
Alla galleria Ceravento in scena la figurazione sintetica nella pittura fortemente introspettiva di Santillo
La gioia come un’emozione connaturata all’essenza dell’essere? Un sentimento che potrebbe liberarci dalla tristezza, dall’oppressione, dall’ansia? Come un atto di resistenza contro la “pesantezza” e l’opacità deprimente di una certa realtà, un modo d’essere che spezza l’inerzia e la rassegnazione? Lo stato d’animo di chi è riuscito ad assecondare la propria attitudine, la propria ispirazione rispettando il principio estetico della giusta misura? Soffermandosi sugli ultimi venti dipinti su tela di Raffaele Santillo esposti a Pescara nella mostra Immagina una gioia a Ceravento, sembrerebbe di sì.
Sono opere che descrivono, immergendole in un’atmosfera evocativa, gli episodi non eclatanti di una quotidianità senza sussulti. Fatti di poco conto per un occhio estraneo, fino al limite dell’irrilevanza, ma che ciascuno, come protagonista o come spettatore, percepisce come rilevanti. Scandiscono la nostra vita per sedimentarsi negli anfratti latenti della memoria. Una pittura fortemente introspettiva, caratterizzata da una figurazione sintetica e da colori liquidi, per Daniele Capra autore del testo critico.
Figurazione, in cui sia il soggetto sia l’ambientazione convivono in un contesto cromaticamente simile, impostato in modo conciso e lineare. Con i volti appena accennati, se non assenti, indistinguibili. Per una rappresentazione anatomicamente sui generis, fino a renderla in un certo senso sospesa, metafisica. Sono presenze accostabili ad una indeterminatezza che non vuole descrivere.

Una figurazione accennata
La pittura di Santillo si incunea in quello spazio tra l’iconico e l’aniconico ancora molto ampio, aperto alle creazioni non aprioristicamente etichettabili che lasciano presagire il piacere, o forse la gioia, della pittura-pittura che procede per cenni scarnificando i dettali fisiognomici. Le sue opere si potrebbero anche definire racconti minimali, ridotti all’essenziale come certi dialoghi alla Hemingway. Privi quindi di ogni eccessività descrittiva. Santillo lascia alla responsabilità dell’osservatore il completamento deli accenni creativi che propone sulla tela.
Nelle sue composizioni prevalgono luminosità ovattate, come in certe tele veneziane di Virgilio Guidi; volumi, personaggi senza peso che galleggiano in perfetto fiducioso equilibrio armonico con l’elemento che li sostiene, l’acqua dai colori cangianti Nei lavori di Santillo i personaggi stanno insieme, dialogano su una panchina, camminano in un bosco, si fermano davanti al mare, guardano la luna. Come nella tela del 2025 Chiaro di luna. Tre figure che non vogliono distinguersi, attanagliati in un abbraccio reso mediante una strisciata cromatica sembrano stiano per essere inghiottiti da una boscaglia verdeggiante. Poi c’è quel portiere in Para tutto, colto nel momento magico del gesto tecnico che tende a salire verso l’alto.



