
Tutto inizia con la luce. Quella che filtra dalle finestre di Villa Hériot alle cinque del pomeriggio di un giorno di luglio. È proprio lì che scatta il momento, o almeno così sembra. Poi, dietro il bancone improvvisato della reception, appare un ragazzo con una camicia troppo larga e una mappa della mostra, che porge con un sorriso un po’ imbarazzato – è il suo primo vernissage. Si chiama Federico. O forse Elisa. Non importa. Sono tutti emozionati. Tutti studenti.
Benvenuti a Rivelazione, la mostra personale di Beatrice Gelmetti, pittrice veronese classe 1991. Un’artista con occhi da donna che ha visto qualcosa che noi ancora no, mani capaci di cogliere l’invisibile. E dietro tutto questo, non c’è un curatore esperto con l’aria consumata e la borsa di cuoio, ma un gruppo di dieci studenti del corso “Come si realizza una mostra?”, guidati dal curatore e critico d’arte Francesco Liggieri. Un vero e proprio “stregone buono”, che invece di lanciare incantesimi, fa domande come: “Perché proprio quella pennellata lì e non un’altra?”.
E così, sì, lo hanno fatto. Hanno curato una mostra. La loro mostra. Dal titolo al catalogo, dalla lista delle opere alla conferenza stampa, passando per le notti insonni davanti a un PDF sbagliato e un poster stampato con il font di default. Gelmetti dipinge figure che si ritraggono, come se avessero consapevolezza di essere osservate. Si mostrano, ma non completamente. Stanno lì, sospese in colori che non è chiaro se salgano o scendano, se dicano “ti amo” o “non mi cercare più”. Il trucco sta nelle velature, che è il modo elegante per dire: abbiamo bisogno di tempo per capire.

Il percorso espositivo è un viaggio nell’ambiguità. Le pareti raccontano storie a metà. Le tele sembrano pronunciare sillabe senza lingua. C’è un quadro con un volto che quasi emerge, e tu pensi: “Eccolo!”. Ma appena ti sposti, scompare. Un continuo “quasi”. Come la vita. La Villa Hériot, sull’Isola della Giudecca, è il luogo perfetto per tutto questo. Troppo bella per essere solo un’università, troppo universitaria per essere solo bella. I restauratori dell’UIA lavorano ogni giorno per riportare alla luce affreschi, legni, superfici. Beatrice fa lo stesso, ma non riporta indietro, bensì avanti. Mostra ciò che ancora non c’è, ma potrebbe esserci. L’artista commenta: «La curiosità dei nuovi curatori e la loro voglia di esplorare approcci diversi alla curatela sono stati per me uno spunto di riflessione e gratitudine. Mi ha dato la possibilità di dialogare e di farmi conoscere senza domande banali.»

Nel frattempo, Alessandro Marinello, presidente dell’UIA, si gode l’angolo che gli spetta. E dice: «Troppo spesso si parla di mostre senza sapere davvero come si costruiscono. Noi volevamo offrire uno spazio dove imparare a realizzarle, non solo a raccontarle.» Missione compiuta. La mostra è lì, reale. Visitabile fino al 30 settembre. Non una simulazione, ma una mostra vera. E sì, ci sono stati anche docenti “grandi”, come Luca Berta, Francesca Giubilei, Evelina Silvestroni, Carlo Sala, Alessandro Rabottini. Ma stavolta sono stati loro – Gaia, Sara, Silvia, Matilde, Barbara, Giulia, Martina, Elisa, Federico – a decidere dove andavano appese le opere, a scrivere le didascalie, a mettersi in gioco. C’è una stanza dove tutto si spegne. La luce, le parole, perfino l’aria. Rimani tu, una figura sul punto di svanire, e un quadro che ti guarda. La mostra si chiama Rivelazione, ma avrebbe potuto chiamarsi: “Ecco cosa succede quando dai fiducia ai giovani, e loro la restituiscono trasformata in bellezza.”



