
Francesco De Grandi, nato a Palermo – città dove vive e lavora – nel 1968, è carismatico pittore dalla barba folta, allure da eremita fascinoso contro il vuoto dell’apparenza instagrammabile.
Esponente della figurazione contemporanea e seguitissimo docente all’Accademia di Belle Arti del capoluogo siciliano, dove continua a coltivare riflessioni sul futuro del classico con i suoi studenti, un giorno forse allievi o eredi, attraverso un gesto artistico che diventa un atto di onestà intellettuale e libertà espressiva, e che si rivela in questa intervista rilasciata in esclusiva per Arslife.

Pittore o artista o docente di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo (dal 2017), cosa preferisci, perché?
Pittore e Docente. Pittore perché ci sono nato pittore e docente perché dieci anni fa ho scoperto che ad un certo punto della vita bisogna restituire quello che si è imparato.
Quanto ha inciso Palermo, dove sei nato, vivi e lavori e la sua cultura barocca dal potente immaginario nella tua ricerca artistica?
Palermo ha inciso parecchio, nel bene e nel male.
Dopo un periodo trascorso a Milano, dove hai vissuto fino al 2008 e una residenza a Shanghai (2009-2012), sei rientrato definitivamente a Palermo, perché questa scelta, sei pentito?
Tornare a Palermo mi ha salvato la vita e mi ha tirato fuori dal sistema dell’arte che stava per stritolarmi. Non rimpiango nulla, ho portato avanti la pittura in pace, concentrato e risoluto.

Sei stato esponente della cosiddetta “Scuola di Palermo” insieme a Alessandro Bazan, Fulvio di Piazza e Andrea di Marco, scomparso prematuramente, come avete contribuito al rilancio della pittura figurativa siciliana in ambito nazionale e internazionale?
Semplicemente facendola, in barba a tutto e tutti. Abbiamo solo seguito un desiderio.
Quali galleristi e critici hanno sostenuto la tua ricerca e promozione nell’ambito del sistema dell’arte e come ti sei qualificato in ambito nazionale e internazionale?
Mi sono qualificato agli ottavi di finale ma il campionato è truccato. Ci sono persone che seguono il mio lavoro, altre lo hanno seguito. Enzo Cannaviello mi ha sostenuto moltissimo negli anni novanta quando dipingere a Milano era proibito, Luca Beatrice ha battezzato il mio esordio nell’arte Italiana, poi in tempi più recenti la galleria Rizzuto di Palermo e Dusseldorf è una compagna di viaggio, tra le penne che mi vogliono bene ci sono Helga Marsala, Antonio Grulli, Gabriele Lorenzoni, Giuseppe Frangi, Demetrio Paparoni.

Sei considerato tra i più significativi esponenti della rigenerazione della figurazione nella pittura contemporanea, come si sviluppa la tua ricerca, e quali sono i principali temi della tua produzione?
La ricerca del Sacro in un rituale della pittura. Mi sono accorto che dipingere è una forma di preghiera e può essere un sacramento, un’orgia dionisiaca, una “Porta Regale”.
La critica specialistica scrive che produci una “pittura narrativa” capace di fondere memoria storica e inquietudine contemporanea in dialogo con archetipo e memoria, ti riconosci in questa sintesi interpretativa, perché?
Ho sempre cercato il racconto, credo che sia un modo per portarti alla radice delle cose.
Dopo il 2010 ti sei concentrato su ampi cicli iconografici, come il trittico delle Storie di Gesù (2015-2017), che valore ha il riferimento all’iconografia dell’Arte Sacra nel tuo lavoro?
Il primo dipinto che ho visto è stato dentro una chiesa. Credo che sia un interruttore che accende i miei sensi. Se vedo una croce mi commuovo, medito, sanguino assieme al Cristo e di conseguenza assieme a tutta la sofferenza umana. La croce mi rende una persona migliore. Il resto non conta più nulla. Anche se tormentato da mille dubbi cerco di affidarmi a questo senso trascendente che mi agita.

Come si insegna a fare pittura oggi alla generazione Alpha, Z e i cosiddetti Millenials sedotti da paradisi digitali dissolti nel flusso carsico dei social media?
Si porta testimonianza. Riempio la mia aula di cartelli dove scrivo dei moniti, credo nel lavoro, nella presenza, nella parola. In un’epoca smaterializzata ritrovare il corpo è un atto di ribellione.
In occasione di Manifesta 12 (2018) hai realizzato il murale Come Creatura, com’è finito e come ha dialogato con il territorio?
Non era un murale, ne ho fatti pochissimi nella mia vita. Era un grande dipinto di due metri e trenta per tre metri e quaranta. Rappresentava Eva e Adamo che nominavano per la prima volta le cose del Paradiso Terrestre. La gente restava incantata, condivideva con me il sentimento “Creaturale” cioè quella consapevolezza di non potersi auto-determinare in vita, di essere appunto delle creature. La mostra ha avuto più di tremila visitatori, per la galleria è stato un record.
Hai partecipato alla mostra Pittura italiana oggi in Triennale di Milano (2023) a cura di Damiano Gullì, cosa ha rappresentato per te questo confronto con altri artisti?
La conferma che la mia pittura è viva e vegeta.
Nel 2024 hai esposto Il Sacrificio del Miele, Galleria Civica a Trento, cosa hai dipinto e perché e cosa rappresenta il miele?
Il titolo è un’evocazione dall’opera Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche. Nel capitolo intitolato Il sacrificio del Miele, c’è un momento in cui Zarathustra ci esorta a diventare ciò che siamo. Io sono un pittore figurativo, anche se a volte questo costa un sacrificio.

Perché ti interessano gli eremiti?
Perché sono nudi, senza divise o orpelli e mi parlano fortissimo.
Spazi dalla cultura barocca, alla Divina Commedia, all’Odissea, passando dalla Sacra Bibbia, alla letteratura, alla filosofia e dagli archetipi della storia dell’arte e l’iconografia sacra, come via di elevazione spirituale, per te tutto è paesaggio, presagio o passaggio dal naturale all’artificiale, come luogo dell’ambiguità e ambivalenza della pittura e che valore dai al disegno nel tuo lavoro e cosa significa per te?
La natura è una forma astratta, non ha tempo è una radice pura. Il disegno anche. Sono la cosa più vicina al pensiero, la mediazione minima, un braccio e un pezzo di legno combusto.
Scegli e commenta tre opere che rappresentano la tua evoluzione pittorica dal 2000 a oggi.
Terramatta (2007/2011), rappresenta l’archivio delle mie parafilie pittoriche, 65 tele di piccolo formato che restarono tre anni chiuse in un cassetto per poi essere terminate grazie all’insistenza di Andrea Di Marco. Trittico delle Storie di Gesù (2015/2017), il lavoro dell’abbandono. In questo trittico ho deciso di seguire fino in fondo la mia natura, una vertigine, una nudità totale. L’armata degli assurdi (2025), il quadro della guerra e di questo tempo assurdo.

Qual è l’ultima mostra vista, libro o film che ti ha aperto la mente verso nuovi immaginari?
Vedo tanto ma questi mi sono rimasti nella memoria più di altri. Liminal di Pierre Huyghe, Punta della Dogana, Venezia, 2024. Il cacciatore Celeste di Roberto Calasso, Adelphi, 2016. La zona d’interesse di Jonathan Glazer, 2023.
Quale libro della letteratura vorresti illustrare prima o poi?
L’Apocalisse di Giovanni.
Utilizzi A.I. nella tua ricerca artistica, se sì come?
Cerco di usarla il meno possibile perché ha un impatto ambientale devastante, ogni tanto per qualche ricerca, traduzione, correzione ortografica.
Con quali artisti contemporanei vorresti condividere un progetto espositivo prima o poi?
Non saprei. Non riesco a vedermi, sono l’albero non il fruttivendolo.
A cosa serve la pittura nell’epoca digitale?
A essere presenti a se stessi.
Come immagini Palermo nel 2030?
Spero bene.



