18 Settembre 2026 20:04

Vucciria: Donata Napoli, apocalittica e integrata multimediale

Donata Napoli
Donata Napoli, nata nel 1970 a Catania, dove ha studiato all’Accademia di Belle Arti, folgorata da Lorenzo Taiuti, critico e teorico di tematiche dell’arte e nuovi media e comunicazione di massa, ha approfondito il potenziale espressivo e sperimentale dei linguaggi comunicativi digitali, mirando al dialogo tra cultura, arte e progettazione multimediale. Dopo una gavetta consumata facendo diversi lavori, tutti accomunati dalla progettazione, produzione e analisi delle immagini, attualmente insegna “Teoria e metodo dei mass media” presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, dove come un Elfo incanta i suoi studenti e li trascina dentro a paesaggi virtuali, trasformando A.I. e Metaverso in opportunità di ricerca, immaginando nuove estetiche.

Come e quando nasce “The Wrong Biennale”, una biennale totalmente digitale con padiglioni virtuali, dove condividere esperienze accessibili a tutti?

The Wrong Biennale nasce nel 2013 per volere di David Quiles Guilló, curatore e artista spagnolo che ha portato avanti moltissimi progetti (espositivi ed editoriali) stimolanti e innovativi. Negli anni, la biennale è cresciuta moltissimo ed è entrata a far parte dell’IBA – International Biennial Association.

Come nasce e quali sono gli obiettivi della biennale, intitolata “TheWrong Returns”, online fino al 31 marzo 2026?
https://thewrong.org/

Quest’anno, il tema della Biennale è una riflessione sull’intelligenza artificiale. Dal sito della biennale è possibile accedere a circa 120 padiglioni organizzati in cinque aree tematiche; inoltre, ci sono più di trenta ambasciate che sono insieme digitali e fisiche.

Boris Eldagsen, Where Is My Mind, 2025

Quali temi, obiettivi di ricerca e modalità avete condiviso in questa strepitosa Biennale digitale?

The Wrong Biennale è concepita come una piattaforma aperta e decentralizzata, con l’obiettivo di presentare l’arte digitale a un pubblico ampio e globale. Ciascun padiglione e ambasciata sviluppa il tema della biennale e, contemporaneamente, la linea data dai singoli curatori. Io ho creato un padiglione, l’Headless Pavilion, che può essere visitato come un videogioco o il metaverso. Oltre al tema dell’intelligenza artificiale, il padiglione sviluppa un tema al quale lavoro ormai da anni, cioè l’essere senza testa, come critica al fatto che non la usiamo più.

Come hai selezionato i partecipanti, con quali criteri?

Ho invitato amici-artisti a interrogarsi su questi due temi, IA e condizione di essere senza testa. Dal punto di vista dell’uso dell’intelligenza artificiale, qualcuno ha visto l’occasione come una sfida, qualcun altro ha negato l’opportunità di usare l’intelligenza artificiale per fare arte (Nick Egan), qualcun altro ancora è invece ad oggi tra i massimi studiosi delle potenzialità creative dell’IA (Boris Eldagsen). Tra di loro, alcuni colleghi che insegnano nelle accademie italiane (Michele Bernardi, Daniele Franzella, Mauro Palatucci, Cinzia Pietribiasi, Marco Pucci, Federico Bucalossi/NotHuman, Kamilia Kard, Nelida Mendoza, Alessandro Aiello/canecapovolto). Anche io mi sono ritagliata uno spazio, dato che mi interessava il confronto sul tema dell’essere senza testa, ed è stato estremamente stimolante vedere come questo tema si traduceva nelle immagini degli artisti partecipanti.

canecapovolto, Stereo Verso Infinito, 2025

Questa “anti-biennale” online che esplora il potenziale della tecnologia connessa alla creatività, senza opere, progetti o installazioni fisiche, situate in ambienti virtuali, prodotta dall’Intelligenza Artificiale, sempre partecipativa e inclusiva, è una opportunità per dare più spazio a curatori e talenti emergenti fuori dai circuiti tradizionali, di non facile accesso?

Può essere definita una anti-biennale non tanto nel senso di contrapposizione ma nel senso di proporre un’arte svincolata da logiche commerciali. Inoltre, viviamo una fase fondamentale dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, una fase in cui, accanto a tutti gli usi che alimentano i timori per ciò che si conosce poco, la sperimentazione creativa diventa la chiave per capirne potenzialità e limiti.

Come si esplora uno spazio digitale e secondo te, si sostituisce alla galleria tradizionale?

No, non si sostituisce. È solo una alternativa che permette a chiunque di poter visitare una mostra pensata e realizzata in un’altra parte del mondo. All’interno della Wrong Biennale, sono presenti comunque anche una trentina di ambasciate che affiancano mostre ‘fisiche’ a quelle virtuali.

Quali progetti sono più inclusivi e partecipati da un pubblico internazionale?

The Wrong Biennale è un progetto globale. Crea ponti che uniscono e che tutti possono attraversare. Nel nostro inquietante scenario tra guerre, una crisi ambientale senza precedenti, il fallimento del capitalismo globale, degli ideali e valori umanitari, antisemitismo dilagante e rigurgiti nazionalisti preoccupanti, la ricerca artistica nell’ambito della tecnologia coltivata nell’Accademia di Belle Arti di Palermo, quali scenari sta generando? È impossibile non farsi coinvolgere da ciò che accade. Anche la persona più fredda e distaccata elabora nel modo più personale questi strani tempi. L’artista, o chi studia arte, ha una spiccata sensibilità, quindi forse risente prima degli altri degli effetti. Dico sempre agli studenti che quello dell’Accademia è un microcosmo sano, nel quale tante sensibilità hanno modo di confrontarsi, comunicare senza timore di essere giudicati, crescere come persone e come professionisti, sviluppare la creatività. Con queste premesse, qualunque scenario venga fuori dalla loro, e nostra, ricerca, sarà interessante da osservare e analizzare.

Nelida Mendoza, Cabecita Loca, 2025

I nativi digitali e in particolare i tuoi studenti come percepiscono e contribuiscono a rinnovare i linguaggi digitali che hanno radicalmente modificato la percezione dello spazio e del tempo, elementi fondamentali nell’arte del Novecento?

A volte mi stupisco nel trovare ‘apocalittici’ tra i ragazzi. Penso alla questione dell’Intelligenza Artificiale. Alcuni di loro riflettono infatti le paure della società e sono convinti che l’IA toglierà il lavoro, sarà incontrollabile, sarà usata contro l’uomo, ecc. Solo parlando di determinati argomenti, sperimentando usi alternativi, abbattendo la diffidenza e conoscendo ciò che prima era ‘ignoto’, si riesce a diventare ‘integrati’ e a contribuire attivamente alla ricerca sull’uso delle tecnologie e dei linguaggi a loro connessi.

Qual è la tua opera che racchiude al meglio i tuoi obiettivi di ricerca e tensione poetica?

Come ti dicevo, da diverso tempo lavoro a quest’idea che non usiamo più la testa, da cui discende la scelta deliberata di ‘tagliare’ le teste dalle inquadrature. L’ho fatto in fotografia, nel disegno, nel video e ultimamente lo sto sviluppando in tecnica mista digitale, usando la promptografia (termine indicato da Boris Eldagsen per indicare le immagini create tramite intelligenza artificiale, quindi non tramite la luce – phôs) assieme a tecniche tradizionali di postproduzione video. Per il padiglione, ad esempio, ho creato un video trittico: tre figure senza testa ballano su uno sfondo unico e in leggero movimento.

Stai preparando un progetto specifico online per Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026? (se sì racconta il progetto e con quali altri professori o studenti intendi condividerlo)

No, tuttavia posso condividere con te un bel lavoro fatto quattro anni fa con Sandro Scalia (collega che insegna Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Palermo), Mario Mattia (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e un gruppo di studenti dell’accademia. Abbiamo fatto un confronto tra le immagini di archivio dei paesi della Valle del Belìce, fotografati dai reporter del quotidiano L’Ora all’indomani del terremoto del 1968, e le immagini contemporanee. Il progetto si è concretizzato anche in un libro dal titolo Belìce Punto Zero.

L’Intelligenza Artificiale è già una componente della realtà quotidiana in diversi ambiti, che sta generando altri lavori e specializzazioni, nell’arte contemporanea chi sono, secondo te, gli artisti, più innovativi e non omologati all’estetica digitale ormai riconoscibile?

Cito nuovamente Boris Eldagsen, ma anche Alessandro Amaducci, Taketo Muroi e David Szauder. L’estetica digitale rimane riconoscibile quando non è a servizio di grandi autori e loro idee.

Hai già una gemella digitale che fa tutto quello che non ti piace fare per te?

No. Più che demandare mi piace collaborare.