
“Fatum Futura”, alla Fondazione Bipielle di Lodi, rende omaggio a Simona Uberto con un’ampia mostra antologica che ripercorre tre decenni di carriera dell’artista, raccogliendo circa cinquanta opere tra fotografia, installazione, collage, scultura e interventi ambientali
Il titolo, “Fatum Futura”, nasce da un’intuizione dell’artista e condensa il nucleo poetico del progetto: una riflessione sulla tensione tra ciò che ci precede e ciò che ci attende, tra destino e possibilità, tra predeterminazione e sguardo verso il futuro. «Fatum, dal latino “fari”, significa ciò che è già stato pronunciato, la parola-oracolo che diventa destino, mentre Futura indica il tempo a venire, ciò che ancora non è. È uno spazio di domande, sospeso tra ciò che è stato detto e ciò che stiamo ancora costruendo», spiega Uberto.

Fin dagli anni Novanta, la ricerca di Simona Uberto si muove lungo la linea sottile che separa – e unisce – documentazione e immaginazione. I primi cicli dedicati alla vita urbana (Interferenze, Aggregazioni, Appartenenze, Incontri) raccontano la quotidianità come insieme di micronarrazioni: passanti colti in spazi pubblici, movimenti minimi che diventano ritmo visivo, geometrie che imprigionano istanti sospesi. Non semplici fotografie, ma vere e proprie “cornici temporali” che trasformano la città in un teatro di azioni inconsapevoli.
Negli ultimi anni la sua ricerca si è aperta a un nuovo territorio: il paesaggio come miraggio, luogo mentale, proiezione. Da questo slittamento nasce la serie Fata Morgana: immagini che oscillano tra realtà e illusione, tra visibile e visionario. L’artista seziona lo scatto, lo ingrandisce, lo ribalta, lo frammenta e lo ricompone, invertendo prospettive e logiche consuete. Cielo che diventa terra, acqua che diventa cielo, skyline che si capovolgono: la percezione vacilla, ma è in questo spaesamento che si annida il senso profondo della sua opera.

Come osserva la critica Simona Bartolena in un saggio dedicato all’artista, «le opere di Uberto non sono paesaggi ma miraggi. Ci traggono in inganno come il fenomeno della Fata Morgana: luoghi fantastici, mutevoli, destabilizzanti, che rivelano la precarietà delle nostre certezze visive». L’effetto è quello che René Magritte definiva “l’attimo di panico”: il momento in cui lo spettatore comprende che la realtà rappresentata non coincide con quella percepita.
Il processo creativo di Simona Uberto è insieme meditativo e rigoroso. L’artista parte da uno scatto fotografico, entra nell’immagine, la esplora, ne studia la struttura interna fino a perderne ogni riferimento. Solo allora la ricompone in una nuova forma, che non appartiene più al reale ma a un altrove sospeso tra memoria e invenzione. In Fatum Futura questo metodo si amplifica: l’immagine diventa segno, il paesaggio diventa linguaggio, il miraggio si fa forma.

«Benché la conoscenza della prassi esecutiva di un artista non sia indispensabile ai fini della fruizione – spiega la curatrice Maria Laura Gelmini – nel caso di Uberto conoscere il procedimento può fare la differenza. La leggerezza che promana dalle sue opere è il risultato di un lavoro minuzioso, in cui confluiscono aspetti tecnologici e artigianali».
Allestita negli spazi della Bipielle Arte – all’interno del Centro Direzionale progettato da Renzo Piano – la mostra si presenta come un percorso attraverso tre decenni di lavoro: dalle prime serie fotografiche dedicate ai flussi urbani alle installazioni che interrogano la percezione dello spazio, fino ai più recenti paesaggi destrutturati e alle visioni di Fata Morgana, dove la natura si fa enigma e rivelazione. Il percorso espositivo è pensato come un attraversamento: ogni opera apre varchi, sconfinamenti, mettendo in discussione la stabilità dell’immagine e invitando a ripensare la relazione tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere.



