
Il Teatro Vascello mette in scena lo spettacolo scritto da Filippo Gili e diretto da Francesco Frangipane
La sorella migliore, spettacolo prodotto da Argot Produzioni in collaborazione con Pierfrancesco Pisani, scritto da Filippo Gili e diretto da Francesco Frangipane, dichiara subito le sue coordinate: siamo al centro di un dramma borghese contemporaneo. La scena, di Francesco Ghisu, rivela uno spaccato famigliare dai colori pastello, composto da due divanetti eleganti, un tavolo con sedie di Breuer, quadri astratti e un lampadario che emana ombre inquietanti su un tendaggio che copre il fondale come una saracinesca.
Fratello e sorella (Alessandro Tedeschi e Aurora Peres) si prendono in giro e scherzano con una complicità sorniona pronta a stuzzicare profondamente. Vivono insieme da otto anni, a casa di lei, da quando un evento si è abbattuto sulla famiglia cambiandone per sempre le geometrie affettive. La terza sorella (Vanessa Scalera), interviene a spezzare quell’idillio un po’ sognante e un po’ melanconico. È un’avvocata di grido e ora è pronta a riaprire il caso. Dice di aver scoperto qualcosa di nuovo e propone una mossa giuridica per cambiare le sorti del fratello.
Nell’atto centrale, durante il pranzo tutti insieme, risalta uno specchio posto di taglio che raddoppia i corpi e lascia rigurgitare una valanga di recriminazioni, che esplodono nel ribaltamento della condizione di vittima. Se inizialmente è il fratello, a subire il contraccolpo del proprio atto, ora è la sorella maggiore a mostrare la ferocia con cui quell’evento è ricaduto sulla famiglia intera. Se la madre (una minimale, ma intensa Michela Martini) cerca senza successo di riportare la calma, la sorella minore, quella accudente e protettiva, resta in silenzio, schiacciata dall’avvocata che non perde un colpo.
Potenza attoriale
Nel più classico dei tre atti, divisi da cambi luce che invadono la scena come fluidi avvolgenti (il raffinato disegno è di Giuseppe Filipponio), la storia si rivolta ancora su sé stessa: uno scontro tra sorelle precipita in un finale che lascia la famiglia immersa in segreti talmente profondi da non poter essere più svelati.
Gili costruisce un testo a orologeria che sembra scritto per far emergere la potenza attoriale di Vanessa Scalera, capace di rivelare le tensioni interne anche nei silenzi. È lei la presenza scenica attorno a cui si regge l’intero impianto narrativo, capace di rendere il suo personaggio allo stesso tempo spietato e disperato, implacabile e ferito. Il rigore della messa in scena di Frangipane, che non si concede mai al sentimentalismo, mescola l’affetto all’impossibile ribellione contro i legami più radicali, mostrando come la famiglia sia spesso il luogo dove la verità non si può dire e non si può tacere.
Il pretesto drammaturgico, uno dei tanti incidenti notturni che la cronaca nera riporta con troppa frequenza, viene osservato dall’interno della famiglia dell’assassino. Lo spostamento di prospettiva è l’operazione più riuscita dello spettacolo e costringe il pubblico a confrontarsi non con il giudizio della legge, ma con quello ben più inestricabile dell’amore. All’uscita rimane il senso di una tragedia che non si lascia risolvere, ma che interroga sulla colpa e la responsabilità senza offrire facili assoluzioni.



