20 Settembre 2026 04:06

Musica per un mondo in fiamme. I Sirom al Monk di Roma

I Sirom sul palco
I Sirom sul palco
Trio sloveno composto da Iztok Kričaj, Ana Kravanja e Samo Kutin, i Sirom fanno oggi parte della scena underground globale

I Sirom, trio sloveno composto da Iztok Kričaj, Ana Kravanja e Samo Kutin, si presentano sul palco scalzi, prendendo posizione tra una massa di strumenti poggiati su antichi tappeti che somiglia più a un accampamento che a una postazione concertistica. Ghironde, rebab, bendir, lire intagliate in legni antichi, xilofoni, flauti, banjo, campanacci, tubi, pentole, scodelle. Alcuni strumenti sono costruiti a mano, tutti sono recuperati da tradizioni lontane nel tempo e nello spazio.

Dalle sonorità ipnotiche di quello che loro stessi chiamano “imaginary folk” emergono delicatezze astrali e cascate di suoni travolgenti. I Sirom operano in uno spazio che contiene e sorpassa tradizioni rurali e avanguardia proponendo una musica che è al tempo atto fisico, natura selvaggia e cosmologia sciamanica.

Le loro creazioni partono da un lavoro di improvvisazione lunghissimo che intreccia le diverse formazioni dei tre componenti. I ritmi costruiscono lentamente architetture oblique, ossessive, sorrette da stratificazioni percussive che si accumulano. Sul basso continuo della ghirona, nella massa acustica dei diversi tamburi, negli interminabili archi dei rebab suonati con tronchi piegati dalla forza delle corde, via via si innestano vocalizzi orientali e cinguettii schizoidi del flauto dolce, che cambiano improvvisamente il peso dell’aria nella sala.

 

Il trio dei Sirom
Il trio dei Sirom

Le traiettorie derivano, si sgretolano e le composizioni complesse avvampano fino a disgregarsi, rivelando la loro audacia compositiva e distruttiva. Spesso le loro evoluzioni virtuose evolvono in un rumorismo che non ha timore di demolire ogni equilibrio conquistato: scodelle e sonagli si scontrano, voci strozzate, drone-sounds e canti disperati si dissolvono come parole perdute. Sembra nel complesso di vivere in una fantascienza analogica che affonda le sue radici nelle tradizioni di tutti i popoli uniti davanti a un grande fuoco: il canto, il suono e il caos vengono dallo stesso posto.

Musica universale

Le voci usate dal gruppo perdono ogni funzione referenziale. Sono invocazioni, grida, sussurri che non dicono nulla se non tutto quello che la parola può ancora urlare per ribellarsi. Sono versi di animali impauriti, vento tra i faggi, abbracci dolorosi, preghiere primordiali.

I Sirom fanno oggi parte della scena underground globale. Partiti dai festival all’aperto e dagli squat autogestiti, hanno suonato in tutta Europa, sono stati intervistati dal The Guardian e scelti come “canzone del giorno” dalla nota emittente KEXP, patria broadcast della musica indi con sede a Seattle. Nel mondo portano le voci dei boschi sloveni innestate nei laboratori dei giovani sperimentatori del XXI secolo, con una musica che non ha alcuna data di nascita, specificamente locale e assolutamente universale.

Samo Kutin, presentando i brani del nuovo album In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper, dice con una semplicità disarmante: “We live in a quite crazy time nowadays. We believe in making music to make the world better. Not only for our species, but for all the other living species“. Non è una dichiarazione, ma la descrizione di quello che sta già succedendo sul palco.