18 Settembre 2026 19:31

Rafael De Almeida e la trascendenza dell’archivio

Rafael De Almeida, Antes do couro ceder, Vista della mostra, Cerrado Galeria, Brasilia, ph. Diego Bresani

L’intersezione tra arti visive, cinema e fotografia, dove i materiali d’archivio digitali sono l’essenza dell’illusione e rivelazione di una memoria rielaborata: Rafael de Almeida e la sua “Antes do couro ceder”

Rafael De Almeida, classe 1987, artista, docente e regista brasiliano considerato tra i più promettenti nomi della post-fotografia, in cui A.I. e pittura si intersecano e producono nuovi linguaggi, presenta la sua prima individuale alla Galleria Cerrado di Brasilia: “Prima che il cuoio ceda” (Antes do couro ceder), a cura di Matteo Bergamini.

L’artista inscena “un’ipotesi di archivio, mettendo in luce quel che poteva essere ma non è stato documentato“, come suggerisce lo stesso curatore. Nell’ampia galleria, a colpo d’occhio si coglie, tra le serie in mostra, la relazione tra uomo, animale, memoria privata e collettiva che abbiamo elaborato attraverso i media sui luoghi del centro-ovest brasiliano (e su infiniti territori rurali del mondo) creati dall’umano esploratore-dominatore di nuovi Imperi.

La mostra presenta una serie di nuove opere realizzate per questa occasione e configura un “paesaggio espanso“, rivelato dall’artista stesso assemblando l’iconografia immaginaria di ambienti prima selvaggi e ostili che, dall’avvento di una idea di modernità (quando, di fatto, la fotografia inizia a documentare l’epica del viaggio alla conquista di nuovi territori) vengono sottratti alla natura e alle popolazioni native e successivamente sempre più antropizzati e documentati anche dal cinema.

Rafael De Almeida, Antes do couro ceder, 2026, Cerrado Galeria, Brasilia, ph. Diego Bresani

Nel suo testo critico, Bergamini evidenzia come e perché nel lavoro di Rafael De Almeida non assistiamo solo a un’esplorazione della colonizzazione del Brasile con la messa in discussione anche il genere, ma: “Un percorso attraverso immaginari più-che-realistici che intrecciano relazioni sentimentali e contratti sociali, tanto tra esseri umani quanto nel legame tra uomo e bestiame. Le identità create da Rafael De Almeida ruotano attorno alla vita rurale quotidiana, riflettendo intorno al desiderio maschile di raggiungere il massimo di sé“. De Almeida è un antropologo visuale sui generis, indimenticabile anche per la serie di ritratti iconici di uomini dalla testa di bue (Linhagem): una entità rivelata, seducente, quasi sacra, seppure addomesticata dalla cultura pop, annientata, costretta a regole condivise dalla collettività. E ancora: cosa cela questa figura quasi mitica intorno alla quale l’artista costruisce la propria poetica, sperimentando attraverso l’intreccio di immagini di un archivio inventato un dialogo e una revisione/invenzione di un essere nuovo, in cui natura e umano sono ineluttabilmente legati al loro territorio? Per varcare la soglia del suo immaginario post-etnografico, è necessario entrare nella storia, cultura, identità e memoria visiva del Cerrado, un luogo fisico trasformato dall’autore in dispositivo poetico ed estetico, soglia tra reale e immaginario.

Scrive Bergamini: “A partire dal titolo, “Prima che il cuoio ceda”, si aprono innumerevoli sinestesie: nelle praterie, tra tradizioni e festeggiamenti, c’è un mondo mai apertamente svelato come sanguinoso o estremamente violento, ma, ancora una volta, continuamente attraversato da un’ambiguità strisciante: il bene, il male e la frontiera. In questo universo secco si trova quello spessore del limite che appartiene a tutte le esistenze – messo in discussione dall’artista nell’elaborazione di immagini-paesaggio in cui uomo e animale creano legami familiari, forme di interdipendenza segretamente sentimentali. Il suo viaggio dentro la cultura visiva del Cerrado si mostra nell’intersezione e introspezione di differenti immagini d’archivio – reale o promptografato, creato con un’intelligenza artificiale, invitata a immaginare ciò che sarebbe potuto essere, ma che non è mai stato realmente documentato, portando in superficie un altrove indefinibile dove, paradossalmente, ci portiamo tutti addosso per autosuggestione“.

Rafael De Almeida, Antes do couro ceder, Vista della mostra, Cerrado Galeria, Brasilia, ph. Diego Bresani

Rafael De Almeida sconfina assemblando pittura, fotografia delle origini, cinema, A.I. e ricuce storie visive “pittorialiste” che sarebbero piaciute a Alfred Stieglitz (1864-1946), fondatore di Camera Work (1903-1917) e del Pittorialismo Americano, per dimostrare che la fotografia è arte e non soltanto riproduzione meccanica della realtà. De Almeida sfoca i “limiti” tra verità ed estetica, sperimentando lo sfumato, l’assemblaggio, l’intervento pittorico e l’antica tecnica di stampa fotografica della cianotipia, inventata da Sir John Herschel nel 1842, riconoscibile per il colore blu ciano ottenuto sfruttando una reazione chimica alla luce del sole.

Rafael De Almeida, Linhagem, 2026, Cerrado Galeria, Brasilia, ph. Diego Bresani

Così a Brasilia, nella galleria Cerrado, Rafael De Almeida esplora il suo paesaggio visivo, che avrebbe galvanizzato il regista francese Jean-Luc Godard (1930-2022), tra una magistrale sequenza e l’altra di lavori tutti diversi per soggetto, il tema è il viaggio nell’innocenza perduta del nostro immaginario, di noi argonauti quasi estranei al proprio passato, fluttuanti in rete e travolti dalle fascinazioni dell’A.I.

Rafael De Almeida, Antes do couro ceder, Vista della mostra, Cerrado Galeria, Brasilia, ph. Diego Bresani

La corda tra passato e presente la “tocchiamo” con gli occhi: è di cuoio e rimanda a quel territorio e cultura di allevatori di bestie e agricoltori in un mondo lontano in cui c’era un patto non scritto (anche) di rispetto tra natura e ambiente. In Véu de Noiva e Linhagem in cui si dissolve l’unione tra uomo e bestia, con tocchi di colore per una festa di nozze in cui il “trofeo” machista è l’universo femminile, alla stregua di un “prodotto” per creare ricchezza e mantenere lo stato sociale. In Prego na carne, la sagoma dell’amante maschile appare come un fantasma integrato con lo stesso territorio. Commenta questa serie il curatore: “Un sogno d’amore vissuto unicamente dall’altra metà della coppia, innamorata forse dell’idea a cui l’involucro del compagno rimanda o, semplicemente, dell’abito che indossa“. Anche nei volti Extrafrágeis dei cowboy, rimaneggiati con pittura a olio, immersi in scenari dai colori vivaci in piazze vuote, come metafora dei grandi spazi delle aree interne del Brasile, tutto è ludico, tragico e poetico insieme. Uomo e cavallo, privati dei simboli della propria virilità, in questo metalinguaggio – inclusa la testa di bue incastonata su aitanti corpi di giovani fieri, abili nel brandire fucili, pistole, uccidere giaguari e adornarsi di serpenti e altre pelli e amuleti – sono il ritratto-ritrattato dell’ “animale” che siamo, nel regno al confine tra illusione e realtà.

I soggetti melanconici di Rafael De Almeida incarnano l’eroismo della visione, vivono in una “sacche di resistenza” dello sguardo del fruitore tra memoria e oblio, insieme a un quotidiano dimenticato dalle nuove generazioni. L’artista varca la storia, viola l’autonomia di ciò che sta mostrando e trascende il documento in una forma di conoscenza realistica senza terminare nel reale. E in questa ridda d’immagini, tra cowboy, donne, bambini e uomini dalla testa di bue, s’intreccia l’io privato e smarrito in un mondo post-digitale, in cui tutto è antologia visiva di una realtà come non l’avevamo mai vista, e come invece suggerisce un allestimento di grande impatto visivo, ed emotivo.