19 Ottobre 2026 18:48

Com’è Venezia prima della Biennale? Il racconto di Francesco Lauretta

Francesco Lauretta
Francesco Lauretta
In giro per mostre a Venezia l’artista cerca – e trova – risposte sullo stato della pittura e sull’assenza di italiani

Vado a Venezia per smettere di dipingere. Ogni qualvolta vado incontro ad una mostra di un artista e in particolar modo di un pittore mio contemporaneo, se è, almeno per me, un grande pittore, vado per smettere di dipingere, o ricominciare. Ho visto molte mostre a Venezia, a Palazzo Grassi e non solo. La prima volta che misi piede in questa città sognata vidi una grande mostra di quello che fu mio Maestro, Emilio Vedova.

Stranamente Vedova lo conobbi durante una sessione di disegno dal vero, e assieme realizzammo a quattro mani molti disegni che poi il suo amato e fidato assistente Gazzarri, arrotolò e portò via. Con Vedova non ho mai dipinto ma scoprii che i miei disegni, che immancabilmente non trovavo nella mia postazione d’aula in Accademia, li prendeva lui e li teneva su una cartella nera con su scritto: Lauretta.

Vacillare

Tra le mostre visitate e che mi hanno fatto vacillare come pittore sono state quelle di Marlene Dumas e Julie Mehretu. Molte altre dopo aver trascorso le splendide sale del Palazzo mi hanno poi annoiato, o così vedevo le ultime sale delle mostre da Luc Tuymans a Stingel, eccetera.

 

venezia
Marlene Dumas, Glass Tears (for Man Ray), 2008, oil on canvas, 40 x 50 cm

L’impatto sempre sorprendente si affievoliva via via che scorrevo le opere in mostra ma, e comunque, erano e sono sempre utili da sfilare queste mostre anche perché non sempre in questo paese si vedono pittori di calibro, e così importanti, per chi si occupa di pittura. Sostengo da sempre che in Italia mancano ancora pittori di grande caratura, sicuramente tutti bravi sono ma spesso deboli di segno, gesto e impastati di nozioni inutili, forbite che mi sembrano dipingere con il manico di pennello sul deretano e comunque noiosi perché amano dipingere come scimmie ammaestrate e si riproducono come in una batteria d’allevamento, come polli.

La distanza tra noi e loro

E a Venezia sono andato anche perché Venezia è sempre bellissima. Così quattro mostre ho visto, che dicono la distanza tra noi e loro, noi occidentali e il resto del mondo. L’impressione è che ognuno rivendichi una posizione in arte inimmaginabile fino a non molto tempo fa. Ognuno chiede “quasi” “giustizia” per abusi e violenze e saccheggi sperperati a cavallo e a petto in fuori dagli europei e americani (USA) nel corso dei secoli recenti. I tempi sono maturi perché tutti possano confermare la propria identità e curiosamente gli occidentali sembrano assecondare e anzi accogliere questi sentimenti come per lenire le proprie colpe e ridefinire nuovi capitoli e postura intorno ai vari linguaggi dell’arte sempre più espansa e problematica.

Il pittore non guarda il proprio ombelico e non si affranta per cercare di ridefinire il medium della pittura e neanche gliene può fregare di pensare che la pittura possa essere stata chiamata alla morte e a cercare nuove vie di definizione che noi, occidentali, abbiamo sempre rincorso e ancora ci richiamiamo a dare definizioni idiote come pittura svalvolata, debole, a schizzo a macchie o affanculo, eccetera.

 

Julie Mehretu, Among the Multitude XIII, 2021-2022 Private Collection. Ph: Tom Powel Imaging. Courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery, New York
Julie Mehretu, Among the Multitude XIII, 2021-2022 Private Collection. Ph: Tom Powel Imaging. Courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery, New York

Espone invece con orgoglio, anche grazie a una dedizione di natura ahimé colonialista all’incontrario – perché comunque anche se si aprono vie possibili, sono possibili grazie e comunque e sempre dal consenso degli occidentali – e abbraccia la conoscenza della storia della pittura degli almeno ultimi due secoli passati come trampolino per ridefinire la propria forma e posto nella storia recente di questo medium – se ancora vogliamo definirlo così – e fa dell’ideale di bellezza – termine abusato e visto con sospetto, sempre da noi – uno strumento struggente d’identità.

Tutto come previsto

Così anche sono quegli artisti che diversamente dai pittori operano con altri strumenti, come forme d’artigianato, fotografia (dipinta), video e installazioni e quant’altro – peraltro tutto come previsto, tutte con didascalie in ordine, assai eloquenti – e, se queste semplici quattro mostre sono “niente”, dicono però perché non ci siano artisti italiani nell’imminente Biennale veneziana, e giustamente. E qui mi torna in mente lo splendido romanzo di Enrique Vila-Matas a proposito di una edizione di Documenta dove registrava l’assenza della pittura e che sorprendentemente trovava, effettivamente, inutile in quella edizione.

 

Michael Armitage, Wait, 2015
Michael Armitage, Wait, 2015

Di Michael Armitage, Amar Kanwar, Lorna Simpson, Paulo Nazareth, sono le mostre viste. Inoltre, come extra, rivisitata la Scuola di San Giorgio degli Schiavoni -che sembra abbandonata a sé stessa – per ammirare quello che resta dell’immensa opera di Vittore Carpaccio.