
Dopo la stella di Broadway c’è quella del Baloon Museum: l’artista-leggenda Marina Abramović firma “Snowy/Windy/Spring on Planet Z”, un’installazione immersiva che trasforma lo spazio del museo newyorchese in un mondo extraterrestre fatto di lame d’erba giganti e neve di carta
Marina Abramović non ha mai fatto niente del genere. Lo ammette lei stessa. Ma quando il Balloon Museum, il primo museo permanente dedicato all’arte gonfiabile (che ospita 14 installazioni tra cui opere di Martin Creed e Karina Smigla-Bobinski), le ha chiesto di creare un’installazione, ha accettato la sfida. Il risultato è Snowy/Windy/Spring on Planet Z, un paesaggio alieno fatto di lame d’erba gonfiabili che sfiorano il viso dei visitatori mentre percorrono un percorso curvo, avvolti da fiocchi di neve di carta e da una colonna sonora ipnotica in cui l’artista recita i nomi di esopianeti.
Le installazioni più riuscite nel Tin Building, un tempo destinato a food hall di lusso, sono quelle che destabilizzano: i corni giganti di Thom Kubli che emettono suoni risonanti e soffiano bolle di sapone, il tessuto ipnotico di Boris Acket che rivela e nasconde il riflesso del visitatore nello specchio del soffitto, mentre Abramović, invece, rinuncia agli specchi: i visitatori indossano cuffie con cancellazione del rumore e ascoltano la sua voce monocorde mentre si muovono in uno spazio che sembra sospeso fuori dal tempo terreno.
“Non ho mai fatto niente del genere in vita mia, ma se mi dai un compito, provo a vedere cosa posso farci”, afferma l’artista 79enne, che dichiara di aver capito la vicinanza dei balloon con la sua pratica: “Ci metti aria, e a un certo punto l’aria esce. La temporalità di questo è molto vicina a ciò che faccio io: l’arte performativa” e va oltre, paragonando queste commissioni a quelle dei pittori rinascimentali: “Un team ti dà regole molto strette, e tu devi creare un capolavoro. È molto difficile. A volte fallisci completamente, e il fallimento è una cosa molto buona. È questione di coraggio. Non mi interessa cosa dicono il pubblico o i critici. Cos’altro dobbiamo dire? Voglio dire, è solo il Balloon Museum“. Già…e forse poco ci importa.



