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Quando l’asteroide arriverà, nel 2032, Murano sarà già un cratere

Davide Salvadore
Davide Salvadore
Una conversazione con Davide Salvadore (1953), uno dei Maestri vetrai più riconosciuti a Murano e internazionalmente, socio fondatore del “Centro Studio Vetro” di Murano, Associazione Culturale no-profit nata che dal 1997 promuove nel mondo la cultura e l’arte del vetro

Dimensione stimata: 1 chilometro e mezzo. Velocità: 72.000 chilometri orari. Data d’impatto prevista: 11 ottobre 2032. È scritto nei bollettini della NASA, con la freddezza di una nota tecnica: un oggetto roccioso, nome in codice 2023DW, sta ruotando verso la Terra. La traiettoria è calcolata, la collisione prevista, la paura già sedimentata nei titoli di qualche giornale. Quando entrerà nell’atmosfera e irradierà la superficie con la sua furia, Murano forse sarà spenta. Non la Murano delle cartoline, ma quella vera: le fornaci mute, le canne fredde, la sabbia del silicio già dispersa.
Davide Salvadore lo incontriamo al Bar El ToEdo. Lui è con Natali Iliyanova Nikolova, sua assistente, per noi Natali mamma di Yann, amichetto di nostro figlio Cosmo. È andata lei a prendere i bambini ai campi estivi, noi eravamo leggermente in ritardo. Sul tavolo birre per noi, spritz bianco per Davide e meravigliosa per Naty. Il meravigliosa è il nome che viene dato a un grosso bicchiere di acqua e vino rosso con ghiaccio, bevanda che viene consumata nelle fornaci nei mesi estivi, il cui nome si dice sia stato inventato proprio da Davide molti anni prima, quando lavorava nella sua vecchia fornace accanto al bar degli “Speci”, specchi, per chi non è un nativo.

Davide Salvadore, Plate Installation. 160 x 200 cm

Davide Salvadore osa dire l’indicibile: «Tra cinque anni il vetro sarà finito». Non è un’allucinazione catastrofista, è la stima secca di chi lavora ogni giorno nella fornace, di chi osserva la materia e gli uomini che la plasmano con la stessa attenzione con cui si sorveglia un corpo che langue. Salvadore lo guarda ogni giorno, lucente e ferito, con la consapevolezza che potrebbe morire mentre nessuno sta facendo niente per salvarlo. È questo il suo sguardo su Murano, insieme tenero e spietato, capace di registrare il dolore e la bellezza nella stessa curva, e di vedere dietro il mito turistico la realtà, una civiltà millenaria messa a repentaglio dall’indifferenza, dalla logica del profitto, dall’ignoranza.
Salvadore non punta il dito contro l’isola in sé, che resta un luogo unico al mondo, capace di condensare luce, acqua e fuoco in una forma, ma contro le persone che la abitano. Contro i muranesi. Non lo dice per rancore, ma per chiarezza: «Sono loro che puntano in basso», ripete spesso, quasi con amarezza. Quelli che hanno ridotto l’orizzonte al perimetro di una casetta ordinata, una topa con il motore 9,9 per fare il giro della laguna, una vacanza estiva tra le Dolomiti quando il ventre della fornace diventa troppo caldo e inospitale. Piccole felicità, piccole ambizioni. Nessuna visione collettiva.
«Delle fornaci non c’è più niente da fare» sembra dire. Perché chi viene qui da fuori, magari con la buona volontà, non potrà mai cogliere quel sentire, quel sapere stratificato, quell’intimità con il territorio che noi nativi avevamo». E che abbiamo dissipato. «Qui è diventato un gioco al ribasso tra poveri», aggiunge, e la frase ha il sapore amaro di una resa. «Se tu vendi a cinque, io domani vendo a quattro». Così si è consumata la dignità del vetro muranese, non per colpa di un mercato crudele, ma per mano dei suoi stessi abitanti, incapaci di fare sistema, incapaci di credere che questa tradizione meritasse di più. Incapaci di credere, questo forse è il germe più insidioso, quello che finisce per spezzare la prospettiva e la capacità generativa.

Davide Salvadore, Tiraboson. 110 x 130 x 41 cm

Eppure, nella notte del vetro, qualche piccola luce resta accesa. Con il lume qualcosa si salva, dice Salvadore. Fa i nomi con rispetto, e quasi con un senso di custodia. Cesare Toffolo, erede di una maestria impeccabile, uno degli ultimi a difendere la nobiltà della tecnica. Lucio Bubacco, che ha saputo dare dignità poetica al soft glass, rendendolo morbido, sensuale, contemporaneo — lui stesso aveva associato il vetro a lume a un lavoro più simile a quello del pittore, nell’intimità del suo studio, piuttosto che alle fornaci, dove l’energia è molto alta e la focalizzazione sul vetro è complessa. La stessa cosa ce la conferma Davide: la bravura di un maestro sta nel capire l’errore quando tutto attorno distrae, e quando la fatica e il caldo rendono davvero difficile essere lucidi e concentrati. Ci racconta di uno scambio avuto con un vecchio vetraio americano, che non riusciva a capire perché un vaso si rompesse sempre nello stesso punto: il vecchio sosteneva che fosse per il fondo troppo sottile, quando invece per Davide era semplice, il problema risiedeva nel puntello, quel corpo calloso in vetro tra canna e manufatto. «Non si deve pensare all’oggetto come a qualcosa di separato dallo strumento, e a sua volta dal corpo, che fa parte di una dinamica più grande, la piazza» dice. La piazza: quel gruppo di lavoratori che dà forma al vetro davanti alla bocca del fuoco, la cui gerarchia è stabilita dal maestro.

Davide Salvadore, Installation 160 x 60 x 60 cm

E prima di salutarci, emergono altri nomi tra le giovani generazioni di talento che si sono fatte contaminare da una pratica capace di incarnarsi pian piano in chi la sente e vede ogni giorno, nomi come quello di Alessandro Boscolo, per le sue mani e per la sua testa, per la sua umiltà, per aver saputo traghettare la visione del padre trasformandola in qualcosa di tecnico e contemporaneo allo stesso tempo. Ma anche Carlo Camozzo, figlio di Gigi dei Frati, come si dice qui, che sta facendo parlare di sé tra i maestri dell’isola e inizia così il suo battesimo di comunità. Bambini che giocano col fuoco sapendo perfettamente ciò che fanno, perché così era per i padri e i padri dei padri; bambini perfettamente a loro agio nel maneggiare un tagliante e nel soffiare, perché era un gioco di cui andare orgogliosi, oggi ragazzi che fanno brillare una luce infondo a un tunnel altrimenti pesante da sopportare.
Questi sono i nomi che restano, in mezzo alle macerie. I pochi che non si sono accontentati del loro palazzo, della loro barca, delle loro vacanze. Quelli che ancora vegliano l’animale sacro, sapendo che è ferito ma non ancora del tutto sconfitto.
Quando l’asteroide arriverà, forse colpirà soltanto polvere — ma questa polvere, almeno, avrà il sapore dolce e bruciante del vetro che fu.

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