
La scelta del titolo per la mostra di Pirri sembrerebbe un velato richiamo a Ecce bombo, noto film di Nanni Moretti
“Fare Cose” di Alfredo Pirri è la grande retrospettiva, inaugurata recentemente a Catania – visitabile fino al 30 Settembre – curata da Cesare Biasini Selvaggi e Gianluca Collica alla Fondazione Brodbeck, che si è sempre distinta per la sua costante attenzione alle arti visive contemporanee. La scelta del titolo, però, pone una serie di quesiti e dubbi. Sembrerebbe un velato richiamo a Ecce bombo, noto film di Nanni Moretti, in cui è cult la famosa battuta: “faccio cose, vedo gente”.
Pare però che Moretti non sia stato contemplato per un preciso rimando alla ricerca artistica di Pirri, che intende sottolineare la fattività con il verbo “fare”. Ma questi due vocaboli non aggiungono nulla alla grammatica del contemporaneo. Non serve ripescare parole impastate, a doppia lievitazione. Già nel 2009, “Fare Mondi” era il titolo de La Biennale di Venezia e per non andare troppo lontano nel tempo, al Maxxi, da anni c’è un progetto “FA.R.E.” nell’ambito del progetto “Fare Scuola”.
Il verbo “fare” non aggiunge nulla all’implicita vocazione artistica. Andava parafrasato diversamente il titolo
Qui non si intende assolutamente entrare nel merito della creazione artistica di Pirri (classe 1957), o dell’impegno curatoriale ma sollevare la nebbia fitta che soggiace all’arte contemporanea. Forse, sarebbe stato opportuno non usare il verbo “fare” perché non aggiunge nulla all’implicita vocazione artistica poiché ogni produzione di un artista ha a che vedere con un’azione concreta di progettazione e produzione.

Andava parafrasato diversamente il titolo che è sempre una carta di identità iniziale, soprattutto, davanti all’uso linguistico e di significato che Pirri fa dello spazio, nella sua dimensione politica, nel «tentativo di mostrare, qualcosa di necessario alla sopravvivenza stessa, una specie di battaglia a favore dell’esistenza» come ha dichiarato. Magari un collegamento alle “Metamorfosi” di Ovidio o di Kafka avrebbe cambiato il tiro nel mostrare il rapporto tra la luce e i volumi e come questi cambiano. Perché è nel mito, spesso, che si trova quel divenire di significato universale.
Quintali di mattoni di tufo di Lentini alla Fondazione Brodbeck
Il punto è che c’è un divario tra le premesse dense di Pirri e l’allestimento curatoriale, che ha espresso un lavoro di forze e risorse enormi anche per trasportare quintali di mattoni di tufo di Lentini come se si stesse decidendo di girare una scena dei Miserabili di Victor Hugo. Oltretutto è un’opera, forzatamente, inserita nella grande sala urban e underground della Brodbeck che ha potenzialità di spazi “espressivi” notevoli.
Lo spazio espositivo come un organismo vivente con opere site – specifc
A tal proposito, i curatori sottolineano quanto lo spazio espositivo sia un organismo vivente in cui l’aspetto della retrospettiva si fonde con la parte site – specific in un allestimento dalle proporzioni monumentali in un dialogo tra opere diverse tra loro. Accanto a lavori storici, tra cui la riattivazione di Cure – originariamente concepito in occasione di Aperto ’88, sezione giovani della Biennale di Venezia ideata da Achille Bonito Oliva e Harald Szeemann – compaiono opere delle ricerche più recenti e ancora inedite, come L’archivio FDW – RWD.

Quest’ultimo non è una semplice antologia, ma una installazione dai colori plumblei con cassetti da aprire con i progetti che raccontano le azioni artistiche di Pirri: installazioni, dipinti, sculture, disegni, idee in scatole. La scatola è tra l’altro un elemento iconico dell’estetica di Marcel Duchamp e si avverte la mancanza di un passaggio, una narrazione di accompagnamento, su questo piano stilistico e storico. Si ha la sensazione di un ritmo “adagio ma non troppo” con questa formula dei fogli con i progetti di Pirri che ricorda alcuni intenti della mostra di Giulio Paolini al Macro di Roma nel 2014, “Essere o non essere”.
Tutto il percorso è studiato solo in base a smartphone e Q-rcode
Lodevole, sicuramente, la premessa di Pirri nel voler dare forma alla memoria con tutti i suoi progetti da poter visionare con una partecipazione attiva del pubblico sullo sfondo di un mondo che dimentica. Inoltre, in tutto il percorso sono previsti i codici Q-rcode con una descrizione a tutti i suoi lavori. Invece, Convince poco l’opera in plexiglass, “Arie per Catania” del 2024/26 poiché si presenta quasi anacronistica: una derivazione della sperimentazione della seconda metà del Novecento.
Infatti, l’uso del metacrilato ovvero il plexiglass ha caratterizzato l’artista Gino Mariotta che è stato pioniere nell’uso di questo materiale ma negli anni Sessanta. Allora, sarebbe stato opportuno aggiungere alcune parole sui materiali, motivandone la scelta e collocandola nel contesto storico e attuale. In quest’opera Pirri ha usato anche le piume in pasta e una semisfera di vetro soffiato cristallo di Murano, rendendo tutto abbastanza kitsch ma non sembrerebbe questo l’intento dell’opera. Eppure è un punto cardine della mostra per la postazione di selfie.
Riaccendere un dibattito davvero critico nel dire ciò che non funziona
Con queste parole si intende aprire un dibattito costruttivo per riaccendere un pensiero davvero critico nel dire ciò che funziona e non funziona. Come si faceva nel Teatro all’italiana dei primi dell’Ottocento: se la rappresentazione scenica non convinceva, il pubblico trovava il modo di farlo capire in quel condominio teatrale.

In ogni caso, a Pirri va tutta la stima di una produzione che lo ha portato nella storia dell’arte dalla seconda metà del Novecento. Però dalla mostra non viene fuori l’idea vigorosa di una poetica precisa di una estetica della testimonianza: un confine oltre il quotidiano. Non basta pensare di far attraversare lo spazio al pubblico in una tensione poetica tra luce e materia. Viene fuori piuttosto una perdita che è ormai sostanziale: la mancanza di una direzione dell’arte contemporanea perché non esiste più un dialogo con gli intellettuali, gli scrittori, la critica.
È un muro pesante, forzatamente inserito nello spazio della Brodbeck. Sembrerebbe rievocare pure l’abusivismo edilizio del capoluogo etneo
Inoltre, è stato precisato dai curatori, durante l’inaugurazione, che sta crescendo, all’interno della monumentale installazione di mattoni di tufo di Pirri, l’erbetta tra le fughe. Questa è, forse, l’unica testimonianza di ciò che resta di organico e naturale nella mostra. Operazione un po’ green per ricordare a tutti le crepe del mondo, dell’arte stessa che non è più centrale. Resta fuori: ai margini delle cose mentre il mondo brucia e si decompone.




