
40 opere e una selezione di libri d’artista ripercorrono la produzione di Bertini tra il 1946 e gli anni Settanta
“Ho sempre cercato di rappresentare l’attualità, non solo usando i quotidiani e la fotografia, ma ascoltando gli umori della vita”. C’è forse tutta la traiettoria di Gianni Bertini racchiusa in questa dichiarazione, tratta da una sua intervista del 2005: l’idea che l’arte non debba limitarsi a registrare il presente, ma assorbirne le tensioni, i rumori di fondo, le contraddizioni. La mostra Gianni Bertini. Storia di un uomo senza storia, ospitata fino al 13 settembre dalla Fondazione Biscozzi | Rimbaud di Lecce, restituisce con lucidità la complessità di una figura che continua a sfuggire a definizioni rassicuranti e appartenenze consolidate.
Il percorso espositivo – curato da Thierry Bertini e Roberto Lacarbonara – non racconta semplicemente un artista; racconta piuttosto un’inquietudine. Bertini attraversa il Novecento come un corpo estraneo, incapace di accomodarsi dentro formule riconoscibili. Ogni stagione della sua ricerca sembra nascere dall’urgenza di mettere in discussione quella precedente, come se la fedeltà più autentica fosse proprio il tradimento di qualsiasi approdo definitivo.

Il titolo della mostra assume così il valore di una dichiarazione programmatica. Quella di Bertini è la vicenda di un autore che rifiuta il mito della biografia esemplare e dell’identità stabile. La sua opera procede per scarti, collisioni, deviazioni improvvise. È la storia di qualcuno che sceglie deliberatamente la periferia dei movimenti artistici per osservare il centro da una posizione critica e irregolare.
Interrogare il presente
Particolarmente efficace risulta la ricostruzione delle prime fasi della ricerca. I Gridi degli anni Quaranta appaiono oggi sorprendentemente profetici: alfabeti, numeri, segni convenzionali e simboli vengono sottratti alla funzione comunicativa per diventare materia visiva. In quelle superfici vibranti si avverte già la nascita di un linguaggio che guarda alla società dell’informazione prima ancora che questa abbia assunto la forma totalizzante che conosciamo. Non c’è compiacimento formale, ma un tentativo di intercettare i codici attraverso cui il mondo comincia a raccontarsi.

Negli anni dell’Informale, Bertini sembra spostare lo sguardo dall’esterno all’interno. La pittura si fa più fisica, più nervosa, attraversata da energie che trasformano il quadro in un campo di tensione. Tuttavia, anche quando il gesto si libera e la materia prende il sopravvento, l’artista non rinuncia mai a confrontarsi con la realtà contemporanea. La sua non è una fuga nell’astrazione, bensì una diversa modalità di interrogare il presente.
È però con la Mec-Art che la mostra raggiunge il suo nucleo più convincente. Qui Bertini comprende che il mondo delle immagini è cambiato radicalmente e che la pittura, per continuare a essere viva, deve misurarsi con la fotografia, la pubblicità, la stampa e la riproducibilità tecnica. Le sue opere non celebrano la civiltà dei consumi né la demonizzano; la attraversano criticamente, appropriandosi dei suoi strumenti e restituendoli sotto forma di cortocircuito visivo.

Potenza e ambiguità
Automobili lanciate alla massima velocità, corpi atletici congelati nell’istante dello sforzo, icone mediatiche, riferimenti alla cronaca e alla politica: tutto viene assorbito e rielaborato in una pittura che sembra oscillare costantemente tra attrazione e resistenza. Bertini osserva il trionfo dell’immagine contemporanea senza lasciarsene sedurre completamente. Ne registra la potenza, ma ne evidenzia anche l’ambiguità.
La mostra leccese ha il merito di restituire questa posizione scomoda e fertile. In un panorama storico che spesso privilegia letture lineari, emerge invece il ritratto di un artista refrattario alle etichette, capace di anticipare questioni che ancora oggi attraversano il dibattito culturale: il rapporto tra arte e tecnologia, la sovrabbondanza delle immagini, la trasformazione dell’esperienza in spettacolo.

Visitando Storia di un uomo senza storia si ha la sensazione che Bertini appartenga più al nostro presente che al tempo in cui ha operato. Le sue opere continuano a interrogare un mondo dominato dalla velocità dell’informazione e dalla proliferazione dei segni. Forse perché, prima ancora di rappresentare l’attualità, ne aveva intuito il destino: quello di diventare un flusso incessante di immagini dentro cui l’artista è chiamato non a trovare risposte, ma a mantenere aperto il conflitto.




