
Questi giorni freddi e tutte quelle persone in viaggio mi hanno ricordato una storia che adesso vi racconto, anche perchè di uscire, in questo periodo dell’anno, non ne ho mai tanto l’impulso e preferisco accontentarmi di un buon libro sul divano al caldo. Al momento poi “non si mette un chiodo”, come si dice in gergo, perché di vendere quadri di questi tempi non se ne parla affatto, con la gente che si concentra solo sul panettone artigianale o la settimana altrove, e fa pure bene. Ma, molto prima di tutto questo trend vacanziero moderno, c’era una volta un poeta svizzero: il suo nome era Blaise Cendrars. Nato il primo di settembre del 1887, anch’egli amante di viaggi e di avventure, si trasferì a Parigi presto (nell’ottobre del 1910) e iniziò a frequentare circoli letterari e artistici, tanto che anche Modigliani lo ritrasse in un olio su tela, del 1917, che era nella collezione di Riccardo Gualino e che oggi si trova nella galleria Sabauda di Torino.
A casa di Guillaume Apollinaire, noto poeta francese, nel 1912, avvenne l’incontro di Blaise con Sonia Delaunay, che aveva preso il cognome dal marito Robert e che, come lui, era un’artista appartenente al cubismo orfico, meglio conosciuto come orfismo. Il movimento era stato così nominato proprio da Apollinaire e si prefiggeva un’azione purificatrice dell’arte, abbandonando gli elementi naturali a favore delle forme astratte, esaltando le composizioni geometriche e la spiritualità del colore, costituito da forme non tratte dalla realtà ma inventate dal pittore.

A quel tempo Blaise era pressoché sconosciuto, aveva studiato all’Università di Berna, aveva viaggiato in Russia, era stato a Bruxelles e a New York, era rientrato a Parigi e aveva fondato la rivista Les Hommes Nouveaux, per la quale aveva pubblicato il suo primo poema: Les Pâques. Fu attraverso quella pubblicazione che il ghiaccio si ruppe: seduto su una sedia, biondo e fragile, Blaise diede a Sonia il piccolo libro che lei lesse e passò a Robert, che a sua volta si entusiasmò per la ventata d’aria nuova fuoriuscita dalla poesia. Blaise inviò allora a Sonia un altro poema, intitolato La Prose du Transsibérien et de la Petite Jehanne de France, e insieme decisero di collaborare per la creazione di un libro d’artista stampato con una tecnica inedita, che illustrava il viaggio in treno da Mosca a Parigi metaforicamente compiuto da Cendrars con la piccola Jehanne de France, la giovane prostituta che al tempo amava. Per rendere ancora meglio e credibile l’itinerario, all’inizio del foglio fu stampata anche la mappa del percorso e, nel testo, svariati sono i riferimenti a luoghi lontani, ricordi, quesiti e riflessioni, con una domanda che ritorna spesso, quasi a scandire il ritmo del viaggio: “Dimmi, Blaise, siamo molto lontani da Montmartre?“.

La Prose presenta salti spaziali e intervalli discontinui ma racconta anche dei disastri della guerra russo-giapponese, della quale Blaise stesso aveva fatto esperienza, ignorando ancora che la guerra mondiale sarebbe arrivata solo l’anno seguente e lo avrebbe visto a tal punto coinvolto da fargli perdere addirittura il braccio destro. È un testo così mitico e bello che persino Bernardo Bertolucci lo fece citare a Marcello Clerici, interpretato da Jean-Louis Trintignant, nel film Il Conformista, del 1970. Ovviamente Clerici lo recita in treno, nel viaggio che lo porta alla Città della Luce.
La Prose è una pietra miliare del libro d’artista, all’unanimità considerato il migliore di sempre, con i suoi colori vari e gli oltre 440 versi stampati in 38 caratteri diversi. Previsto in un’edizione di 150 esemplari, se tutte le copie fossero state completate e si fossero poste una sull’altra aperte, si sarebbe raggiunta l’altezza della Tour Eiffel. In realtà, solo poco più della metà delle edizioni furono terminate poiché la tecnica di colorazione a pochoir prevedeva stencil metallici che definissero le forme e un sistema di applicazione del colore tramite pennelli larghi e corti. Una tecnica lenta e non convenzionale per un libro che non ha nulla di normale e che presenta copie significativamente diverse l’una dall’altra, poichè la resa dei colori dipende dalla quantità di pigmento con cui si imbeve il pennello e dalla densità con cui si preme sul foglio. E persino per aprire il libro c’è un procedimento particolare e occorre fare molta attenzione a stendere la carta per l’intera sua lunghezza, che supera i due metri circa. Poiché il libro si allunga come a ricordare le rotaie dei treni o un treno addirittura, e le pagine sono vuote e bianche, se non le si apre.

È quindi un libro verticale e pieghevole ma di fatto è un’opera d’arte, un’opera di design grafico e di tipografica sperimentazione, creato non a caso in un momento magico e irripetibile per Parigi, quando da lì sembravano passare tutte le idee migliori: il 1913.

La copertina “a la chinoise” fu dipinta a olio da Sonia per gli esemplari su pergamena o su carta japon, e il lavoro di pittura iniziò a gennaio e terminò a fine anno, quando il libro uscì a Parigi, a fine ottobre. Seguiranno poi le presentazioni a Berlino nel mese di Novembre e a San Pietroburgo in dicembre. E ancora: si tratta del primo libro simultaneo mai creato, che si legge e si guarda nello stesso tempo, e non a caso lo si trova nelle collezioni più importanti del mondo: quella del MoMA, della Tate Modern, del LACMA, del Getty, della Bibliothèque Nationale, della National Gallery d’Australia, e via di seguito. La meravigliosa copia che ho sotto gli occhi io mentre scrivo ha anche la firma incerta del poeta, posta con la mano sinistra, sicuramente dopo il 1915, ovvero dopo l’amputazione della destra in guerra. Tutta la parte sinistra del foglio è dipinta con colori vivaci, liquidi e intensissimi, e l’unica sagoma che si riconosce è quella della Tour Eiffel alla fine, rappresentata delicatamente, storta e dolce, come una madeleine. Probabilmente in questo Sonia sarà stata influenzata dal marito Robert, che era solito effigiare la famosa torre sulle sue note tele. Il resto delle illustrazioni è tutto invece astratto, e questa è la parte più poetica e che più mi ha commosso. Perchè Sonia, per la prima volta in assoluto, si sarà chiesta:
“Come si fa a rendere la tal frase?”
“Con un bel giallo!”, sarà stata la risposta.
“E il senso di movimento?”.
“Sbavando il blu nel rosso”.
“E i gesti imploranti e gli sguardi tristi dei semafori sotto la pioggia?”.
“Qui ci vuole proprio il viola lavanda”.
“Ma come posso far capire questa righe: io, il cattivo poeta che non voleva andare in alcun posto, io potevo andare dappertutto?“.
E aggiunse un verde mare intenso.
Nicola Mafessoni è gallerista, curatore, scrittore e amante di libri scritti bene. IG: nicolamafessoni









