciò che sta accadendo.

out &Theis – office for urban transformation & Bert Theis, installation view Galleria Contemporaneo, 2010

A distanza di quasi vent’anni, quella programmazione può essere letta con una precisione che allora non era possibile. La presenza di Gabriele Basilico o di Italo Zuffi basta a indicarne la qualità. Il dato più interessante emerge però da altri nomi. Brigitte Kowanz, Bert Theis, Igor Eškinja, Attila Csörgő. Artisti diversi per provenienza, età e tipologia di ricerca artistica, le cui evoluzioni successive permettono oggi di misurare la capacità della Galleria di riconoscere identità destinate a conservare peso e credibilità.
Brigitte Kowanz occupa una posizione centrale in questa lettura. La sua personale a Mestre nel 2007 porta in piazzetta Olivotti una ricerca fondata sulla luce, sul linguaggio e sulla percezione dello spazio. Kowanz ha già una storia importante, ma la carriera successiva dà alla sua presenza qui un peso ancora maggiore, fino alla partecipazione al Padiglione austriaco della Biennale di Venezia nel 2017. Vista oggi, quella mostra racconta la capacità di una piccola istituzione pubblica della terraferma di muoversi con la stessa attenzione della ricerca europea più avanzata.
Lo stesso vale, in forme diverse, per Bert Theis. La sua presenza nel 2010 introduce una riflessione sullo spazio pubblico, sulla trasformazione urbana e sulle forme di autorganizzazione che appartiene pienamente alle questioni più urgenti dell’arte contemporanea di quegli anni. L’esperienza di Isola Art Center a Milano aveva fatto del lavoro di Theis un riferimento per chi cercava di capire come gli artisti potessero intervenire nei processi reali della città senza ridursi alla produzione di arredo urbano o alla celebrazione della rigenerazione.
Igor Eškinja allarga invece il raggio d’azione della Galleria Contemporaneo verso l’area adriatica e balcanica, uno dei territori più vitali della ricerca europea di allora. Attila Csörgő inaugura invece nel 2006 la nuova fase della programmazione con un progetto ripensato appositamente per lo spazio mestrino. Anche questa scelta iniziale appare oggi significativa. Il nuovo corso non comincia con una mostra rassicurante o con un nome di richiamo, ma con una ricerca costruita attorno alla percezione, al movimento, alla trasformazione dell’immagine e dello spazio.
Osservati insieme, questi artisti fanno emergere il peso della direzione di Riccardo Caldura. Docente di Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Venezia e curatore attivo dalla fine degli anni Ottanta, Caldura porta a Mestre una capacità interpretativa che si era formata altrove e che entrava in perfetta risonanza con le contraddizioni dell’hinterland veneziano. La sua successiva nomina alla direzione dell’Accademia di Belle Arti di Venezia aiuta oggi a misurare anche retrospettivamente il livello di quella stagione, ma il dato più importante resta nelle scelte compiute allora.

Brigitte Kowanz, Exit, neon e specchio_neon and mirror, 232x160x85 cm, 2006

Il rapporto con la fenomenologia sembra affiorare nel modo stesso in cui quella programmazione osserva il presente mentre accade. Le mostre non illustrano una teoria e la Galleria non affida la propria identità alla rincorsa di nomi già consacrati o alla promozione indiscriminata dell’emergente. L’attenzione si concentra su ricerche capaci di cogliere trasformazioni ancora in corso. Luce, percezione, spazio pubblico, città, fotografia, nuovi equilibri geografici dell’Europa. Più che anticipare il futuro, si tratta di guardare con precisione il proprio tempo. Le evoluzioni successive di molti degli artisti coinvolti hanno finito per dare consistenza a quello sguardo.
La linea curatoriale emerge anche dai progetti dedicati alla città e alla sua storia culturale. In questo senso il lavoro su Verifica 8+1 occupa un posto particolare. Non si tratta di recuperare una piccola esperienza locale, ma di riconoscere un precedente consistente della ricerca contemporanea a Mestre: un’associazione attiva dal 1978 al 2008, capace di organizzare centinaia di esposizioni e di costruire una collezione di opere e documenti poi confluita nel patrimonio pubblico della città.
Galleria Contemporaneo per Mestre è una presenza tutt’altro che scontata. La città viene considerata capace di produrre cultura senza dover cercare una legittimazione nella Venezia storica. La chiusura della sede nel 2010 segna una discontinuità significativa. L’associazione culturale Galleria Contemporaneo mantiene viva una parte di quell’esperienza, ma la perdita dello spazio fisico modifica profondamente il rapporto costruito con il luogo. Proprio questa condizione rende oggi quella vicenda ancora più importante. Per alcuni anni una struttura pubblica dedicata all’arte aveva occupato un punto sensibile di Mestre, dimostrando che via Piave poteva essere un luogo di produzione culturale di livello, senza forzature e con grande aderenza al piano di realtà. La sua chiusura ha lasciato un vuoto concreto, oltre che simbolico.
Mentre quell’esperienza si avviava alla conclusione, nello stesso territorio e con mezzi completamente diversi, stava nascendo Sottobosco. Nel 2011, quando acquisisce formalmente lo statuto dell’associazione non profit, è orizzontalmente diretta dal collettivo composto da Eugenia Delfini, Fausto Falchi, Tiziano Manna, Nicola e Pasquale Nunziata. La sua storia appartiene alla stagione degli spazi indipendenti italiani, realtà leggere e spesso precarie, costruite sulla capacità di mettere in comune lavoro, competenze e relazioni. Nato nel 2009, Sottobosco recupera nel quartiere Piave un appartamento in via Buccari e costruisce un archivio, un laboratorio e una serie di attività rivolte ad artisti, curatori, abitanti e operatori culturali.
Se Galleria Contemporaneo aveva significato la possibilità di una presenza pubblica e istituzionale, Sottobosco lavorava dal basso, con risorse limitate e una maggiore libertà di movimento. Il suo archivio degli artisti ne è stato uno degli elementi centrali. Raccogliere materiali, ordinarli, metterli in relazione tra loro e accessibili significava riconoscere l’esistenza di una scena che rischiava altrimenti di disperdersi. In un territorio privo di una continuità istituzionale forte, conservare le tracce del lavoro di artisti considerati significativi era di per se stessa una presa di posizione.
Le due storie, però, non procedono semplicemente in parallelo.

Attila Csörgő, How to construct an orange. 1993-2006

Nel 2010 Galleria Contemporaneo apre i propri spazi a Sottobosco in più occasioni. A marzo l’archivio degli artisti viene reso liberamente consultabile al pubblico con Sharing the archive. A maggio, all’interno del programma legato a out&Theis – office for urban transformation & Bert Theis, la Galleria ospita ShowDesk Venezia. In autunno arriva My favourite things. L’archivio Sottobosco in mostra, prima collettiva degli artisti raccolti dall’archivio. Il rapporto tra la struttura pubblica e la giovane realtà indipendente assume così continuità. Galleria Contemporaneo riconosce e accoglie un’esperienza nata nello stesso territorio, mentre Sottobosco trova nella Galleria uno dei primi luoghi in cui rendere pubblico il proprio lavoro. Il 2010 appare come un anno di prossimità e collaborazione tra le due esperienze.
Il valore di Sottobosco va letto anche nella capacità di essere un presidio del quotidiano. Uno spazio abbandonato trova il modo di essere usato. Persone diverse arrivano nel quartiere per lavorare, incontrarsi, vedere una mostra o partecipare a un progetto. Con queste pratiche lo spazio viene sottratto al vuoto e restituito alla cittadinanza.
A distanza di anni, Galleria Contemporaneo e Sottobosco si profilano come due modi diversi di collocare l’arte nella terraferma veneziana. Hanno avuto scale, mezzi e pesi diversi, ma per un tratto della loro storia hanno condiviso un luogo e un tempo.
Abbiamo sentito il bisogno di far riemergere oggi questa storia, leggendo i titoli dei giornali che fanno brillare la città delle luci psicotrope della droga. Una piazza di spaccio considerata la più grande del Nord Est, in cui si misurano le tracce di cocaina, thc e ketamina con i rivelatori anti smog. Ma, cosa ancora più sinistra, un luogo che seppelisce di continuo morti per eroina. Leggendo questi titolo ci è venuta nostalgia di quando si andava in Via Piave per vedere una mostra che non avresti trovato altrove, un’epoca che ormai sembra lontanissima, durante la quale la consapevolezza delle complessità della vita portava a cercare soluzioni che non fossero asfittiche o scontate.