
Al Pastificio Cerere di Roma, la mostra ULTRA FLAT trasforma lo spazio in un centro benessere hi-tech dove farsi uno scrub dai miti di bellezza contemporanei.
Ci sono le mostre che si ospitano negli spazi espositivi e ci sono quelle che, invece, gli spazi li inglobano: è il caso di ULTRA FLAT, la personale di Alberto Maggini a cura di Gianlorenzo Chiaraluce, al Pastificio Cerere di Roma. Il white cube della Fondazione Pastificio Cerere è l’humus dove prendono forma ideali di bellezza stravolti. Un percorso espositivo concepito come un centro estetico in cui si avanza per trattamenti di bellezza che, anziché distendere i lineamenti, scandagliano i pensieri. Oggetti dedicati alla cura del corpo svelano il loro dark side, come i pettini dai denti appuntiti. ULTRA FLAT nasce come estensione del progetto editoriale Adore, e l’allestimento adotta e distorce l’estetica asettica e performativa degli spazi dedicati alla cura del corpo. Superfici lucide, lettini da massaggio e luci fredde accanto a sculture in ceramica policroma, video e installazioni. Tutto si muove su una soglia tra convenzionale e disturbante: la mostra simula un «tempio hi-tech dell’epidermide». L’ossessione per un concetto di bellezza che non esiste più si scopre verità preziosa, scomoda ma reale e ULTRA FLAT si rivela invece dispositivo biopolitico.
Alberto Maggini e la verità del filtro
ULTRA FLAT si sviluppa come un itinerario immersivo, diviso in quattro «stazioni rituali». All’ingresso dell’artificioso centro estetico, piccole sfingi dalla bocca parlante accolgono il visitatore. Sculture mitologiche ridimensionate che emettono suoni stranianti fanno già intuire che ci si addentra in uno spazio insolito soprattutto per il contesto romano, indissolubilmente legato alle rovine decadenti. Il Trattamento 1 sancisce il definitivo ribaltamento dell’ideale classico. E, come argomenta bene il curatore, se da Winckelmann in poi il canone è stato bellezza uguale verità, oggi i più aspirano piuttosto a una bellezza da filtro, a un nuovo ideale estetico artefatto che Maggini declina in ceramica e video che fanno parte dello stesso ambiente immersivo che è ULTRA FLAT.

Parrucconi e calidarium
A partire dal Trattamento 2, Maggini si confronta direttamente con l’archeologia e la storia di Roma, città termale, e quindi con la sua lunga tradizione legata alla cura della persona per eccellenza. L’artista indaga gli standard estetici rigidissimi del mondo antico: le monumentali acconciature delle nobildonne romane, veri e propri simboli di status e di potere, sono il suo spunto di riflessione. Questi parrucconi iperbolici girano su sé stessi come fossero esposti in vetrina per essere venduti come prodotti. Una sorta di rotazione ipnotica che torna indietro nella storia con la delicatezza dei mozziconi spenti che vediamo su queste acconciature, dissacrate e, appunto, ridotte a posacenere. Qui emerge l’ironia intelligente di Alberto Maggini che, col sorriso, spoglia il buon costume di uno dei suoi vestiti migliori: quello dell’ipocrisia. Una commedia sociale che prende le figure della commedia latina e fa loro uno shampoo nella società liquida del nostro presente.

Obelischi sbucciati e risvegli karmici al Pastificio Cerere
Il cortocircuito tra antico e contemporaneo è evidente. L’iconica struttura scultorea dell’obelisco – da sempre simbolo verticale di potere e trionfi militari – subisce una metamorfosi ironica e vegetale. Infatti, l’obelisco in ULTRA FLAT si sbuccia come una banana, in tre tempi, fino a tuffarsi a testa in giù in un vasetto di crema. Accanto, il «lettino del risveglio karmico» dove, su un corpo proiettato, vediamo la mappa dei chakra colorati: la ricerca di una profondità senza carne, l’ossessione compulsiva che ci allontana sempre di più dal nostro corpo. E in questa proiezione il corpo de-materializzato abbandona il suo vecchio sogno di autenticità per aderire a una versione migliorata – e rigorosamente filtrata – di se stessi.

Pastelli e divinità levigate
La rivelazione finale conclude il percorso espositivo: il Trattamento 4 è a portata di click. In un ambiente totalizzante e dai toni camp, delle sculture antropomorfe a forma di fiori fanno da preludio alla luce divina, con tanto di occhiali da sole indosso. Gli ultimi ritocchi con un po’ di crema «ultraflat» e bava di lumaca e si è pronti a incontrare la divinità. I proseliti di questa nuova religione estetica si muovono su una sorta di ziggurat immersa in un’atmosfera pastello dall’estetica vicina alla nintendocore. È l’ingannevole eden del benessere globale, dove la natura si rivela in tutto il suo essere più vero: «una costruzione ben riuscita», e dove l’essere umano si dichiara invece pronto ad aderire a una «democratica, piattissima superficie».



