
Da Monet a Magritte, grandi nomi nell’ampia rassegna a Casa Cavazzini, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Udine
Casa Cavazzini, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Udine, ospita la mostra “Impressionismo e modernità. Monet, Van Gogh, Picasso, Kandinsky, Magritte. Capolavori dal Kunst Museum di Winterthur”, un progetto espositivo che presenta in Friuli Venezia Giulia ottantaquattro opere dei più importanti pittori dell’arte moderna europea. La mostra, curata da David Schmidhauser capo curatore del Kunst Museum di Winterthur, e da Vania Gransinigh direttrice di Casa Cavazzini, si snoda in un racconto che esplora i mutamenti radicali dell’arte tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento.
Il percorso si apre con Le radici dell’innovazione: Impressionismo e Post-Impressionismo. Il primo è il movimento che disattiva ogni ortodossia. Ogni forma d’arte come mimesi. Che vuole reinventare il visibile, facendo dell’apparenza una visione. Mediante le increspature dell’acqua, il gioco dei riflessi, delle rifrazioni, delle dissolvenze. Per registrare le impressioni dettate dalle variazioni della luce, dall’atmosfera, dal clima, dalle vedute urbane, dai parchi e i boschi lungo le rive del fiume. Il secondo è accomunato dalla necessità di lasciarsi alle spalle la stretta relazione pittura/sensazione ottica. Allo scopo di solidificare la forma, creare immagini che vadano oltre il momento, rendere libero il colore.

In questa sezione troviamo: la scultura di Medardo Rosso con Ritratto di Henri Rouart del 1890, dall’ampio busto come se fosse scavato solo con le mani. Claude Monet, con Belle-île, Coucher du soleil, del 1886 con il suo tocco impressionista a forma di virgola, le scogliere azzannate dalla salsedine, la linea bassa dell’orizzonte; Camille Pissarro, con Le Boulevard Montmartre, mardi gras, soleil couchant. Nel febbraio del 1897 Pissarro affitta una camera d’albergo sul Boulevard Montmartre. Passa l’intera giornata in questo punto di osservazione, attendendo la processione del Martedì Grasso.
Strisce di carta colorata invadono la scena e si mescolano agli alberi spogli lungo il viale. Insieme ai punti neri danno l’impressione del vortice e della frenesia della festa; L’abat-jour orangé (1908) di Pierre Bonnard. L’opera riflette l’interesse dell’artista per l’interconnessione luce-colore all’interno di spazi chiusi. Il paralume arancione serve da riferimento nodale sia letterale che compositivo, proiettando una tonalità calda sulla scena e unificando gli elementi all’interno della cornice.
Il progetto curatoriale continua con il Cubismo e la rivoluzione della forma. Il movimento, che nei primi anni del Novecento avrebbe sconvolto il linguaggio dell’arte, smantellato la prospettiva tradizionale, scomponendo la realtà in forme geometriche e sperimentando nuovi modi di rappresentare lo spazio, attira l’interesse dei collezionisti. In quest’ambito si trova Il Pierrot di Juan Gris del 1919. Il soggetto è immobile al centro del quadro. La testa, il busto, le braccia e le gambe sono configurazioni geometriche. Come il tavolo, la chitarra, il sipario con il grande cordone sulla destra. Le forme nel dipinto si intrecciano tra loro. Le zone di luce e ombra sono producono un equilibrio tra le forme nel dipinto.

Con Les deux femmes et la nature morte (1er état) del 1920 Fernand Léger, partendo dal Cubismo sviluppa un proprio stile, definito Tubismo, caratterizzato da un’estrema semplificazione delle forme. con la vivacità dei colori riesce a trasferire nelle sue opere un dinamica energia emotiva. La composizione è dominata da geometrie semplici e precise, cubi e cilindri, sistemate con cura per dare l’illusione di uno spazio multidimensionale.
Lo studio per La città di Parigi di Robert Delaunay, caratterizzato da una accentuata componente cromatica e geometrica, crea effetti di movimento e di vibrazione. Con il mistero delle immagini: il Surrealismo, l’arte si apre ai sogni, all’inconscio, al caso, alle libere associazioni. Si mina alla base il pensiero convenzionale e si sperimentano nuove forme in un mondo totalmente diverso. La Testa che guarda del 1928 di Alberto Giacometti offre due incisioni una verticale e una orizzontale. Danno l’idea di un volto, che chi guarda deve completare. Con il suo Le monde perdu del 1928 Magritte con le immagini-parole sconvolge il linguaggio. La superficie grigia dell’opera ricorda una mappa si cui sono disegnate due forme adiacenti che riportano le frasi: “personnage perdant la mémoire” (persona che perde la memoria) e “corps de femme” (corpo di donna).

La sezione dedicata all’Astrattismo è strutturata nella sua duplice versione: da un lato con il concretismo geometrico riscontrabile in artisti come Piet Mondrian e nel gruppo olandese De Stijl. Si riconoscono in una pittura in cui linea, superficie e colore sono sganciati da ogni referenzialità. Nella Composition A del 1932 Mondrian utilizza griglie di linee nere e blocchi di colori primari, rosso e blu, per realizzare un equilibrio dinamico e una perfetta armonia visiva; dall’altro lato, accanto a questa razionalità percettiva, si configura l’astrazione organica più libera e poetica.
E’ rappresentata da autori come Paul Klee, Vasilij Kandinsky e Sophie Taeuber-Arp che intraprendono strade del tutto personali. La scultura occupa un posto di rilievo: da Auguste Rodin ad Aristide Maillol, da Constantin Brancusi fino a Hans Arp, che chiude il percorso con le sue sculture e rilievi non figurativi. La Human Concretion di quest’ultimo, un scultura morbida dalle forme levigate, sebbene sia un’opera astratta tradisce una certa umanità. Come se racchiudesse emozioni non esprimibili verbalmente.



