
Le metafisiche di Giorgio de Chirico, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Alberto Savinio, Giorgio Morandi, a confronto con opere degli eredi e allievi del gruppo ferrarese che nascono da monologhi interiori, come incursioni visive verso l’altrove: un enigma irrisolvibile nel Grand Tour dell’arte tra XX e XXI secolo dove si rivela il futuro del classico, come dimensione che si insinua nel presente, senza cedere al culto del passato
Della mostra “Metafisica/Metafisiche. Modernità e malinconia” a cura di Vincenzo Trione, considerata tra gli appuntamenti culturali più importanti in calendario, in occasione dei XXV Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 (6-22 febbraio), promossa dal Ministero della Cultura e il Comune di Milano, prodotta da Palazzo Reale, Museo del Novecento, Grande Brera-Palazzo Citterio e Gallerie Italia, ne abbiamo già parlato, ma a parte i giudizi pro e contro, nella tensione di avviare un dialogo tra l’effimero e l’eterno, superando le polemiche da considerare come potatrici sane della libertà interpretativa sempre soggettiva, di fatto la mostra milanese sancisce senza ombra di dubbio la strategia d’impresa culturale, basata sulla necessaria collaborazione tra pubblico e privato nell’obiettivo comune di offrire modelli di cultura diffusa, in questo caso con il supporto di Intesa Sanpaolo e la casa editrice Electa.

Il titolo della mostra scientifica, didascalica, compilativa e divulgativa ma necessaria, in particolare per le generazioni Zeta abituate a fruire capolavori della storia dell’arte dai social media, mette a confronto maestri della Metafisica con gli “eredi” internazionali e gli “allievi” del XX e XXI secolo, riecheggia nell’impianto strutturale attitudine espositiva interdisciplinare, la mostra “Futurismo & Futurismi”, a Palazzo Grassi, Venezia del 1986, a cura di Pontus Hulten, con il fine di mostrare le declinazioni della Metafisica in ambiti diversi, suggellata da una iconografia riconoscibile, volutamente pop nel significato letterario di popolare, che continua ad attraversare la storia dell’arte dai primi anni del Novecento a oggi.
Dai metafisici del gruppo ferrarese che accostano soggetti riconoscibili secondo procedimenti onirici, pensano la classicità non come immobile pinacoteca di figure eterne da contemplare, i postmoderni ereditano la possibilità non di replicare passivamente stilemi e di tradirli costantemente, alla ricerca di un neo-luogo perturbante e dinamico per cogliere nel vuoto dell’attesa l’insignificante, fuori dalla storia, tentando di mostrare l’assurdo di ciò che è ordinario, e per tradurre l’ovvio in stupore, inciampando nell’ironia.

Tra memoria ed enigma
La mostra intreccia memoria, mitologia, classicità, storia dell’arte e suggerisce un’uscita dal mondo alla ricerca del senso profondo delle cose nel culto dell’enigma e, come scrive Trione: “è pensata come una drammaturgia suddivisa in atti“. Il primo e centrale capitolo si inscena a Palazzo Reale a Milano, dove prologo ed epilogo dedicati a Giorgio de Chirico, al fratello Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Giorgio Morandi, e opere sorprendenti di altri illustri protagonisti schierati contro la frammentazione del segno introdotta dalle avanguardie artistiche del primo Novecento, accomunati dal ritorno alla pittura figurativa, alla prospettiva aperta e alla revisione di suggestioni del passato.
Osservando le opere scopriamo che l’immobilità suggerita da scenari ferraresi, dove è nata la pittura di Ercole de’ Roberti, riconoscibile con i suoi paesaggi inquietanti, scopriamo che la Metafisica non è chiusa in sé stessa e nel corso del tempo ha varcato i confini. Anche Carrà e Morandi, dopo l’agitazione futurista, attraccano a una spaesante “nostalgia spaziale” invocata da de Chirico, architetto di ‘architetture nostalgiche’, assegnando una nuova centralità all’immaginario.
Le affinità elettive condivise dagli artisti metafisici vertono sul recupero di “Valori Plastici”, disponendo sulla tela un sapiente dosaggio di pieni e vuoti, con ampi spazi tra un soggetto e l’altro, e mirano al ripristino di composizioni influenzate dall’arte antica. Questi artisti travolti dalla fascinazione di parole chiave dechirichiane, come enigma, mistero, ignoto, smarrimento, isolamento e straniamento; termine introdotto da Viktor Sklovskij in un celebre articolo pubblicato nel 1917 (quando nasce la Metafisica), come elegia di uno sguardo malinconico verso il passato, senza essere passatisti, che ha attraversato la Nuova Oggettività e del cosiddetto Realismo Magico, rappresentato in mostra da Felice Casorati e Mario Sironi, esponente del Gruppo Novecento di Margherita Sarfatti, riconoscibile per i suoi manichini e paesaggi urbani alienanti e del Surrealismo, come Marx Ernst, René Magritte, Salvador Dalì elaborano, ciascuno a suo modo una simbologia astratta estetizzante e perturbante.

Il salotto metafisico
In mostra vediamo opere di maestri della pittura che non aderiscono all’idolatria del ‘nuovo’ per rifugiarsi nella memoria, in una storia che non passa ma che non si ripete, puntando su un tempo in cui tutto sembra restare uguale. E in questo luogo dell’attesa scorre il ritmo di una vita che non produce ombre, i metafisici propongono il ritorno alla pittura figurativa, comprensiva di riferimenti a miti, mescolando letteratura, archeologia e iconografie solitarie, dalle atmosfere sospese di melanconiche e solitarie vedute di luoghi inafferrabili in cui il tempo si cristallizza nell’eternità del presente. E nella Metafisica filosoficamente parlando intende lo studio dell’essere in quanto essere, della natura delle cose tra suggestioni e visioni in cui si annulla il movimento, dove tutto è stasi, contemplazione e meditazione.
La Metafisica sfila qui attraverso 400 opere, tra dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design, incluse sezioni dedicate al design, al fumetto, alla moda e un’ampia sezione dedicata all’architettura, con plastici e modelli anche di Frank O. Gehry, tanto per citare un innovatore, capace di trasformare oggetti concreti e spazi funzionali in strutture solide ma precarie cariche di richiami simbolici. Sono una chicca le interviste a de Chirico conservate nelle Teche Rai, una miniera d’oro!

Breve storia della Metafisica
La Metafisica nasce nel gennaio del 1917 a Ferrara, dove Carlo Carrà incontra Giorgio de Chirico e il fratello Alberto Savinio a Villa Seminario, un nosocomio in un fabbricone, ex scuola dei preti, ricavato da una villa patrizia settecentesca, in una città metafisica di per sé, eletta santuario dell’immobilità che cela una lieve follia, come già aveva intuito Ludovico Ariosto. E, qui prende forma nel ‘limbo’ di malati nervosi dove spesso si reca anche Filippo de Pisis, l’iconografia Metafisica carica di turbamenti e fantasmi che si annidano nei luoghi dell’assenza e crescono in scenari ‘immobili’, che rispecchiano i principi di una comunità estetica di autori dalla personalità solitaria, che rifuggono i dogmi delle tendenze avanguardistiche e sono insofferenti agli “ismi”.
Analogamente ai futuristi, ai dadaisti e ai surrealisti, i metafisici sono suggestionati da un leader carismatico, com’è de Chirico che individua principi estetici della pittura però senza imporre dogmi, aperto a idee, suggestioni, informazioni e soluzioni formali diverse. Scrive Trione nel catalogo della mostra edito da Electa: “A Villa del Seminario, de Chirico, Carrà, Savinio e de Pisis inventano una poetica dell’amicizia. Diversi per temperamento, per cultura, per umori, per consuetudini, sono divisi nel modo di intendere il loro mestiere, ma condividono una filosofia e un’ideologia. Attenti a difendere la propria inviolabile individualità, disegnano i contorni di uno stile comune, basato su tensioni contigue: scavare in se stessi, intrattenere un dialogo intimo con la divinità, fare quadrato in nome della qualità della pittura, senza tradire le regole della Grande Arte, contemplata fuori dal tempo e dalla contingenze” (p.27).

Ieri, oggi e …forse domani gli artisti tenderanno sempre a qualcosa d’indefinibile, superando distanze generazionali e culturali, proprio come dimostra la sezione “Arcipelago Metafisica” che trova l’altrove fuori da Ferrara che include artisti Pop, come Andy Warhol, Mario Schifano, Franco Angeli, Emilio Tadini, Mimmo Rotella, Ugo Nespolo, Mario Ceroli, Pino Pascali, Giosetta Fioroni, Ai Weiwei, Philip Guston, Dino Buzzati e altri protagonisti della seconda metà del Novecento. Seguono i postmoderni Enzo Cucchi, Sandro Chia, Mimmo Palino, Salvo, Luigi Ontani, Marcello Jori, i surreali Philip Guston, Ezio Gribaudo, Dino Buzzati, William Kentridge, Ruggero Savinio. Celebano l’enigma della visione i concettuali, Luca Maria Patella, Fabio Mauri, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Marcello Maloberti e altri artisti, fino a Francesco Vezzoli, Ettore Spalletti, Pier Paolo Calzolari. È classificato tra i surreali l’indefinibile Luigi Serafini, presente con una piccola tavola tratta dal suo immaginifico Codex Seraphinianus (2021); a mio avviso una scelta davvero “impressionistica”, e mortificante per un maestro assoluto dell’assurdo nel quotidiano, considerando la sua vasta produzione.

Insomma elenchi a parte, diciamo che la sezione storica doverosamente rigorosa, dedicata al gruppo ferrarese della Metafisica, con dipinti mozzafiato sono di una qualità indiscutibile, in cui manichini, nature morte e piazze stranianti diventano soggetti iconografici riconoscibili, è eccellente, da manuale per intenderci. “Arcipelago Metafisico” si contraddistingue invece per la scelta discutibile dell’allestimento in stile “deposito”, per essere brutali, dove sono assemblate – alla rinfusa – troppe opere significative degli autori sopra citati, e di tanti altri che avrebbero meritato più respiro. Bastava prendersi più spazio espositivo, necessario per le grandi sculture e installazioni, al fine di far comprendere a tutti, la pratica non ortodossa e non lineare dell’arte contemporanea, svelando le potenzialità inedite di possibili metafisiche-concettuali. Succede che lo spettatore viene fagocitato, in uno spazio angusto, da carrellata fitta di lavori importanti e diversissimi tra loro; e tutto questo insieme – fa rumore – più che indurre a una necessaria e silente contemplazione per entrare mentalmente in sintonia con le opere. Bastava distillare le opere in più sale, creando pause, respiro, vuoto tra un’opera e l’altra, tutte da ascoltare e non soltanto da guardare, per aprire lo sguardo alla riflessione e pensiero sull’attualità della Metafisica, come attitudine mentale che va oltre il tempo, dimostrando che oggi, come ieri, continua la sfida tra essere originali e, insieme, originari nell’approccio all’antico, al già visto pensando al futuro della memoria nel presente.
Concludendo, questa maestosa mostra, giudizi a parte, produce conoscenza e memoria, ed è utile a tutti per rivedere, riscoprire, rivisitare il ‘già fatto’, citando icone, tempi e templi, stili e iconografie per ricomporre, anche attraverso rovine archeologiche i luoghi del passato, non come sono ora, ma di allora e come li immaginiamo, aprendo lo sguardo alla possibilità di sottrarre nell’istante della percezione di un’opera metafisica, il presente dal suo destino effimero in cui la memoria transita dalle cose che vediamo e ricordiamo da conservare nel nostro archivio di emozioni, per il momento non ancora riproducibili dall’A.I.



