
Un libro e uno spettacolo teatrale tornano a illuminare il personaggio Sarfatti, acriticamente oscurato dalle sua contiguità con il fascismo
Ho dovuto vincere qualche remora, lo confesso, prima di scrivere questo articolo. Già, perché teoricamente potrebbe configurare qualcosa che assomiglia a un “conflitto di interessi”. Perché lo spunto parte da un libro da me pubblicato, nel 2019. E poi da uno spettacolo teatrale la cui idea germinale origina dal medesimo libro. Ma perché si configuri un “conflitto di interessi”, bisogna che esistano, questi “interessi”: e qui – dico anche con frustrazione – non ne esistono. Per cui vinco le suddette remore, in favore della giustizia storica dovuta a un grande personaggio come Margherita Sarfatti.
Togliamoci subito il dente dolente: il libro è “Margherita Sarfatti. Più”, pubbicato da Manfredi Edizioni. Purtroppo diffusosi in piena era Covid, quindi castrato quanto a presentazioni e diffusione. Lo spettacolo teatrale, allestito in anteprima al Mart di Rovereto e poi andato in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, è ora in scena – dal 5 all’8 febbraio – al Teatro Torlonia di Roma. Peraltro – e qui un briciolo di soddisfazione personale – sold out in tutte le serate fin dai primi giorni. Un monologo scritto da Angela Demattè, per la regia di Andrea Chiodi, che vede come interprete la bravissima Claudia Coli. Prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, con scene di Guido Buganza, costumi di Ilaria Ariemme, musiche di Daniele D’Angelo.

Rimozione storiografica
Ma veniamo alla sostanza: perché mi determinai a dedicare un pampleth biografico a Margherita Sarfatti? E perché oggi sento il bisogno di tornare a parlarne? Perché la scrittrice e critica d’arte è stata per decenni vittima di una rimozione storiografica tanto acritica quanto capillare, motivata da una sua mai seriamente indagata contiguità con il personaggio Benito Mussolini e con il fascismo. “L’amante del Duce”. “La regina dell’arte nell’Italia fascista”. “L’altra donna del Duce”. Sono questi i sottotitoli di alcune delle sue biografie, pubblicate in Italia rispettivamente nel 2007, nel 2015 e nel 1993. In anni troppo recenti si va tuttavia assistendo ad un timidissimo recupero della sua figura che segue quello del Novecento, il movimento artistico da lei promosso ed animato negli anni ‘20, parimenti ostracizzato per una vicinanza al regime più teorica che concreta.
Tanto cieche ed aggressive erano state prima la fronda interna alle gerarchie culturali fasciste, avverse a legittimare il ruolo centrale di una donna, per giunta di origini ebree, poi l’aprioristica ma chirurgica cancellazione, nel dopoguerra e per molti anni a venire, della sua figura e della sua attività da saggi e manuali, quanto risuonano oggi timidi, appena germinali, questi tentativi di riabilitazione. Che però hanno compiuto un deciso passo in avanti con due mostre, organizzate nel 2018 a Milano al Museo del Novecento e nella sede roveretana del Museo Mart, che del resto conserva nei suoi archivi il preziosissimo Fondo Sarfatti.
Donna emancipata
Resta comunque ad oggi fortemente radicata la vulgata che vede in Margherita Sarfatti esclusivamente la “ninfa Egeria” del Duce, colei che creò un’estetica per il fascismo. E nel Novecento il movimento che monopolizzò le arti nel ventennio, ponendosi al servizio del regime e prevaricando contemporanee emergenze espressive, forte della protezione di una mentore tanto potente. Tutti luoghi comuni che meritano una metabolizzata confutazione. Che passa dalla ridefinizione di un personaggio che giunge al fatidico incontro con Mussolini all’età di 32 anni, avendo già costruita una solida identità di intellettuale a tutto tondo, di donna emancipata, impegnata, poliglotta, dalla cultura profonda ed eclettica. Di femminista ante litteram. Di critico d’arte riconosciuto, di animatrice del pensiero e delle idee corteggiata da una Milano frenetica ed ambiziosa.

E poi da un’analisi delle complesse dinamiche personali e politiche fra i due amanti spesso in competizione. Da una riconsiderazione dei reali spazi di manovra della Sarfatti nelle politiche culturali del fascismo, e delle tormentate vicissitudini del Novecento. Facendo ricorso al profluvio di documenti esistenti e disponibili, per troppi anni ignorati da una storiografia strumentalmente e quindi colpevolmente miope.
È inevitabile che la rivalutazione di una figura come quella di Margherita Sarfatti debba scontare i limiti imposti dalla sacrosanta condanna per certe sue scelte. Dal silenzio complice di fronte al delitto Matteotti alle violenze diffuse delle camicie nere. Ma è storicamente scorretto che tali esecrabili scelte ne comportino la pressoché completa elisione dalla letteratura storica e artistica, creando un “buco critico” che – a prescindere dal giudizio che si dia dei gusti della Sarfatti – avrà un sensibile impatto sugli sviluppi delle successive dinamiche creative italiane.
Intellettuali “organici”
Un vulnus storiografico che appesantisce le già forti responsabilità di una generazione di intellettuali “organici” – storici, letterati, artisti, critici, saggisti – che fece dell’antifascismo la propria bandiera. Combattendo con tutte le armi messe a disposizione da un’indiscussa egemonia quelle espressioni culturali che uscivano dai binari di una disciplina “verista” che dalla matrice sovietica imposta da Andrej Zhdanov era facilmente approdata in Italia nelle corde del Partito Comunista, trovando in Palmiro Togliatti il naturale interprete e propalatore.
Basti rammentare a tal proposito la celebre polemica Astrattismo-Realismo, scoppiata nel 1948 sulle colonne di Rinascita, dove Togliatti – sotto l’abituale pseudonimo di Roderigo di Castiglia – stronca la mostra bolognese dell’Alleanza per la cultura, bollando le opere astratte esposte come una raccolta di “cose mostruose”, di “orrori e scemenze”, di “scarabocchi”.

Damnatio memoriae
È ovvio che, in un clima come questo, una studiosa ed il movimento da lei promosso, entrambi direttamente legati alla temperie fascista, siano finiti nel dimenticatoio. Le biblioteche rigurgitano quindi di saggi, manuali e studi dedicati al secolo scorso nei quali il nome di Margherita Sarfatti viene del tutto ignorato. O citato solo marginalmente, sempre negandole la dignità di un ruolo storico, ancorché da criticare o anche da biasimare. Anche su questi aspetti, non è più differibile l’avvio di una riflessione strutturale sulle cause e le modalità di tale metodica damnatio memoriae: in molti casi, peraltro, decretata da personaggi – su tutti, Giulio Carlo Argan – a loro tempo orgogliosamente fascisti, ma presto pronti ad ergersi a catoni sotto l’accogliente ala di un togliattismo dominante.
“Le istituzioni museali in Italia”, ha scritto con efficacia Gianfranco Maraniello sul citato catalogo delle mostre di Milano e Rovereto, “hanno oggi il compito di mettere in prospettiva tali eventi e, soprattutto, le opere che ne sono testimonianza e opportunità per non proseguire nella più frequentemente adottata censoria latenza che, forse, ha significato anche diffusa incapacità di elaborazione del trauma e un’acritica rimozione di fattori ereditari che hanno fatto perdere di vista pure la possibilità di una più autentica coscienza europea in riferimento all’idea di modernità”.




