
Milano Design Week 2026: abbasso il fieroscetticismo e viva il coraggio e l’ottimismo degli imprenditori pronti a garantire fiducia, qualità, prestigio e la bellezza del Made in Italy
Ci siamo. Calato il sipario sul Salone del Mobile 2026, nel segno dell’instabilità internazionale e della competizione con l’AI, con il rischio di una creatività algoritmica prodotta da database esistenti, contano di più lavoro, fiducia, ottimismo, relazioni, entusiasmo e coraggio degli imprenditori italiani, pronti a credere – ed è una fede condivisa da molti – nella cultura del progetto Made in Italy che vince scenari oscurantisti, quando le aziende fanno rete.
Con le principesse saudite e i membri delle famiglie reali del Qatar, a Rho sono sbarcati gli americani, in particolare dal Sud America, tanti cinesi, giapponesi e coreani, e una valanga di indiani. Gli europei non sono mai mancati, pochi russi e ucraini per ragioni che sappiamo. Marco Sabetta, direttore generale del Salone del Mobile, è entusiasta di questa fiera che ha superato le aspettative: si calcolano oltre 300mila ingressi. La mitica Fiera – non delle vanità – nonostante oscuri presagi, nel tempo della discordia internazionale ha registrato presenze da 160 Paesi, con un flusso maggiore rispetto all’edizione del 2025. Ai soliti marchi storici, che hanno molta storia da raccontare attraverso i loro oggetti elitari, quest’anno si sono aggiunti 220 nuovi brand. E, tra colori, materiali, finiture artigianali e produzioni in 3D, il futuro del progetto è ancora nella testa e nelle mani di creativi di ogni età, provenienza e formazione.
In generale spiccano aziende che producono collezioni mirate con materiali ecosostenibili, oggetti storicizzati rivisitati in chiave contemporanea – spopolano il vetro, la ceramica e il legno, e il marmo è un classico moderno – in cui la maestria artigianale sembra un valore aggiunto. Si recuperano scarti di legno, pelli, porcellane e di tanto altro ancora. In sintesi, l’arredo ridisegna gli ambienti interni ed esterni all’insegna del comfort, anche visivo, se ben illuminati, perché la luce produce benessere fisico e psichico.
Un dato è certo: la Fiera e la città continuano a non dialogare tra loro. Sono due mondi paralleli e forse è meglio così per lasciare più margine di libertà operativa e creativa alle singole aziende che, tra un dazio e l’altro, tengono alta la qualità del settore, tanto che al pubblico resta il clima festaiolo di happening collettivo di una Milano, Disneyland del design sempre più connessa all’innovazione tecnologica, mantenendo uno stretto legame con le nostre radici culturali e la storia della manifattura, nonché calamita per nuove proposte e per i frequentatori che arrivano da tutto il mondo.

Alla solidità e al pragmatismo produttivo degli oggetti esposti al Salone, provenienti da tutto il mondo, si contrappongono installazioni eteree, fluide, immersive, spettacolari, più o meno affascinanti se viste al calar del sole, ammantate dal fascino della luce e di neon colorati. Nel XXI secolo dei grandi cambiamenti tecnologici e geopolitici, nel vortice di venti bellici e minacce teocratiche a destra e a sinistra, la Milano Design Week è un esempio di come le arti visive possano diventare uno strumento di costruzione di alterità, di appartenenza e di cittadinanza globale e di cultura della libertà non ideologica, bensì di identità simbolica nell’espressione artistica.
Anche il design non deve smettere di sognare di migliorare il mondo e di creare un modo più giusto di vivere insieme nel rispetto delle differenze, come risorsa di conoscenza. Lo sanno bene le nuove generazioni di designer under 35, capaci di connettere la relazione umana, la tecnologia e la maestria artigiana. E infatti questo è il tema del SaloneSatellite, intitolato appunto Maestria artigiana + Innovazione – Skilled Craftsmanship + Innovation, giunto alla ventisettesima edizione e come sempre curato da Marva Griffin Wilshire.
Il primo premio è andato a due 35enni, Stefania Russo e Soren Betak dello studio Russo Betak di Copenhagen, per la lampada Nippon, formata da una lastra stampata in 3D con all’interno un materiale ricavato dalla polvere delle conchiglie – il carbonato di calcio – che a livello microscopico è formato da piccoli cristalli che, se colpiti da un fascio di luce, la diffondono magicamente. Il secondo premio è stato assegnato a IOUS Studio (Paesi Bassi) con 3DP Ceramic Tiles, un rivestimento in ceramica in cui l’argilla viene stampata in 3D tramite un controllo computazionale. Le menzioni speciali vanno al cileno Nicolas Romero (26 anni) di Aiko Design con Nùmina Lamp, che integra le texture tipiche di alcuni tessuti tradizionali adattandole alla stampa 3D, e alla cinese Yixian Wang (23 anni) con Foggy, un vaso che ha trasformato un morbido tessuto in fibra di vetro senza resina.
E quando la luce si unisce a oggetti 3D, tutto resta sull’onda di dare forma a oggetti sempre più sostenibili, in una società umano-centrica, nel rispetto delle altre specie viventi e dell’ambiente. Tutto è design della libertà all’insegna del cambiamento verso nuovi scenari fisici e virtuali insieme, senza la perversione di prevaricare l’uno sull’altro, ma di integrare nuovi processi settoriali in un’utopia globale: l’armonia e la giustizia senza le quali non c’è bellezza.



