
Fino al 22 febbraio al Teatro India lo spettacolo con il personaggio di Pinocchio che diventa un contenitore che prende corpo tra i diversi interpreti
C’è un punto in cui il teatro smette di rappresentare e comincia a prendersi cura. Il Pinocchio di Davide Iodice, che ha debuttato a Castrovillari nel 2024 e ora è in scena al Teatro India di Roma, nasce esattamente su quella soglia. Lo spettacolo è il frutto di un laboratorio permanente di pedagogia sociale che si tiene nella Scuola Elementare del Teatro ospitata dallo Spazio Filangeri di Napoli. Intrecciando formazione, inclusione e pratica scenica, la Scuola accoglie fragilità economiche, disabilità fisiche e intellettive, per costruire condizioni di possibilità per biografie che altrove resterebbero ai margini.
Nella messa in scena di Iodice, il testo di Collodi non viene illustrato o rappresentato, ma attraversato dalla vita stessa. Il personaggio di Pinocchio diventa così un contenitore che prende corpo tra i diversi interpreti, una lente che moltiplica storie reali e relazioni indissolubili tra madri e figli, padri, fratelli e amici. In questa rifrazione, anche il nome perde la sua unicità da burattino di legno e diviene suffisso che si aggiunge ai nomi propri dei protagonisti (Matteocchio, Federicocchio…), donando loro un nuovo “occhio” per guardare il mondo.
E così come il nome, anche il naso che cresce non è più solo segno di menzogna, ma diventa il corpo di ogni promessa mancata, di ogni impossibilità di realizzare i sogni, incarnando concretamente la relazione di cura.
In questa moltiplicazione delle esperienze, che si trasfigura in una danza di colori pastello e passeggiate, luci soffuse e canzoni travolgenti, la scena diventa il palco dove porre una serie di domande radicali. Il sottotitolo dello spettacolo (“Cos’è una persona?”) finisce così per schizzare in tanti riflessi: Cos’è il dolore? Cos’è l’amore? Che cos’è il futuro? Interrogativi abissali che appartengono a chiunque e, con il loro mistero, riescono a coinvolgere la platea in un ascolto rituale, aperto alla pazienza e al tempo di anime differenti.
La rottura della finzione
Tra madri fatine, accompagnatori ciuchi e pinocchi sgraziati, la rottura della finzione portata sul palco grazie alle storie reali degli interpreti si condensa nel funerale della Fata Turchina, momento lirico sopra tutti. Sospendendo nel silenzio il turbine dei diversi racconti, la scena si ferma in un rito collettivo, che coinvolge pubblico e interpreti. Mentre i figli circondano il carro funebre e avanzano con una luce in mano, quei loro segni luminosi nel buio ci chiamano in causa, come a suggerire che tutti loro sono, in fondo, figli di tutti.
A rendere ancora più vivido il rapporto tra scena e realtà, il lavoro di Iodice insiste sulla concretezza del gesto. “Quello che per voi è normale, per me è un sogno”, afferma uno dei Pinocchi. E la frase scava una distanza che il teatro tenta di colmare. Il corpo è mostrato ed esposto nella sua fatica quotidiana, e proprio questo annullamento della vergogna produce uno scarto poetico. Il riso si intreccia al pudore, la goffaggine alla dignità e si apre una tensione irrisolvibile tra desiderio e limite, poesia tipica del registro clownesco, capace di far ridere mentre espone l’intimità più profonda.
In un passaggio decisivo, lo stesso Iodice entra in scena. Alla domanda angosciata su ciò che accadrà, non offre soluzioni né consolazioni, ma risponde con una promessa: “non so cosa sarà, ma mi troverai sempre qui, in fondo alla sala”. È un gesto semplice e radicale: pochi passi e poche parole che testimoniano una presenza di chi il teatro non lo crea come un demiurgo, ma lo vive in un processo che accetta di condividere la fatica, l’incertezza e la paura.



