18 Settembre 2026 21:39

Il valore di scambio del linguaggio. A Venezia arriva Kosuth

Joseph Kosuth, One and Three Chairs, 1965, One and Three Mirrors, 1965. Two mounted photographs and mirror. Collection of the artist, courtesy the artist and Sean Kelly Gallery, foto by Jason Wyche
Joseph Kosuth, One and Three Chairs, 1965, One and Three Mirrors, 1965. Two mounted photographs and mirror. Collection of the artist, courtesy the artist and Sean Kelly Gallery, foto by Jason Wyche
Joseph Kosuth, il noto artista americano protagonista dell’arte concettuale, torna ad esporre a Venezia alla Casa dei Tre Oci

Joseph Kosuth scrive nel 1969 che “essere artisti significa mettere in discussione la natura dell’arte”. La si può intendere come una frase manifesto sottesa al cuore di quella poetica che si sviluppa alla fine degli anni Sessanta tra America ed Europa e prende il nome di arte concettuale. Kosuth è stato ed è uno dei più autorevoli esponenti di questa tendenza. Che riflette sull’arte allontanandosi dall’estetica intesa come aisthesis (“sensazione”) per interrogarsi sulla sua natura, prescindendo dai supporti e dai mezzi normalmente utilizzati. L’arte esiste solo come idea. Conta solo il suo significato.

La sedia

Quando un’artista ricorre ad una forma concettuale d’arte, viene messa tra parentesi qualsiasi esegesi sul valore estetico. Non si giudica più in merito alla bellezza dell’opera o alla tecnica artistica necessaria per la sua realizzazione ma si cerca di stimolare la riflessione nello spettatore. Mediante lo spostamento dell’attenzione dall’oggetto alla sua definizione, dal prodotto alla riflessione teorica. La sua ricerca radicale cambiato l’idea di arte: ciò che conta non è tanto la forma quanto il processo mentale che la concepisce. Cancellando ogni resa all’emotività.

 

Joseph Kosuth, Text-Context, 1978-1979, Venti fotografie originali incorniciate, dimensioni variabili; Collezione dell’artista, per gentile concessione dell’artista e di Sprüth Magers, foto, Ben Westoby
Joseph Kosuth, Text-Context, 1978-1979, Venti fotografie originali incorniciate, dimensioni variabili; Collezione dell’artista, per gentile concessione dell’artista e di Sprüth Magers, foto, Ben Westoby

Opere come One and Three Chairs (1965) – una sedia, la sua fotografia e la sua definizione linguistica – hanno chiarito che per Kosuth, l’arte sia prima di tutto un dispositivo per interpellare la costruzione del significato. In questo senso, il linguaggio non è solo un mezzo: è materia, soggetto e metodo. La sua ricerca analizza il rapporto tra parola e oggetto, tra testo e contesto, tra ciò che vediamo e ciò che definiamo. Ed è proprio nella dialettica tra segno e interpretazione che si sviluppa la sua analisi, in perenne aggiornamento tra installazioni site-specific, interventi teorici e riflessioni sulla funzione dell’artista nella cultura contemporanea.

Il rapporto con Venezia

L’artista americano, il cui lavoro è radicato nella letteratura e nella filosofia, agganciandosi alle teorie di Platone, Sigmund Freud e Ludwig Wittgenstein, torna ora in laguna, alla Casa dei Tre Oci, sede del Berggruen Institute Europe, nella mostra The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero (Il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero) in un allestimento a cura di Mario Codognato e Adriana Rispoli. Il rapporto dell’autore con Venezia ha inizio negli anni Novanta, quando Kosuth ha rappresentato l’Ungheria alla Biennale Arte del 1993.

 

Joseph Kosuth, One and Three Mirrors, 1965, Two mounted photographs and mirror, 146.1 × 400.1 cm
Joseph Kosuth, One and Three Mirrors, 1965, Two mounted photographs and mirror, 146.1 × 400.1 cm

Da allora ha partecipato ad altre sette edizioni lasciando nel frattempo un paio di opere in città: «The Material of Ornament» alla Fondazione Querini Stampalia nel 1997 e «To Invent Relations (For Carlo Scarpa)», commissionatagli nel 2016 per la Biennale di Architettura, ha trovato posto nell’Aula Magna Mario Baratto dell’Università Ca’ Foscari.

Kosuth presenta una nuova importante realizzazione, dal titolo A Chain of Resemblance (2026), una monumentale installazione al neon, che l’autore considera simile alla scrittura, installata all’ingresso principale della Casa dei Tre Oci. L’opera parte da un testo di Michel Foucault per riflettere sul significato che viene condizionato sia dal testo che dal contesto in cui si manifesta. In tal senso il linguaggio non è mai neutrale. Essendo per sua natura influenzato dal suo ambiente e dalla sua ricezione.

Lo specchio

Il primo piano dei Tre Oci ospita i lavori iniziali di Kosuth risalenti agli anni Sessanta. Tra questi, viene riproposta una delle sue opere più influenti, One and Three Mirrors, Uno e tre specchi. Uno specchio è collocato nello spazio. Vicino al quale ci sono due pannelli: uno fotografico che riproduce frontalmente quello stesso specchio e l’altro in cui è riprodotta la definizione della parola specchio che ne spiega la funzione e le caratteristiche.

Kosuth partendo dall’oggetto, lo rappresenta e lo definisce. Lo aveva già fatto con una sedia, appena citata, con un orologio, con oggetti quotidiani che, evocando le riflessioni di Duchamp, venivano collocati all’interno di un percorso artistico, mettendone in risalto lo stato, la forma, l’essenza. Elimina così dall’oggetto tutti i sottintesi simbolici, espressivi, narrative che lo avevano contrassegnato, per giungere alla sua tautologica identità.

 

Joseph Kosuth. A Chain of Resemblance, 2025. Neon bianco caldo montato direttamente a parete. Dimensioni variabili. Collezione dell'artista. Foto (rendering) Joseph Kosuth Studio
Joseph Kosuth. A Chain of Resemblance, 2025. Neon bianco caldo montato direttamente a parete. Dimensioni variabili. Collezione dell’artista. Foto (rendering) Joseph Kosuth Studio
Non rappresentare

Lo specchio inoltre, mezzo che spazialmente illude, annunciatore di sdoppiamenti, segno di un narcisismo incessante nell’animo umano, in grado di rivelare la verità e la sua negazione, viene scarnificato fino a non raccontare, a non rappresentare, a non esprimere più nulla. E’ il periodo in cui Kosuth sostiene che ogni opera d’arte è simile ad una proposizione analitica che deve essere collocata solo nel contesto dell’arte che non può fornire nessun dato sull’esperienza concreta.

Tre sale adiacenti ospitano opere che mettono in discussione l’autorialità, a partire dal radicale ripensamento di pubblico, comunità e collaborazione proposto da Kosuth. Tra queste compaiono The Fifth Investigation (1969), Text/Context (1978-1979) e Where Are you Standing? Un poster originariamente prodotto dall’artista per la Biennale di Venezia del 1976 come parte del collettivo International Local (composto da Sarah Charlesworth, Joseph Kosuth e Anthony McCall), riproposto in questa occasione.

The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero
Dal 28/03/2026 al 22/11/2026
Casa dei Tre Oci, Venezia
Curatori: Mario Codognato, Adriana Rispoli