
Tra Milano e Niki de Saint Phalle (Neuilly-sur-Seine, 1930 – San Diego, 2002) c’è feeling dal 1970, quando in occasione della celebrazione del decimo anniversario del movimento del Nouveau Réalisme, teorizzato da Pierre Restany, la pittrice, scultrice e performer inguainata in una tuta di velluto nero, incantò tutti con Tiro al bersaglio. Si presentò, infatti, sparando con un fucile Flobert su bottiglie ricolme di colori adagiati davanti a un tabernacolo di tre metri d’altezza formato da animali impagliati, sculture di santi, madonne e crocifissi, issato in Galleria Vittorio Emanuele a pochi metri dal Duomo; e fu subito scandalo.
Con questo gesto provocatorio, l’autrice anche di film sperimentali come Daddy (1974), applaudito dal regista Jean-Luc Godard, in realtà punta l’arma contro l’istituzione del matrimonio e il ruolo della donna, sottoposta all’uomo nella cultura patriarcale, considerata una proprietà privata prima del padre e poi del marito. Cresciuta seguendo rigide convenzioni borghesi, educata in istituti religiosi secondo la morale cattolica del tempo, che lei considerava bigotta, con Altari e la serie delle inquietanti Cattedrali realizzati negli anni Sessanta, esprime il suo anticlericalismo e la ribellione simbolica non violenta contro il potere della Chiesa e politico gestito da uomini.
Milano rende omaggio all’artista franco-statunitense poliedrica, indefinibile, dall’allure enigmatica, protagonista di un’epoca di grandi cambiamenti sociali con una importante mostra retrospettiva al MUDEC, a cura di Lucia Pesapane in collaborazione con la Niki Charitable Art Foundation, prodotta da 24ORE Cultura – Gruppo 24 Ore e promossa dal Comune di Milano, incentrata sul suo impegno sociale, del suo essere contro le disuguaglianze. Sfilano in otto sezioni 110 opere, di cui una decina di grandi dimensioni, oltre a una selezione di opere su carta, video e vestiti stupendi della Maison Dior che ricordano il suo passato da modella, icona del glamour immortalata da fotografi del calibro di Robert Doisneau per una cover di “Vogue Paris”, Henri Clarke e Arnold Newman, e musa ispiratrice di Yves Saint Laurent e Marc Bohan.
Al MUDEC aleggia tra le sale lo spirito libero di Niki che, tra amori, tradimenti, crisi nervose e sofferenze, ha scelto l’arte per sprigionare la sua rabbia e le emozioni, come dimostra nei Tiri (tra il 1961 e il 1962 ne effettua circa venti di fronte al pubblico, colleghi o invitati). Questi Spari vanno oltre le apparenze performative e coniugano pittura e dissenso in un’azione politica negli anni in cui la Francia è in guerra con l’Algeria e il mondo vive nel giogo della Guerra Fredda. Il suo gesto femminista esprime rabbia nei confronti della società gestita da uomini, è ispirata dal libro Il Secondo Sesso (1949) di Simone de Beauvoir, e con l’arte denuncia una società che esclude le donne dal potere. Saint Phalle, sprofondata in una profonda crisi nervosa, spingendola quasi al suicidio, trova nella pittura e nell’arte la salvezza e la cura per superare i suoi tormenti interiori.

Percorso espositivo
La prima sezione Fuoco e Volontà è una dichiarazione dei suoi intenti, con la serie di Spari, Altari e le Cattedrali, che esprimono l’ammirazione di Saint Phalle per antichi edifici costruiti dallo sforzo collettivo di migliaia di persone, in una versione quasi horror, in cui compare anche la performance eseguita a Milano (1970) in occasione del decimo anniversario del Nouveau Réalisme tramite video, immagini e l’opera esposta in questa occasione alla Rotonda della Besana.
Prostitute, streghe, spose, madri, dee: verso una nuova società matriarcale sono le protagoniste irriverenti della seconda sezione, generate negli anni in cui vive un grande amore per Jean Tinguely, il secondo marito, che la introduce nel gruppo dei Nuovi Realisti. Anche se lei resta comunque l’unica donna del gruppo di soli uomini, sarà sempre fedele a se stessa. Inquietano i suoi strambi assemblaggi, in cui distrugge i ruoli femminili tradizionali (madre e moglie) inflitti dagli uomini. E in questa sezione, tra le altre opere, impressiona La Mariée à cheval (1997) e The Lady Sings the Blues (1965), omaggio a Billie Holiday, pioniera per la difesa dei diritti civili degli afroamericani.
La terza sezione Nana Power & Black Power: “That’s the solution!” è concepita intorno alle Nanas, termine ripreso dallo spagnolo, che significa “ragazzina di piccola statura”, una versione ironica e pop della Grande Madre. Queste gioiose figure materne, ispirate alla Venere di Willendorf, paladine di una società più giusta e libera da pregiudizi, rappresentano dee della fertilità dal corpo curvilineo, simbolo di una gravidanza cosmica, e diventeranno Nanas casa protettrici dei sogni. Scrive Saint Phalle: “Per me le mie sculture rappresentano la donna amplificata, la follia di pensare in grande delle donne, la donna nel mondo di oggi, la donna del potere.” Tra le altre, nel 1966, per il Museo d’Arte Moderna di Stoccolma, la scultrice crea Hon/Elle, una grandissima Nana abitabile a forma di donna incinta, lunga 28 metri. Si iscrivono nello spazio fluido del MUDEC le Nana au Chocolat, bellissime veneri nere dai fianchi generosi e tonde come il seno. Saint Phalle, consapevole di rappresentare la maggioranza bianca, occidentale e benestante con la sua arte, ha dato voce alle minoranze e alle diversità. E, per una cittadina del mondo che ha guardato, imparato e assimilato l’arte delle culture extraeuropee, multiculturalismo e sguardo plurale sul mondo sono necessarie per immaginare il nuovo.

Sognare in Grande. Il Giardino dei Tarocchi e le opere monumentali è la sezione che illustra con maquette e litografie delle sculture la genesi della prima e più importante opera di arte pubblica realizzata da una donna, iniziato a costruire nel 1978 a Garavicchio, frazione di Capalbio in Toscana, e terminato nel 1998, su terreno offerto da Carlo e Nicola Caracciolo, grazie all’amicizia tra Saint Phalle e la sorella Marella Caracciolo Agnelli. Il parco, realizzato con il contributo tecnico dell’amato marito Tinguely, esperto di creazioni meccaniche, comprende 22 sculture, per lo più monumentali, alcune abitabili, ispirate alle 22 carte degli arcani maggiori del tarocco e a Parc Güell a Barcellona di Antoni Gaudí, coperte di mosaici e ceramiche variopinte. Inscena un cammino spirituale, in cui il visitatore, tra esoterismo e immersione in mondi fiabeschi, si imbatte in draghi, principesse, oracoli e profeti, prima di trovare l’uscita e, forse, se stesso. Mai prima una donna aveva osato tanto: sognare in grande e competere nell’arte pubblica con gli uomini. Sue sono anche le sculture realizzate nelle aree ludiche riservate ai bambini: scivoli arrotondati e Grandi Giganti Gentili dentro cui giocare a nascondino, fontane musicali, angeli custodi danzanti sospesi al soffitto e tanto altro, dove tutto è gioco e sogno.
Passata la sezione Impegno, giustizia e cura. Viva l’Amore!, in cui l’artista continua a schierarsi dalla parte dei più deboli, negli anni Ottanta e Novanta è tra le prime artiste a difendere pubblicamente i diritti dei malati di AIDS. Sulla peste del Novecento, Saint Phalle scriverà nel 1986 un libro per spiegare cos’è questo maledetto virus e come aiutare le persone affette. Nel 1998, con la serie di sculture Black Heroes, la paladina della giustizia omaggia i musicisti e atleti neri americani.
Superata la sezione intimista intitolata Daddy & Mon Secret, dove si vede il film Daddy in cui esplora conflitti familiari e rivela la violenza subita dal padre all’età di dodici anni, uccidendolo simbolicamente con 17 colpi di fucile, scoprirete che la vendetta, la sofferenza e la rabbia dell’artista si stemperano nel perdono, con il libro scritto vent’anni dopo intitolato Mon Secret, rieditato per la mostra da 24 ORE Cultura.
La penultima sezione mostra Gli oggetti d’incontro, un invito al dialogo in rapporto con le altre culture mondiali, dove autobiografia e immaginazione, mitologie diverse si intrecciano, unendo simboli indiani a quelli mesoamericani che l’artista ha scoperto viaggiando a San Diego.

Le sue figure totemiche ripercorrono la storia plurale dell’umanità, come si vede nell’ultima sezione che chiude il viaggio dentro il mondo di Saint Phalle, nominata La regina del deserto californiano, dove sono raccolti lavori degli anni prodotti dopo il suo trasferimento a San Diego nel 1993. Qui, la scultrice immagina un parco di sculture in onore di un’altra divinità femminile, Queen Califia’s Magical Circle, che la leggenda tramanda essere stata la fondatrice della California.
Qui il MUDEC mette in relazione le opere di Saint Phalle con quelle dei nativi americani, creando un dialogo con le collezioni permanenti di arte del mondo mediterraneo (Egitto, Marocco, Italia e Spagna), nella “casa” del multiculturalismo, che trasforma le diversità in opportunità di riflessione sull’arte universale, contro le barriere culturali.
Per concludere, tra teschi luccicanti e opere realizzate in California, l’artista affronta anche tematiche in difesa dell’ambiente e degli animali, all’insegna di un eco-femminismo profetico, in un’epoca in cui si negava l’emergenza climatica durante la presidenza di George W. Bush.
Questa mostra, grazie a un allestimento sorprendente, colorato e dinamico progettato da Corrado Anselmi Architetto con Caterina Sauciuc e illuminato ad arte da Francesco Murano, non si limita a celebrare l’indiscutibile libertà e fertilità creativa di un’immensa artista, che in bilico tra creazione e distruzione e viceversa propone l’immaginazione come cura e l’arte come consolazione, riscattando gli esclusi. È anche all’insegna della fusione tra culture, nel rispetto delle singole diversità, con l’obiettivo di riscrivere la storia dell’arte per rigenerare l’umanità, come rimedio all’ingiustizia, dove non c’è bellezza, ma bisogna continuare a sognarla per cambiare il mondo.



