
L’intersezione tra arti visive, cinema e fotografia, dove i materiali d’archivio digitali sono l’essenza dell’illusione e rivelazione di una memoria rielaborata: Rafael de Almeida e la sua “Antes do couro ceder”
Rafael De Almeida, classe 1987, artista, docente e regista brasiliano considerato tra i più promettenti nomi della post-fotografia, in cui A.I. e pittura si intersecano e producono nuovi linguaggi, presenta la sua prima individuale alla Galleria Cerrado di Brasilia: “Prima che il cuoio ceda” (Antes do couro ceder), a cura di Matteo Bergamini.
L’artista inscena “un’ipotesi di archivio, mettendo in luce quel che poteva essere ma non è stato documentato“, come suggerisce lo stesso curatore. Nell’ampia galleria, a colpo d’occhio si coglie, tra le serie in mostra, la relazione tra uomo, animale, memoria privata e collettiva che abbiamo elaborato attraverso i media sui luoghi del centro-ovest brasiliano (e su infiniti territori rurali del mondo) creati dall’umano esploratore-dominatore di nuovi Imperi.
La mostra presenta una serie di nuove opere realizzate per questa occasione e configura un “paesaggio espanso“, rivelato dall’artista stesso assemblando l’iconografia immaginaria di ambienti prima selvaggi e ostili che, dall’avvento di una idea di modernità (quando, di fatto, la fotografia inizia a documentare l’epica del viaggio alla conquista di nuovi territori) vengono sottratti alla natura e alle popolazioni native e successivamente sempre più antropizzati e documentati anche dal cinema.

Nel suo testo critico, Bergamini evidenzia come e perché nel lavoro di Rafael De Almeida non assistiamo solo a un’esplorazione della colonizzazione del Brasile con la messa in discussione anche il genere, ma: “Un percorso attraverso immaginari più-che-realistici che intrecciano relazioni sentimentali e contratti sociali, tanto tra esseri umani quanto nel legame tra uomo e bestiame. Le identità create da Rafael De Almeida ruotano attorno alla vita rurale quotidiana, riflettendo intorno al desiderio maschile di raggiungere il massimo di sé“. De Almeida è un antropologo visuale sui generis, indimenticabile anche per la serie di ritratti iconici di uomini dalla testa di bue (Linhagem): una entità rivelata, seducente, quasi sacra, seppure addomesticata dalla cultura pop, annientata, costretta a regole condivise dalla collettività. E ancora: cosa cela questa figura quasi mitica intorno alla quale l’artista costruisce la propria poetica, sperimentando attraverso l’intreccio di immagini di un archivio inventato un dialogo e una revisione/invenzione di un essere nuovo, in cui natura e umano sono ineluttabilmente legati al loro territorio? Per varcare la soglia del suo immaginario post-etnografico, è necessario entrare nella storia, cultura, identità e memoria visiva del Cerrado, un luogo fisico trasformato dall’autore in dispositivo poetico ed estetico, soglia tra reale e immaginario.
Scrive Bergamini: “A partire dal titolo, “Prima che il cuoio ceda”, si aprono innumerevoli sinestesie: nelle praterie, tra tradizioni e festeggiamenti, c’è un mondo mai apertamente svelato come sanguinoso o estremamente violento, ma, ancora una volta, continuamente attraversato da un’ambiguità strisciante: il bene, il male e la frontiera. In questo universo secco si trova quello spessore del limite che appartiene a tutte le esistenze – messo in discussione dall’artista nell’elaborazione di immagini-paesaggio in cui uomo e animale creano legami familiari, forme di interdipendenza segretamente sentimentali. Il suo viaggio dentro la cultura visiva del Cerrado si mostra nell’intersezione e introspezione di differenti immagini d’archivio – reale o promptografato, creato con un’intelligenza artificiale, invitata a immaginare ciò che sarebbe potuto essere, ma che non è mai stato realmente documentato, portando in superficie un altrove indefinibile dove, paradossalmente, ci portiamo tutti addosso per autosuggestione“.

Rafael De Almeida sconfina assemblando pittura, fotografia delle origini, cinema, A.I. e ricuce storie visive “pittorialiste” che sarebbero piaciute a Alfred Stieglitz (1864-1946), fondatore di Camera Work (1903-1917) e del Pittorialismo Americano, per dimostrare che la fotografia è arte e non soltanto riproduzione meccanica della realtà. De Almeida sfoca i “limiti” tra verità ed estetica, sperimentando lo sfumato, l’assemblaggio, l’intervento pittorico e l’antica tecnica di stampa fotografica della cianotipia, inventata da Sir John Herschel nel 1842, riconoscibile per il colore blu ciano ottenuto sfruttando una reazione chimica alla luce del sole.

Così a Brasilia, nella galleria Cerrado, Rafael De Almeida esplora il suo paesaggio visivo, che avrebbe galvanizzato il regista francese Jean-Luc Godard (1930-2022), tra una magistrale sequenza e l’altra di lavori tutti diversi per soggetto, il tema è il viaggio nell’innocenza perduta del nostro immaginario, di noi argonauti quasi estranei al proprio passato, fluttuanti in rete e travolti dalle fascinazioni dell’A.I.

La corda tra passato e presente la “tocchiamo” con gli occhi: è di cuoio e rimanda a quel territorio e cultura di allevatori di bestie e agricoltori in un mondo lontano in cui c’era un patto non scritto (anche) di rispetto tra natura e ambiente. In Véu de Noiva e Linhagem in cui si dissolve l’unione tra uomo e bestia, con tocchi di colore per una festa di nozze in cui il “trofeo” machista è l’universo femminile, alla stregua di un “prodotto” per creare ricchezza e mantenere lo stato sociale. In Prego na carne, la sagoma dell’amante maschile appare come un fantasma integrato con lo stesso territorio. Commenta questa serie il curatore: “Un sogno d’amore vissuto unicamente dall’altra metà della coppia, innamorata forse dell’idea a cui l’involucro del compagno rimanda o, semplicemente, dell’abito che indossa“. Anche nei volti Extrafrágeis dei cowboy, rimaneggiati con pittura a olio, immersi in scenari dai colori vivaci in piazze vuote, come metafora dei grandi spazi delle aree interne del Brasile, tutto è ludico, tragico e poetico insieme. Uomo e cavallo, privati dei simboli della propria virilità, in questo metalinguaggio – inclusa la testa di bue incastonata su aitanti corpi di giovani fieri, abili nel brandire fucili, pistole, uccidere giaguari e adornarsi di serpenti e altre pelli e amuleti – sono il ritratto-ritrattato dell’ “animale” che siamo, nel regno al confine tra illusione e realtà.
I soggetti melanconici di Rafael De Almeida incarnano l’eroismo della visione, vivono in una “sacche di resistenza” dello sguardo del fruitore tra memoria e oblio, insieme a un quotidiano dimenticato dalle nuove generazioni. L’artista varca la storia, viola l’autonomia di ciò che sta mostrando e trascende il documento in una forma di conoscenza realistica senza terminare nel reale. E in questa ridda d’immagini, tra cowboy, donne, bambini e uomini dalla testa di bue, s’intreccia l’io privato e smarrito in un mondo post-digitale, in cui tutto è antologia visiva di una realtà come non l’avevamo mai vista, e come invece suggerisce un allestimento di grande impatto visivo, ed emotivo.



