20 Settembre 2026 04:33

La fugacità dei trent’anni. “Come nei giorni migliori” in scena a Roma

Diego Pleuteri, Come nei giorni migliori, regia di Leonardo Lidi
Diego Pleuteri, Come nei giorni migliori, regia di Leonardo Lidi
Al Teatro India di Roma Leonardo Lidi dirige Come nei giorni migliori, interpreti Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese

Come nei giorni migliori, in scena al Teatro India di Roma, si apre su un palco completamente spoglio, alcuni indumenti appoggiati qua e là, un secchio, due microfoni, luce piena. I due attori entrano di corsa, rubandosi le battute e travolgendoci come lo scroscio di un lavandino aperto. Il testo di Diego Pleuteri racconta la relazione tra due ragazzi che si incontrano, si amano e si perdono, con una foga che riflette la fugacità dei trent’anni e la precarietà di vite in bilico tra affetti e ambizioni. Il flusso si infrange solo di fronte alle grandi tragedie della vita: il tradimento, la morte, l’abbandono.

Altrimenti, il testo prosegue ininterrotto, trascinando la storia in una infilata di situazioni che si alternano senza riposo. Così come le parole si fondono le une nelle altre, anche ogni scena precipita nella successiva, con un volto girato, un cambio di pantaloni o una battuta sottolineata che si porta via la precedente. Nella scrittura e nella regia, sembra non esserci uno spazio protetto, né per le parole, né per i fatti. Tanto la scrittura è vertiginosa, quanto la regia è frenetica. Orchestrando un movimento senza alcuna soluzione di continuità, minimale ma precisissimo, Leonardo Lidi scompone la scena tra prima e dopo, tra campo e fuori campo, caricando le emozioni che circondano gli spettatori con un castello di carte invisibili.

Un mondo disadorno

La quarta parete si scioglie coinvolgendo il pubblico in dialoghi interrogativi o giocosi, che fanno esondare il vortice narrativo oltre lo spazio del palco. Noi in platea diventiamo, di volta in volta, i santi della Pinacoteca di Brera, la famiglia a un pranzo, un cagnolino strapazzato di carezze, in uno scambio vivace che ci integra come parte essenziale dello spettacolo. Ne risulta un gioco metateatrale che ci lascia liberi di prendere una posizione, di decidere da che angolatura assistere e in che modo essere parte della storia.

Si ride molto delle incomprensioni tra i personaggi e nei giochi con il pubblico, ma la bellezza del lavoro sta nei ribaltamenti insaspettati, nella sua capacità di portarci dall’allegria a tremare per la ferocia delle recriminazioni tra i due amanti. La vita si srotola implacabile di fronte a noi e sulle assi del palco si ammucchiano resti, oggetti e fantasmi che ricordano che tutta quella voracità lascia sempre delle cicatrici. La luce piena si abbassa solo in uno dei momenti più toccanti, di fronte all’inesorabile realtà che ci riporta silenziosi, ad ascoltare nuovamente l’importanza di ogni minimo gesto.

I bravissimi Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese, esibendosi in una performance fino all’ultimo respiro, ci tengono ancorati alle loro sorti come solo la sincerità del teatro riesce a fare. In un mondo disadorno, che ci rapisce con la potenza dell’immaginazione, la parola si fa corpo e il corpo diventa magia, in una convincente espressione del rituale teatrale, che non ha bisogno d’altro se non di persone vere in uno spazio vuoto.